Non c’è assillo più grave per la mente umana che penare a lungo per le condizioni di salute dei propri cari. All’epoca del suo secondo matrimonio, toccò questo assillo anche a Gaetano Salvemini, che nella primavera inoltrata del 1924, quando entrambi i coniugi erano poco più che cinquantenni, vide intristire sua moglie Fernande Dauriac, debilitata da una grave malattia dovuta a una febbre tubercolotica. Le biografie degli uomini famosi il più delle volte trascurano questi frangenti, ritenendoli secondari o marginali. Tuttavia, per la vita di Salvemini, si trattò di un periodo veramente penoso, che seppe affrontare con coraggio e sollecitudine, prima per sostenere giorno per giorno la moglie, poi per affrontare la solitudine, quando Fernande in un primo tempo andò a ristabilire la propria salute a Cannes e in un secondo periodo si trasferì a Parigi. Non sapremmo nulla di queste e altre evenienze, intimamente illuminanti per i risvolti umani, se non ci fosse stato il lungo e duro lavoro di trascrizione e annotazione di studiosi come Alberto Merola, Elvira Gencarelli, Enzo Tagliacozzo, Sergio Bucchi, Ferdinando Cordova, Mimmo Franzinelli, Renato Camurri e altri, che hanno messo a disposizione dei cultori e dei lettori diversi volumi di carteggi salveminiani. Grazie alle numerosissime lettere pubblicate in questi epistolari, è possibile ricostruire, sia pure lacunosamente, alcuni frammenti esistenziali di questo grande figlio di Molfetta. Il primo accenno di Salvemini all’infermità di Fernande si coglie in una lettera fiorentina del 5 luglio 1924 inviata all’amico Gino Luzzatto. Senza precisare di quale morbo si trattasse, lo storicò riferì confidenzialmente che si trattava di una malattia seria, persistente e insidiosa, benché senza rischi immediati. Una località di mare avrebbe potuto portare giovamento. Perciò dopo alcuni giorni la coppia si trasferì in provincia di Lucca, presso il lido di Motrone di Versilia. Partendo in treno da Firenze, si scendeva a Viareggio e di qui si prendeva il tram per Motrone di Marina di Pietrasanta. Il posto, poco frequentato, era immerso nella tranquillità della natura, non lontano da una salùbre pineta. La silenziosa dimora era quindi l’ideale per il riposo e il ristabilimento di Fernande e per un isolamento propizio agli studi. Salvemini infatti stava lavorando sul carteggio del diplomatico conte di Robilant per una storia della Triplice Alleanza. Notizie più dettagliate sulla malattia di Fernande si ricavano da una lettera del 28 agosto da Salvemini inviata da Motrone a Mary Berenson. La Berenson era la storica dell’arte statunitense Mary Whitall Smith, moglie in seconde nozze del critico d’arte lituano-americano Bernard Berenson. Salvemini aveva iniziato a frequentare a Firenze i colti e ospitali Berenson dalla primavera del 1895, presentato dal comune amico Carlo Placci, entusiasta di quel rustico giovane provinciale fresco di laurea. Il quadro clinico della consorte è delineato già nell’esordio della missiva: «Carissima amica, da una decina di giorni Fernande sta molto meglio: ha ripreso il terreno perduto, e ne ha guadagnato altro. Il male al collo è molto diminuito; e non sembra ci sia più bisogno di operazione. Oggi, mi pare un po’ giù, veramente. Ma speriamo sia un falso allarme. Tutto dipende dal modo come si comporterà l’intestino: se questo non sarà investito dal male, allora sarà possibile una buona nutrizione; e nel miglioramento delle condizioni generali, anche il male al collo sarà vinto. Se l’intestino dovesse essere intaccato, sarebbe il disastro: una fine lenta, ma inesorabile. Le mie speranze vanno su e giù da un giorno all’altro. Ma da più che una settimana gioco al rialzo!». A Motrone di Versilia nel frattempo era sorto un inconveniente: il medico a disposizione non era più presente. Per questo bisognava trasferirsi – non senza grande rammarico – in una località marittima vicina. La scelta cadde su Forte dei Marmi, non ancora salita ai fasti dei decenni futuri. I dettagli stanno nel passo successivo della lettera: «Il tre settembre ce ne andiamo a Forte dei Marmi (Pensione Flora). Siamo rimasti qui senza medico; e ce ne andiamo dove il medico è sottomano. Non vorremmo che da un momento all’altro ce ne fosse bisogno! Anzi, il fatto che non c’è, ne farebbe nascere subito il bisogno! Sarà un gran dispiacere lasciare questo posto: che è divinamente bello, fra il mare e la pineta, senza troppo prossimo nelle vicinanze, silenzioso e sereno. Io vi ho lavorato assai e, credo, bene. A Forte dei Marmi non avremo più la pineta fuori delle nostre finestre; e non potremo evitare il prossimo, come qui. Ma saremo sul mare: e questo ci consentirà di isolarci nelle nostre stanze, e di goderci il mare come se fossimo soli». A questo punto Salvemini, commosso dalla vicinanza spirituale e dalla generosità dei coniugi Berenson verso Fernande e lui, espresse alla signora Mary tutta la sua riconoscenza: «Cara amica, Ella è proprio divinamente buona con noi. E noi non sappiamo come esprimerLe la nostra gratitudine. Veramente la vita merita di essere vissuta, se è dato incontrare via facendo delle amicizie così care e affettuose come quelle di B.[ernard] B.[erenson] e la Sua». La signora Mary aveva comunicato a Salvemini l’intenzione di mettere a disposizione dello storico e di sua moglie Fernande, al loro ritorno a Firenze, l’autovettura che i Berenson avevano a Fiesole nella stupenda Villa “I Tatti”, di loro proprietà. Salvemini accettò la generosa offerta e lo comunicò alla sua corrispondente, rivelando anche la sua preoccupazione per il rigido inverno fiorentino, deleterio per la salute di sua moglie: «A fine settembre, quando torneremo a casa, approfitteremo della offerta della automobile, e scriveremo ai Tatti per averla. Ma non sappiamo quel che faremo. Temo che Fernanda non potrà venire a passare l’inverno a Firenze. Se starà bene abbastanza, andrà a stare a Cannes, in una famiglia dei suoi amici d’infanzia, dove la spesa sarà modesta assai in proporzione alle comodità di cui godrà. Ma è inutile far prognostici. Viviamo alla giornata. Sarà quel che sarà». La permanenza a Forte dei Marmi, che Salvemini descrisse il 3 settembre al discepolo e amico Ernesto Rossi come posto «di una bruttezza inaudita», durò fino al 30 settembre fra alti e bassi. Difatti Fernande accusò un regresso dal 21 al 23 settembre, seguito da un miglioramento il 24 dello stesso mese. Lo si desume da una lettera fortemarmina del 24 settembre da Salvemini inviata alla giovane amica Elsa Dallolio: «Fernande ha avuto un peggioramento in questi ultimi tre giorni. Oggi sta meglio. Nella prossima settimana andrà a Cannes. Speriamo bene. Io tornerò a Firenze; e di lì poi andrò a Venezia». Prima di rientare a Firenze, Salvemini intendeva accompagnare la moglie in treno fino a Genova, di dove Fernande l’indomani si sarebbe poi diretta a Cannes. Un accenno a questi spostamenti è contenuto in una breve lettera indirizzata alla Dallolio dallo storico sotto la data del 29 settembre, da Forte dei Marmi: «Cara Elsa, sarò a Firenze domani sera, dopo avere accompagnato Fernande fino a Genova». Le successive notizie si attingono nuovamente da una lettera da Salvemini inviata a Mary Berenson il 2 ottobre da Firenze: «Carissima Mary, Fernanda è stata relativamente benino per questo mese passato. Il male al collo è rimasto veramente quasi immutato, ma le condizioni generali sono migliorate assai: faceva oramai anche delle passeggiate nientemeno di mezz’ora! Visto il bene, che le faceva evidentemente il mare, il dottore ha sconsigliato il ritorno a Firenze; e ci siamo decisi a farla andare a Cannes, dove è paying guest in una famiglia di suoi amici d’infanzia. Ha bisogno anche di non annoiarsi; e a Cannes avrà – speriamo – un po’ più di distrazioni, che non ne avrebbe a Viareggio o a Marina di Pisa, dove rimarrebbe sola». Data la vicinanza amicale con la signora Mary, Salvemini le aggiunse altri dettagli sugli spostamenti fatti da Fernande con lui e senza di lui, la prospettiva di un inverno in triste solitudine a Firenze e le sue speranze per il futuro: «Lunedì mattina [29 settembre] partimmo da Forte dei Marmi; io l’accompagnai fino a Genova; dormimmo a Genova; e martedì mattina [30 settembre] partì per Cannes. Ieri [1° ottobre] mi telegrafò tutto benone. Quel benone mi fa pensare che si trova a suo agio anche spiritualmente. Essa spera di tornare a Firenze alla fine di novembre. Io mi chiamerei fortunato, se potesse tornare guarita in primavera. Come Ella si può immaginare, la vita in questa casa vuota, durante l’inverno non sarà lieta per me; ma bisogna avere pazienza! Purché tutto finisca bene. E veramente comincio ora ad avere speranza che tutto finisca bene». Di certo Mary Berenson in precedenza per lettera si era mostrata disponibile ad aiutare Fernande e lo storico nelle spese straordinarie per le visite mediche e le cure farmacologiche. Salvemini, messo da parte il suo orgoglio, accettò l’offerta generosa con queste parole: «Per la spesa, cara amica, ci siamo sistemati in modo che speriamo di cavarcela con le nostre risorse normali per i bisogni ordinari. Siamo in deficit per i medici e le medicine: e alla fine dell’anno, quando scadranno questi impegni, ci troveremo scoperti per 1.500 lire. Allora, cara amica, ricorreremo a Lei con animo fraterno: B. B. e Lei sono le sole persone in questo mondo, di fronte alle quali non ci sentiamo mortificati nelle nostre ristrettezze per la loro generosità». Avuto l’assenso, Mary Berenson non solo, rimpinguando la somma indicata, provvide all’invio di denaro, ma si mostrò propensa anche a venire incontro ad eventuali altre difficoltà, considerata l’infermità di Fernande. Salvemini da Firenze, con una lettera del 25 ottobre, ringraziò sia per il prestito ricevuto, sia per la protettiva disponibilità della munifica amica: «Carissima Mary, grazie infinite della Sua lettera. In essa c’era lo chèque di 2.000 lire, che certamente coprirà tutti i nostri bisogni. Ella stia tranquilla su questo punto: se mai ci troveremo in difficoltà, sapremo a quale nostro “angelo custode” occorrerà rivolgerci». Salvemini, attraverso le informazioni ricevute dai medici, realizzò che la malattia di sua moglie le avrebbe accorciato in qualche modo la vita, ma Fernande a Cannes vide migliorare le sue condizioni di salute e dopo un certo tempo nel 1925, convalescente, si trasferì a Parigi, dove vivevano i figli Jean e Ghita Luchaire e la madre Gabrielle Caroline Louise Lapotaire. Messosi alle spalle il processo per il Non mollare ed espatriato clandestinamente dall’Italia dopo il 1° agosto 1925, Salvemini, fatta una breve permanenza nell’abbazia di Pontigny, riabbraccerà Fernande a Parigi il 5 settembre. © Riproduzione riservata
Autore: Marco Ignazio de Santis