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Tommaso Fiore e il Liceo Classico: la scuola di Socrate Successo del convegno nel trentennale della morte dell'intellettuale antifascista pugliese
15 dicembre 2003

“Mi chiederai come ha fatto questa gente a scavare ed allineare tanta pietra. [ ... ] La cosa avrebbe spaventato un popolo di giganti. [ ... ] Non ci voleva meno della laboriosità di un popolo di formiche”. Tommaso Fiore scriveva così in una lettera a Pietro Gobetti, direttore di “Rivoluzione liberale”, epistola poi confluita in quella sorta di reportage sulla Puglia intitolato “Un popolo di formiche”. In quest'opera si parla anche di Molfetta, della sua pesca... Fiore conosceva bene la nostra città, dato che vi insegnò dal 1933 al 1942. Era docente di latino e greco presso il locale liceo classico, istituto che in quegli anni, grazie ad antifascisti come lui, arrivò a conseguire la denominazione di scuola di Socrate, “isola democratica attiva nell'educazione dei giovani al valore della libertà”. A ricordare quest'esaltante stagione è stato, presso lo stesso liceo, un convegno sull'intellettuale di Altamura, autore, tra l'altro, di “Il cafone all'inferno”. A salutare le autorità convenute, in primis la preside Maria Depalma, seguita da Marcello Vernola, presidente della Provincia, dal rappresentante dell'Irre Puglia e dal prof. Vito Antonio Leuzzi dell'Ipsaic. Poi le relazioni. Davide De Candia e Paola Natalicchio si muovono con estrema spigliatezza in un lavoro di ricostruzione del decennio '33-'42, basato su testimonianze attinte dall'archivio del Liceo e dagli epistolari di Fiore. Emerge il quadro di una Molfetta ricca, in quegli anni, di voci non organiche al regime, spesso punite con violenza estrema, come nel caso di Muscetta, vittima dell'olio di ricino. È poi la volta dell'accademia, con Lorella Cedroni dell'Università degli Studi di Roma, ed un'esaustiva delineazione delle caratteristiche del socialismo liberale anni Trenta. Ci colpisce soprattutto l'uso di un'ardita metafora, che compendia in questa complessa forma di pensiero il “razionalismo greco” e il “messianismo israelico”. Nicola Colonna. Dell'Università di Bari, tratteggia l'evoluzione delle posizioni politiche del Fiore dagli anni di Rivoluzione liberale al Partito d'Azione. Da segnalare la sua stringente disamina sull'interventismo del Nostro nella prima guerra mondiale, più che anti-giolittismo, desiderio di realizzazione dei valori del Risorgimento nel concreto della realtà meridionale... E poi ancora Silvio Suppa, dell'Università di Bari che analizza le fioriane componenti di meridionalismo e riformismo, con costanti riferimenti all'opera letteraria dell'altamurano. Se la serata si è aperta con dei giovani ex-studenti del Liceo, essa si conclude all'insegna dei ricordi di coloro che hanno avuto esperienza diretta delle metodologie educative di Fiore. È la testimonianza appassionata, resa con voce rotta dall'emozione, di Liliana Minervini Gadaleta, che affida alla lettura di un articolo di giornale dell'epoca il compito di rievocare il fecondo rapporto Salvemini-Fiore. È l'analisi di Giovanni De Gennaro, un tempo allievo di Fiore; egli ci racconta come il docente ricorresse spesso a “retroversioni”, esercizi di stile risalenti alle migliori scuole umanistiche, e abituasse al confronto tra voci critiche discordanti sulla letteratura classica e allo sviluppo dell'autonomia di giudizio. “Così diventavamo antifascisti senza saperlo”. L'esilio, la stagnazione della propria carriera sotto il fascismo sono lo scotto che per tale autonomia Fiore ha dovuto pagare... Su tutto la perdita, nell'eccidio di via dell'Arca (28 luglio 1943), di un figlio di 18 anni, Graziano (alla cartolina che lo ricorda, distribuita ai partecipanti al convegno, ha contribuito come sponsor anche “QUINDICI”, un'iniziativa che ha avuto un grande successo ed è stata apprezzata da tutti). È morto con altri giovani nell'ultimo disperato gesto di ribellione a un fascismo ormai in ginocchio. “È stata un'atroce beffa del destino”, ha gridato con rabbia Liliana Gadaleta. Forse la morte di Graziano è un segno del fatto che il messaggio del padre ha prodotto i suoi germogli. Scriveva Fiore nel “Popolo di formiche”: “Bisogna senz'altro sperare nei nostri figli: noi abbiamo fatto la guerra; chi sa che essi non facciano qualcosa di più grande, la libertà”. Era il gennaio '25: senza saperlo, già allora Tommaso preconizzava un futuro eroico ma doloroso... Gianni Antonio Palumbo
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