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Ubuntu ogni luogo è casa il progetto europeo che unisce i nuovi e i vecchi cittadini
15 febbraio 2021

Benevolenza verso il prossimo. È una regola di vita nell’Africa sub- Sahariana, che si focalizza principalmente sulla lealtà e sulle relazioni reciproche delle persone. È il senso del progetto di solidarietà promosso da un gruppo di ragazzi under 30 di Molfetta, sostenuti dall’Associazione InCo-Molfetta e risultati vincitori all’interno della call promossa dal Agenzia Nazionale Giovani nell’ambito del Corpo Europeo di solidarietà. Il Corpo Europeo di Solidarietà è, infatti, la nuova iniziativa dell’Unione europea che offre ai giovani opportunità di lavoro o di volontariato, nel proprio paese o all’estero, nonché la possibilità di incidere sulla comunità locale con progetti di solidarietà come Ubuntù. Ma come “Ubuntu, ogni luogo è casa” (questo il titolo) intende promuovere il bisogno fondamentale di solidarietà verso l’altro a Molfetta e raccontarla? Abbiamo intervistato per l’occasione Florinda De Gennaro, giovane concittadina e coideatrice del progetto: Ciao Florinda e grazie mille per averci rilasciato questa intervista: Ubuntu, ogni luogo è casa, ci vorresti spiegare il significato del termine Ubuntu? «Ciao Gabriele e grazie a Quindici per lo spazio datoci. Il termine Ubuntu viene dalla lingua bantu. Significa umanità verso gli altri e la sensazione del sentirsi parte di una grande comunità, secondo la filosofia che una persona è quella che è in virtù di ciò che tutti siamo. Chi ha ubuntu non può perseguire solo il vantaggio personale, ma è una persona aperta e disponibile e fa del bene che si diffonde in tutta l’umanità. Ubuntu significa inclusione e comunità». In che modo il vostro progetto contribuirebbe al raggiungimento dell’Ubuntu in città? «Molfetta è una città la cui storia è indissolubilmente legata alla parola migrazione. Infatti, è famoso il detto secondo cui in ogni posto in cui vai trovi un molfettese. E’ come ogni proverbio c’è un fondo di verità. Infatti, Molfetta ha vissuto una prima grande emigrazione dal dopoguerra fino agli anni ’60-’70, in cui i nostri nonni hanno cercato e spesso ottenuto fortuna negli Stati Uniti, Australia, Sud America e Germania. Dall’inizio del secolo si sta assistendo ad una seconda emigrazione, in cui molti ragazzi per studio e lavoro si trasferiscono nel Nord-Italia e nelle principali città europee, da Londra a Parigi passando per Monaco e Vienna. Contemporaneamente, Molfetta è una città che accoglie. Infatti, secondo i dati Istat, a Molfetta vivono più di 1.500 persone straniere provenienti di diverse aree geografiche: Albania, Romania, Senegal, Nigeria, Cina, Tunisia, Afghanistan…». Presumo quindi che il vostro progetto è legato in qualche modo alla migrazione? «L’obiettivo principale del progetto è sensibilizzare la comunità locale all’inclusione, parlando del fenomeno migratorio. Spesso, soprattutto nella politica moderna, il dibattito sull’immigrazione è divenuto stereotipato e privo di contenuti. Si parla di numeri, quando in realtà dietro ai quei numeri ci sono persone che vivono in alcuni casi da anni all’estero (in Italia e nel mondo). Il progetto si pone l’obiettivo in primis di parlare di storie, persone e non più freddi dati statistici. Raccontare le storie non solo di cittadini stranieri che vivono a Molfetta, ma anche di coloro che hanno lasciato Molfetta per studio, lavoro o mille altri motivi. Il progetto mira a parlare del fenomeno migratorio in tutte le sue sfaccettature, partendo dal basso, dalle persone che hanno vissuto e stanno vivendo lontano dalla terra natia». E in che modo racconterete queste storie? «Attraverso la rubrica di podcast “Ubuntu”. Ogni settimana sarà pubblicata una nuova storia di migrazione sui canali social e sul canale Spotify di Radio FGen. Dalla settimana prossima, noi partecipanti del progetto lasceremo la voce ai veri protagonisti della rubrica: i migranti. Perché è importante cercare di eliminare quel valore negativo che ormai è intrinseco nella parola migrazione». Quando parli di progetto e partecipanti a cosa ti riferisci, esattamente? «Io, con altri ragazzi abbiamo presentato in collaborazione con l’associazione InCo-Molfetta, un progetto di solidarietà all’Agenzia Nazionale Giovani, che eroga i fondi europei dei programmi Erasmus+ Capitolo Gioventù e Corpo Europeo di Solidarietà. Un progetto di solidarietà permette ad un gruppo di almeno 5 ragazzi di ottenere un finanziamento per realizzare un progetto solidale e sociale della durata massima di un anno». Quindi qualunque gruppo di giovani ha la possibilità di vedere finanziata una propria idea, giusto? «Esattamente, basta essere un gruppo di almeno 5 ragazzi under 30, vogliosi di mettersi in gioco e motivati a trasformare la propria idea in realtà». Il vostro gruppo da quanto ragazzi è formato? «Noi siamo in 6. Oltre me, ci sono Giuseppe, Andrea, Kalusha, Corrado e Angelica. Siamo tutti ragazzi che in maniera differente hanno già collaborato con Radio FGen, accomunati dal desiderio di apportare un cambiamento positivo nella nostra città». Il progetto prevede altre attività oltre la realizzazione e pubblicazione dei podcast? «Certamente. Sono previsti numerosi eventi, alcuni dei quali sono stati già riadattati a causa delle restrizioni per il Covid-19. L’evento principale sarà un Festival Letterario nei mesi estivi, in cui si alterneranno autori e testimonianze dirette di persone che hanno vissuto esperienze direttamente legate alla migrazione». Cosa dovrebbero fare i nostri ascoltatori per essere aggiornati sulle novità del progetto? «Innanzitutto seguire le pagine social, Facebook e Instagram, della radio. Inoltre, chiunque volesse essere aggiornato sul progetto “Ubuntu” può compilare un modulo Google, che trova sempre nella pagine social di RadioFGen, in cui poter scrivere e-mail e numero di telefono ed essere inserito nella newsletter e lista broadcast di Ubuntu. No spam, promesso. Ovviamente, chiunque abbia vissuto o stia vivendo una esperienza di vita lontano dal proprio Paese natio, può raccontarsi con Ubuntu. Più storie racconteremo, più ci avvicineremo a “normalizzare” il fenomeno migratorio nella comunità locale. A prescindere se siano molfettesi che stanno vivendo o hanno vissuto all’estero o se siano cittadini “stranieri” a Molfetta. Noi, molfettesi, siamo un popolo di migranti. Basta pensare che vivono più molfettesi fuori Molfetta, dei molfettesi che risiedono a Molfetta. Quindi, noi per primi dovremmo comprendere la difficoltà di essere lontani da casa, la nostalgia che si prova a vivere in un’altra città/nazione/continente, che sarà divenuta una seconda casa, ma non potrà mai sostituire il posto in cui si è nati. Date queste premesse, l’empatia nei confronti dello “straniero” dovrebbe essere scontata. Invece, questo passaggio così semplice e banale da immaginare, nella realtà è difficilissimo da fare. Noi con Ubuntu cercheremo di renderlo un po’ più facile e fattibile». Grazie mille Florinda per averci parlato di Ubuntu e in bocca al lupo per questo importante progetto di solidarietà. A questo punto non resta che sintonizzarci su Radio Fgen per sentire le storie di migrazione del progetto Ubuntu e sostenere lo scopo alla base di questa collana, ossia quello di riconoscerci, al di là delle latitudini e longitudini in cui viviamo, nuovi e vecchi cittadini di Molfetta, fratelli e sorelle del Mondo. ©

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