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Scomparso l’artista George Farah
15 dicembre 2021

Si è spento l’artista George Farah, molto attivo nel contesto della nostra città e amato per la sua sensibilità, che traspariva nei modi gentili e raffinati e nella naturale affabilità che lo contraddistingueva. Era nato in Egitto nel 1945. Di formazione e cultura francese, si era laureato nel 1967 in lingua e letteratura francese, esperienza che si è tradotta nell’insegnamento portato avanti per lunghi anni nei due prestigiosi licei francofoni del Cairo e successivamente all’estero. Aveva studiato tromba e chitarra al Conservatorio del Cairo e coltivato assiduamente la musica, prendendo parte a una band fino all’età di 26 anni. La sua grande passione era la pittura, in un itinerario creativo che l’aveva condotto a esporre presso centri culturali delle ambasciate d’Europa e l’IFAO - Istituto Francese di Archeologia Orientale. In Italia ben undici sono state le sue mostre personali, in cui spesso le sue opere erano accostate a versi di sua composizione. Versi suggestivi, come quelli dedicati alla “Morte del gabbiano” (“Oggi si è disteso sugli scogli un gabbiano / volato in cielo per sempre, con due lacrime / nei suoi occhi belli che all’alba videro il sole / per l’ultima volta senza saperlo!”); talvolta composti anche in francese. Il pensiero corre a “Lueur d’espoir”, in cui l’angelica epifania della speranza proietta luce nel difficile esistere dell’uomo: “il me semble voir un ange descendre du ciel… / Miracle ou mirage? Le marécage de ma plate existence / se remplit soudain d’une éblouissante lueur d’espoir”… Un artista luminoso, sempre in emozionata auscultazione del mondo, con quel barlume di naïveté (in realtà materiata di cultura) che brillava nelle cromie squillanti come nelle sue figure impegnate nella perpetua danza della vita. Le sue esposizioni hanno tributato omaggi appassionati alla musica, come nell’allestimento dedicato alle donne effigiate insieme a strumenti musicali. Figure femminili ora sensuali ora immerse nella concentrazione; creature colte spesso nelle pose più svariate, soprattutto nell’attimo in cui lo sforzo si traduce in armonia e da bellezza nasce bellezza. Altro suo grande amore i gabbiani, emblema di un innato desiderio di vincere i vincoli della gravità e librarsi in volo. Cieli irrorati di luce e di sole, evoluzioni ora solitarie ora di gruppi tesi a declinare con gioia il verbo della solidarietà. Mari a volte increspati e crucciosi, ma sempre pregni di bellezza, come nell’icona suggestiva della nave che attraversa la tempesta, minacciata da marosi che nell’arco di un solo istante potrebbero involgerla e annichilirne l’esistenza. Non è forse questo il rischio insitio nel cammino di ogni uomo? E che dire delle sue superbe realizzazioni su papiro, omaggio alla sua terra d’origine? Restavamo incantati ad ammirare triremi cesellate con estrema finezza compositiva e realizzativa. E i suoi “Cavalli da amare”, lanciati nella corsa verso un ‘vago’ ignoto? Il pastello morbido o a cera, l’inchiostro di china, il pennarello nero, l’acquerello erano gli strumenti che offrivano all’osservatore una variegata gamma di soluzioni, in cui al realismo non mancavano di affiancarsi aperture all’automatismo psichico e a un colorismo più surreale, talvolta anche ad archetipi rivenienti dalla mitologia. Si pensi all’Amazzone, cui rinvia la bella cavallerizza dal seno nudo che affiora dalle acque come una visione proibita. Il nostro pensiero corre alla sua famiglia, a sua moglie Elisabetta, ai suoi figli e nipoti. “È finito il tuo sogno bel gabbiano, / ora devi solo ricordare i colori migliori del tuo mare / in cui volevi annegare eternamente” (Da G. Farah, La morte del gabbiano). © Riproduzione riservata

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