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Sindrome da monumento CORSIVI
15 novembre 1999

A Molfetta, pare serpeggi la sindrome della polemica da monumento. Prima il Mausoleo a Icaro, che con quell’auto schiacciata fra due grossi macigni, ha fatto tanto parlare di sé, certo non con toni lusinghieri; ora il Monumento al Marinaio che - sostituitosi allo sfrattato Icaro - ancor prima della sua inaugurazione già portava in dote il suo strascico di polemiche. Polemiche tutte condensate in quel “Cultura per pochi? No grazie!”, gridato da uno striscione all’inaugurazione. Ma se nel caso del Mausoleo a Icaro, divenne quasi una moda parlarne male, in questo caso, le contestazioni appaiono più mirate. L’opera fu scelta da parte di una commissione di esperti e preferita ad altri settanta progetti circa, presentati - da altrettanti artisti - in quello che fu chiamato “concorso nazionale per idee”. Una scelta che allo stesso tempo però, ignorava completamente i favori del pubblico molfettese a cui fu data la possibilità - attraverso una mostra nella Sala dei Templari - di esprimere le proprie preferenze con un voto. Si voleva evitare un altro caso Icaro. Tanto che, quelle preferenze - almeno nelle intenzioni iniziali - dovevano avere un peso non indifferente sulla decisione finale della stessa commissione. Evidentemente le cose sono andate diversamente, visto che fra le circa 1800 schede votanti, quella di Maraniello risultava la scultura fra le meno indicate. “Abbiamo preferito - ha piegato Pietro Marino, critico d’arte e componente la commissione - un’opera che non fosse solo un monumento, che non si limitasse a rievocare dei valori, delle tradizioni collettive, ma che fosse anche arte”. E a chi, come Gaetano Grillo - altro componente la commissione di esperti - ritiene che “non era un campione rappresentativo della popolazione” (riferendosi ai 1800 votanti), si potrebbe rispondere - con la stessa poco condivisibile logica - che nemmeno la commissione stessa, a ben vedere, potesse ritenersi depositaria esclusiva di tale capacità rappresentativa. Intendiamoci: non vogliamo contestare i contenuti stilistici dell’opera (che, anzi, a modesto parere di chi scrive sono apprezzabili); né si vuole discutere l’indubbio spessore artistico dell’autore, riconosciuto anche oltre confine. Sentiamo, tuttavia, di comprendere taluni motivi di perplessità, quando si passa alle procedure di scelta adottati. Ma al di là di tutto, ciò che resta - e che di più conta - è il risultato finale, cioè l’opera con il suo significato e la sua funzione. Su questo, è giusto che i molfettesi si confrontino serenamente perché - per dirla con le parole dello stesso Maraniello - “è il segnale di come la scultura rivesta una importanza simbolica notevole, per la gente”. E se non è stato amore a prima vista, siamo sicuri che, quell’arco di onda, lo si imparerà ad amare presto. C. d. G.
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