Recupero Password
Tensione a Molfetta al corteo per commemorare il 25 aprile Si sono fronteggiati un gruppo con bandiere di An, Forza Italia e striscione con scritto “onore a tutti i caduti” e quello del Coordinamento antifascista
25 aprile 2007

MOLFETTA - Momenti di tensione stamattina durante il corteo celebrativo del 25 aprile. Corteo con una sua dimensione istituzionale, sindaco Antonio Azzollini in testa, accompagnato da Francesco Armenio, da poco segretario cittadino di An, cinto di fascia azzurra per il suo ruolo di vice presidente del Consiglio Comunale, assessori e consiglieri di maggioranza, il comandante dei Vigili Urbani, banda e molfettesi ad assistere o pronti ad accodarsi nel percorso verso Piazza Mazzini, dove, come tradizione, è stata depositata una corona di alloro. Tutto nella norma, se non fosse stato per la presenza di un gruppo di cittadini sventolanti, alcuni proprio avvolti, in bandiere di An, Forza Italia ed americana, raccolti dietro uno striscione con la scritta “onore a tutti i caduti”. Una presenza preparata ed annunciata da un comunicato stampa di Azione Giovani e Il Circolo, a chiarire la propria idea della Resistenza e della ricorrenza del 25 aprile: “Nel dopoguerra - si legge - gli “intellettuali”, al servizio dei comunisti, crearono il mito della resistenza omettendo i crimini e sminuendo il ruolo degli alleati, veri liberatori, e dell'esercito italiano che valorosamente combatté per la libertà”. Per continuare: “Alcun intento meramente revisionista o provocatorio è ravvisabile nella partecipazione alla manifestazione programmata che ha come scopi quello di ricordare tutti gli italiani che hanno combattuto per la Patria, di protestare contro tutti i totalitarismi, di svelare alcune pagine buie della resistenza”. Per finire: “Tutti coloro che hanno combattuto per l'Italia meritano di essere rispettati e ricordati!”. Il gruppo, una volta giunto in Piazza Municipio, è stato salutato dal sindaco Azzollini, il quale, alle proteste di un cittadino che gli ricordava che si può avere “pietà” per tutti caduti, ma “l'onore va reso solo a chi combatté per la libertà” e che coloro cui facevano riferimento i giovani dietro lo striscione il 25 aprile stavano dall'altra parte, ha replicato che la giudicava “una presenza positiva”. In Piazza Municipio si è formato anche il gruppo del Coordinamento antifascista (nella foto) e così il corteo si è avviato con questa contrapposizione netta, acuitasi a Piazza Mazzini, quando, sulla muraglia, accanto ad un lenzuolo con la scritta “don Tonino santo”, ne è comparso un altro “don Tonino salvaci dai comunisti”, poi rimosso da uno dei ragazzi del Coordinamento antifascista. Il sindaco Azzollini ha pronunciato un breve discorso, ricordando il ruolo delle forze armate e salutando i militari impegnati nelle varie missioni di pace all'estero, interrotto da inviti partiti dal gruppo del Coordinamento antifascista a ripudiare la guerra e da qualche slogan contro l'America. Un discorso alla fine del quale dal gruppetto che esibiva lo striscione “onore a tutti i caduti” si è vista anche una mano alzata nel saluto fascista e, all'invito urlato dal gruppo opposto, “fuori i fascisti dal corteo”, anche un dito medio della mano sollevato. Dopo di che il corteo di è riformato ed è tornato a Piazza Municipio, dove i due gruppi si sono fronteggiati e guardati in cagnesco per un po'. Il sindaco ha salutato il gruppo dello striscione “onore a tutti i caduti” (foto) e solo dopo l'invito partito da uno dei presenti, anche quello del Coordinamento antifascista, di cui ha subito la contestazione. Dopo di che, tutti a casa, si spera anche a consultare qualche manuale di storia, in cui, di qualunque tendenza sia, ci sarà pur scritto a caratteri chiari e grandi che il 25 aprile, in Italia, vi fu la insurrezione partigiana proclamata dal Comitato di liberazione nazionale per l'Alta Italia (CLNAI) che consentì di prendere il controllo di quasi tutte le città del nord del paese, fino ad allora ancora sotto l'oppressione delle truppe tedesche e soggette all'azione repressiva delle formazioni repubblichine della Repubblica Sociale Italiana, cui il movimento partigiano opponeva la propria resistenza.
Autore: Lella Salvemini
Nominativo  
Email  
Messaggio  
Non verranno pubblicati commenti che:
  • Contengono offese di qualunque tipo
  • Sono contrari alle norme imperative dell’ordine pubblico e del buon costume
  • Contengono affermazioni non provate e/o non provabili e pertanto inattendibili
  • Contengono messaggi non pertinenti all’articolo al quale si riferiscono
  • Contengono messaggi pubblicitari
""
Il 25 aprile, chi fermerà la musica? La banda “A. Inglese” di Molfetta non ha suonato la marcia sinfonica di chiusura il 25 aprile. Ci sono stati cori tra 'rappresentanti' d'An che sventolavano, di nero vestiti, bandiere statunitensi e il Coordinamento antifascista. Ma ne valeva la pena? Che le celebrazioni del 25 aprile stessero prendendo una strana direzione, s'è capito abbastanza presto. All'alza bandiera in piazza Mazzini, si sono presentati una ventina di ragazzi dietro uno striscione che recitava “Onore a Tutti i Caduti”, con chiara allusione anche alle vittime fasciste degli scontri della Repubblica di Salò. Sulle loro teste sventolavano bandiere d'Alleanza Nazionale e degli Stati uniti d'America e le loro felpe si distinguevano tra nere ed a stelle e strisce. Di per sé questa accozzaglia di simboli, quest'intricata matassa senza senso di 'valori' avrebbe bisogno di molte parole per essere intesa e sbrogliata. Dall'altra parte, naturalmente, l'altra fazione non poteva mancare. Il Coordinamento antifascista, con un grande striscione rosso a sfondo nero, ha fatto la sua comparsa, mentre le note di un'allegra Enea riempivano gli spazi di Corso Dante. In pochi minuti il corteo, composto dal gruppo bandistico, Sindaco e giunta, nonché dai rappresentanti delle associazioni di combattenti reduci dal secondo conflitto mondiale, erano 'allegramente' accompagnati dai due gruppi di 'opposta' fazione. I primi, con le loro bandiere multicolori, c'era anche quell'italiana, non trasmettevano molto attorno a sé, dato che la bandiera USA, il tricolore, An e i vestiti neri che indossavano, tra loro hanno ben poco in comune. Ma, i secondi, gridavano cori che esprimevano il dissenso nel vedere che “Fascisti da corteo” prendessero parte alla manifestazione. Erano il Coordinamento,sopra la divisione tra partiti anche se, in realtà, molti erano i volti che militano in Rifondazione Comunista. E così gli altri rispondevano applaudendo forzatamente alle parole del sindaco Azzollini, dette durante il suo discorso all'ombra della statua del Mazzini. Questo ha scatenato il canto di “Bella ciao” dall'altro. Conclusasi questa teatrale interpretazione, il primo cittadino ha più volte stretto al mano ai rappresentanti della fazione d'An e il Coordinamento, sentendosi escluso, ha irrotto con fischi in Piazza Municipio, luogo conclusivo del corteo. I bandisti, che fino a pochi momenti prima erano restati inquadrati, hanno rotto le fila, scavalcato la calca che s'era creata, e ripreso a suonare innanzi alla chiesa del Purgatorio. Dopo poche note, dato il caos che non cessava, hanno ben pensato d'andare via, dato che, tra l'altro, il contratto pone il suo limite alla fine del corteo. Purtroppo la consuetudine del gruppo che va via suonando non è stata rispettata. Agli occhi di chi è stato quella mattina tra le schiere del Coordinamento e dei loro 'antagonisti' questa potrà sembrare una frivolezza. Ma per le persone che erano lì giunte per rendere omaggio dei morti, nel ricordo di un regime dittatoriale che non dovrà più esserci, il disagio, c'è stato. Perché, ci si rende conto che un pugno di ragazzini non fa un partito fascista, che alcune scritte razziste sui muri non significano che il Governo repubblicano cadrà domani, che fondare un Coordinamento antifascista e schierarlo il 25 aprile facendolo agire come ha fatto è più che altro una spacconata che una necessità. In questo caso non si sarebbe preferito ascoltare l'ultima parte di una marcia sinfonica piuttosto che le urla di teenager che giocano a fare politica?

A Molfetta stamattina faceva caldo, era nuvolo, una cappa grigia avvolgeva tutto, la gente ha fatto festa a modo suo, magari svegliandosi tardi... Ma le autorità, erano pronte al "rito" tradizionale. E' stata una mattinata cominciata presto anche per certi "altri" molfettesi, che non hanno dormito. Tutto era stato concordato perchè si potessero onorare "tutti" i caduti. Il sindaco Azzollini di Forza Italia e gli assessori di Alleanza Nazionale, insomma la Casa delle Libertà al completo e i loro fans si erano svegliati presto: la giunta sopradetta e i suoi giovani con le bandiere americane e quelle italiane, della Casa delle Libertà s'intende, marciavano in vista di Piazza Mazzini. Ma qualcosa ha guastato la "festa". Il Coordinamento Antifascista di Molfetta, formatosi di recente, dopo numerose aggressioni e scritte naziste e xenofobe, ha dato vita ad una resistenza, come dire inaspettata. C'è stata un'onda anomala, forte , molto visibile nelle forme e nelle voci. La banda accompagnava il corteo ufficiale, "gli altri" cantavano Bellaciao, il sindaco parlava di pace e dei morti tutti (Nassirya in primis) e gli altri gridavano ora e sempre Resistenza, plotoncini di assessori e donne e uomini cercavano di frapporsi e impedire la parola, ma "gli altri" si sono presi la piazza e gridavano vergogna.La giunta di destra, ma se fosse stata di sinistra non sarebbe cambiata di molto, pensava che "gli altri" avrebbero potuto tollerare due grandi striscioni esposti con su scritto" Don Tonino Bello fai fuori i comunisti" e " Don Tonino Bello santo subito": subito, sono stati tolti."Gli altri" hanno amato Don Tonino Bello. Hanno fatto i conti male, molto male. "Gli altri" non hanno dato pace, a quella finta e infama pace che si vuole far passare per tale. Hanno tentato di dire lor signori, che sono aperti al dialogo-permettono tutto, anche il contradditorio. "Gli altri" molfettesi invece non lo hanno permesso. A corteo sciolto il sindaco era molto meno diplomatico che all'inizio: invitato a cantare Bellaciao, canzone ormai bandita dal 25 aprile, ha detto rosso in viso, che non gli andava. Non gli è andato giù questo 25 aprile e se ne è tornato a casa. "Gli altri" prima di farlo, sono andati a fare le pulizie, hanno scartavetrato le svastiche e le celtiche sui muri della città, hanno trovato la giusta tinta per coprire le scritte oscene. "Gli altri" ci sono. Se qualcuna di quelle figure autorevoli, i fans fascisti al seguito che continuavano a mostrare il dito medio e il saluto fascista-protetti dalle forze di polizia- volesse sapere chi era quella signora che nel silenzio ha gridato "Fuori la guerra dalla storia!" e ha disturbato la loro giornata, è presto detto: la scrivente cittadina italiana. Ho manifestato con loro, "gli altri". La cappa è sparita da Molfetta, il cielo è tornato celeste e mi dispiace ma "il vento soffia ancora"... Doriana Goracci


Nel settembre del 1953, sulle pagine del Borghese, Indro Montanelli domandava che le uniformi dei soldati italiani ritornassero a tingersi del vecchio grigioverde delle battaglie del Piave e di Vittorio Veneto, dismettendo il colore cachi che aveva coperto le nostre truppe, tra 1943 e 1945, quando esse affiancarono le armate alleate nella lotta contro i tedeschi. L'antipatia per quel colore, aggiungeva Montanelli, proveniva «dai ricordi di un esercito italiano rimasto senza bandiera, vestito con gli scarti dei magazzini altrui, adibito ai bassi servizi dell'armata di Alexander», che costituiva l'interfaccia dell'«Italia delle segnorine, degli sciuscià, della borsa nera, che ai Patton e ai Rommel contrapponeva, esaltandoli, come eroi nazionali, i disertori, i doppiogiochisti, i contraffattori di sigarette americane». Persino Montanelli, dunque, del cui ombroso ma robusto patriottismo non è dato dubitare, si dimostrava condizionato dal diffuso pregiudizio che considerava i reparti del Regio Esercito, cobelligeranti insieme a inglesi, americani, neozelandesi, marocchini, poco più che una torma di volenterosi ascari, addetti all'umile e poco rischioso servizio di retrovia. Eppure solo qualche anno prima il giudizio sui nostri militari, impegnati nella guerra di liberazione, era stato ben diverso, se, nell'estate del 1947 il partito contrario alla ratifica del punitivo Trattato di Parigi aveva chiesto, per bocca di Benedetto Croce e Vittorio Emanuele Orlando, di far pesare, presso i vincitori, il contributo delle nostre armi nella lotta contro i nazisti, ricordando come esso fosse stato almeno pari a quello delle forze della Francia di De Gaulle, che ora sedeva trionfatrice al tavolo della pace. Il farlo, aveva aggiunto Nitti, avrebbe comportato però una precisa volontà politica, che fu assente per la maggioranza dei partiti riuniti nella Costituente i quali, come annotava Giulio Andreotti nel suo diario, «per tema di passar per nazionalisti dimenticano di essere italiani». In questo modo, il ricordo della guerra militare di liberazione venne rimosso dalla memoria della nazione, a tutto vantaggio di quello della resistenza civile, nonostante la notoria inefficacia dimostrata dalle formazioni partigiane sul campo di battaglia. Soltanto nell'ultimo quindicennio una attenta revisione storiografica, finalmente libera dall'ipoteca resistenziale, ha restituito la verità dei fatti, fornendo un'interpretazione esauriente, scrupolosa, obiettiva, che viene ora completata, grazie al contributo dei migliori specialisti della materia (Aga-Rossi, Rochat, Rusconi, Klinhkhamer), nel numero monografico degli Annali del Dipartimento di Storia dell'Università di Roma2, dedicato appunto alla Resistenza dei militari. Da questa ricerca collettiva emergono alcune cifre eloquenti, al di là di ogni ulteriore commento. Tra 8 settembre 1943 e 25 aprile 1945, il ricostituito esercito italiano mobilitò circa mezzo milione di uomini, di cui 400mila operativi, inquadrati in sei Gruppi di combattimento e nei superstiti reparti dell'Aeronautica e della Marina, ai quali vanno aggiunti 80mila uomini che operarono attivamente in Italia e fuori d'Italia, conservando, come le divisioni «Venezia» e «Taurinense» in Jugoslavia, proprio vessillo e autonomo comando, e i più di 700mila internati nei lager tedeschi che, nella quasi totalità, rifiutarono di collaborare con le forze germaniche. A fronte di questo consistente apparato di uomini e di mezzi, le milizie partigiane schieravano, nella primavera del 1945, 70mila unità, quando all'approssimarsi della vittoria finale si erano ingrossate di nuove leve provenienti anche da numerosi disertori della Rsi. Se non determinante, il contributo delle forze militari alla liberazione della Penisola fu comunque importante, in attività logistica e di sorveglianza delle retrovie, ma anche in episodi di guerra guerreggiata, che spesso si conclusero con successo, come accadde per la vittoriosa difesa della Corsica, nella battaglia del Garigliano e delle Romagne, negli scontri di Montelungo e di Monte Marrone, e più sovente si trasformarono nell'olocausto delle nostre truppe, soverchiate dalla preponderanza degli avversari. Di questo sacrificio sul campo dell'onore, in obbedienza al giuramento di fedeltà che legava soldati e ufficiali al legittimo monarca, fa testimonianza la tragica anabasi della divisione «Perugia» che, in Albania, dopo l'armistizio, rifiutò sia di consegnarsi ai tedeschi sia di unirsi ai partigiani, e, lottando accanitamente contro gli uni e contro gli altri, si aprì la strada fino alla costa, dove fu travolta dai più numerosi reparti della Wehrmacht, che passarono immediatamente per le armi i suoi 150 ufficiali. Un martirio, quello della «Perugia», a cui non toccò poi il risarcimento della memoria, invece generosamente tributato alla divisione «Acqui», massacrata a Cefalonia, dopo alcuni giorni di cruento combattimento, dalle truppe di montagna del generale Lanz, la quale sarebbe divenuta il simbolo di una presunta fusione tra resistenza militare e resistenza civile, accomunate dagli obiettivi della lotta patriottica contro il nazismo. Un'operazione della memoria, questa, di cui fu principale artefice il presidente della Repubblica Ciampi, nel discorso del marzo 2001, da alcuni interpretato come un'interferenza politica della «storiografia del Quirinale». Si disse, allora, che il dramma svoltosi nell'isola greca, nel settembre del 1943, presentava troppe e troppo gravi zone d'ombra, per essere assunto a simbolo dell'unità nazionale, a meno che di quella unità non si volesse fornire ancora una volta una versione del tutto compatibile con la vecchia vulgata resistenziale. L'episodio di Cefalonia si sviluppò, infatti, sul filo del rasoio dell'insubordinazione. I primi atti d'ostilità contro i tedeschi furono intrapresi contro la volontà del Generale Gandin, comandante del distaccamento italiano, convinto, come i fatti avrebbero tragicamente dimostrato, dell'impossibilità di opporre resistenza, in una situazione geostrategica ormai del tutto compromessa. Al braccio di ferro tra alcuni insubordinati e Gandin, si aggiungevano atti di ingiustificata violenza nei suoi confronti e contro altri ufficiali lealisti, che provocarono una situazione di collasso della catena gerarchica, a cui si tentò di ovviare con la convocazione di una sorta di soviet militare, dal quale sarebbe uscita la fatale decisione del ricorso alle armi. L'intero accaduto, che è stato giustamente definito «una pagina nera della storia militare italiana», conserva però, per l'opinione pubblica di sinistra, il grosso merito di «identificare il soldato di Cefalonia con il partigiano» (così scriveva l'Unità già nel settembre 1945), in colui per il quale, come fu detto da un autorevole intellettuale azionista, «l'unica guerra che può valere la pena di essere combattuta è la guerra civile».


Nonostante il mio professore di storia e filosofia al liceo classico fosse notoriamente un comunista di vecchia data (ai miei tempi anche consigliere comunale) non ci fece mai approfondire sui banchi di scuola, sotto il profilo storiografico, tutte le questioni ancora aperte e, a mio modo di vedere, irrisolvibili. Più tardi, però, a motivo del lavoro e dei territori regionali visitati (penso al lago di Garda, a Rovereto, Trento, Arco, Modena, Parma e Reggio Emilia, ed ora a Genova) ho dovuto, pigramente, fare un po' di chiarezza. Per un curioso nato quale sono era impossibile non domandarsi cosa fosse realmente avvenuto, mentre percorrendo i carruggi di Genova (medaglia d'oro al valor militare), o il corso principale di Rovereto, dovunque erano presenti targhe di marmo, steli, monumenti in ricordo di caduti e combattenti per la libertà. Tra i racconti tramandati "viva vox" da mio nonno (il tenente Michele la Forgia che, combatté sia la prima che la seconda guerra mondiale), ricordo quanto mi disse una volta (Lui non parlava molto ma quando lo faceva, ahimamma!!): “noi anziani abbiamo vissuto momenti difficili in guerra ma nonostante questo ho imparato la tolleranza; ho combattuto per garantire il rispetto delle idee di tutti, anche degli Altri”. Le manifestazioni servono a ricordare e il 25 aprile ha un suo proprio significato; tutto il resto è folklore (ha ragione quel cittadino che si recava al suo bar preferito ma solo sul folklore che preferisco scrivere con la K). Cos'altro aggiungere? Che, forse, a Molfetta se ne fabbrica in quantità industriale. Saluti.


..faccio una domanda a tutti. Scrivendo in questi posts.. potete esprimere la vostra opinione. Giusto?? Bene.. a mio avviso.. giusto per il fatto che uno debba esprimere un'opinione.. vuol dire che almeno segua quanto si dice.. vuol dire che almeno qualche competenza debba averla in merito. Bene.. quanti di voi hanno realmente vissuto il fascismo o il comunismo?? Siete consapevoli a cosa porti l'uno o l'altro? Siete connessi con l'Italia??? Una sola cosa vi accomuna.. sempre a mio avviso.. ossia il "cagnesco". Fa piacere che ancora oggi ci sia la capacità di non tollerare chi ci sta vicino e non ha la stessa nostra opinione. Bravi.. con voi rifaremo l'italia!Da tremendamente fastidio il vostro (parlo ad entrambi le fazioni) volersi immedesimare in vesti che non sono vostre. La "civiltà" avrebbe dovuto portarvi solo a COMMEMORARE tale giorno... e non ad infangarvi uno con l'altro. Ma perchè non spendete il vostro impegno nel guardare al futuro senza agire come un cane che si morde la coda?.. il quale si gira per prendersi la coda.. e gira, gira... e non va avanti. Tutti parlate di libertà, di uguaglianza, ecc ecc.. e non considerate che solo senza tensioni si va avanti.. Le vostre stesse opinioni hanno portato alle guerre.. e che facciamo vogliamo ricascarci??? Vivete di più la vita.. aprite di più gli occhi ed adoperatevi per un mondo migliore.. senza dare le gomitate al prossimo per farlo cadere... Spero che gente con questa mentalità assurda ce ne sia poca.. altrimenti.. poveri noi!








Oggi 25 aprile mi avviavo verso il mio luogo preferito nei giorni di festa, il bar duomo quando ho visto la banda che suonava. Amo la provincia, amo la banda e mi sono fermato a guardare. Ho visto le bandiere di alleanza nazionale. Ho pensato a quanta strada l'on Fini ha fatto fare a questo partito. Ho rivisto Fini al memoriale della shoah a Gerusalemme che onorava i miei morti, non i suoi , ovvero quelli di religione ebraica o di "razza" ebraica che il fascismo e il nazismo ci ha portati via. Sono rimasto stupito dallo striscione che questi giovani portavano "onore a tutti i caduti" e ai caratteri da loro usati per scrivere questo striscione e alle bandiere con simboli che pensavo dimenticati. Mi sono ricordato di quando bambino venivo portato al sacrario di Montelungo. Li sono sepolti i giovani dell'esercito del "regno del sud" che affrontarono per la prima volta le truppe nazi fasciste durante la battaglia di Cassino. E mi sono ricordato anche quando, sempre a cassino, venivo portato a visitare il cimitero anglo americano e per ultimo quello tedesco. Ricordo anche le parole che mi venivano dette: questi hanno lottato per fare in modo che i campi di sterminio non ci fosserò più, questi altri invece perchè ci fossero; sono tutti morti ed occorre rispettare tutti i morti ma se "loro" avessero vinto non ci sarebbero i cimiteri per tutti. Allora, si "pietà per tutti i morti" ma "onore ai caduti per la libertà". Questo ho voluto dire oggi al Sindaco Azzolini e principalmente ai giovani di alleanza nazionale che stanno affrontando un cammino che porta dai gagliardetti della decima mas alla visita della risiera di San Saba. Comunque siamo in provincia e quindi piccole cose: un giovane dell'altra parte "comitato.." ha rimproverato il sindaco perchè non ha fatto suonare "bella ciao", dimenticando che fratelli d'italia era il canto dei partigiani non badoliani, ancora piu divertente è che i giovani di "azione giovani" lo cantavano non rendendosi conto che quello è il canto dei peggiori nemici dei fascisti. Folclore solo folclore. Note finali: non so perchè ma mi devo sempre incavolare con i sindaci di molfetta, con l'ultimo di sinistra mi sono incavolato perchè aveva invitato il teatro di bagdad, saddam regnante, con Azzolini per questo. Credo davvero che non ci sia attenzione alle cose che si fa tutto a "pressapoco". Conclusione per evitare problemi la prossima volta vado al mio bar preferito facendo il giro dall'altra parte. Occhio che non vede cuore che non duole.

Quindici OnLine - Tutti i diritti riservati. Copyright © 1997 - 2022
Editore Associazione Culturale "Via Piazza" - Viale Pio XI, 11/A5 - 70056 Molfetta (BA) - P.IVA 04710470727 - ISSN 2612-758X
powered by PC Planet