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Ricordo di Dionisio Altamura
15 gennaio 2006

Per ricordare la sua figura e le sue opere riportiamo il bell'articolo di Giacomo Annibaldis pubblicato sulle pagine della cultura del quotidiano “La Gazzetta del Mezzogiorno” il 22 dicembre scorso, col titolo: “Dionisio Altamura il latinista resistente”. Gli era stato offerto un omaggio dai suoi allievi lo scorso anno, per i suoi 88 anni imminenti (compiuti nell'aprile 2005): il volume Scripta latina (Edipuglia), in cui - a cura di Domenico Lassandro - erano stati raccolti e presentati al pubblico degli estimatori e degli amici alcuni suoi contributi composti in latino. Ma Dionisio Altamura non era solo un fine latinista, di quelli ancora capaci di far risuonare la «lingua morta» e di alternare l'attività didattica (per anni docente di lettere latine e greche nel liceo-ginnasio «Q. Orazio Flacco» di Bari) con un impegno di ricerca filologica sul passato; era stato in seguito anche ispettore centrale e direttore generale del ministero della Pubblica istruzione; e - soprattutto - aveva una sua vita avventurosa da raccontare. Dionisio Altamura è morto l'altro giorno; ieri si sono svolti i funerali a Bari. Era stato una figura di riferimento negli anni della ricostruzione nel rapporto tra la città e il suo più prestigioso liceo, con personalità quali Michele D'Erasmo e Fabrizio Canfora. Era nato però a Molfetta: e l'amore per questa sua città traspare tutta in molte pagine memorialistiche italo-latine che lo studioso volle dedicare alle tradizioni della sua città (ricordiamo le ricerche sulle statue dei «Misteri» che sfilano durante i giorni della Passione, scolpite probabilmente da un artigiano veneziano) e ai ricordi della sua infanzia. Molte volte queste pagine di ricordi furono premiate ai Certamina, cui il professore concorreva (e vinceva) per quella sua passione verso la scrittura in lingua latina «padroneggiata con perizia e senza retorica», e che gli valse riconoscimenti pubblici, ma anche privati - quelli più ambìti, come le lusinghiere parole che il grande Manara Valgimigli gli rivolse allorché scoprì questi suoi scritti latini. Valgimigli era stato suo maestro, dopo Tommaso Fiore. In latino egli volle anche riassumere la sua amara esperienza di giovane ufficiale italiano inviato nell'isola di Rodi durante il secondo conflitto mondiale e, dopo l'armistizio del '43, le disavventure di «resistente» ai nazisti, nonché di prigioniero ad Atene e internato in vari campi di concentramento in Polonia e Germania. Venne liberato dai Russi. Scaturì da questa sua esperienza soprattutto un volume di memorie, dal titolo ironico: Viaggio gratis all'estero (Cacucci ed., 1990). In quegli anni non facevano molto audience le vicende della «resistenza» opposta alle armate naziste dai nostri soldati nel Dodecaneso e nei Balcani. Ora invece, l'interesse per quelle terribili storie a lungo «censurate» è andato crescendo: studi e film sul destino dei nostri soldati a Cefalonia, ad esempio, hanno varcato i confini italiani. Dionisio Altamura tornò sull'argomento pubblicando altri volumetti: Via Forno. Rapsodia (La Meridiana ed., 1996) e La risacca del tempo passato. Memorie di un antieroe (ancora da Cacucci ed., 2000). E nel 2001 Molfetta volle offrirgli un documentario tratto da questi suoi scritti, intitolato Il futuro della memoria. Nel rievocare quel periodo di lotta e di prigionia, Altamura non solo modulava in latino un canto di nostalgia per gli affetti famigliari (la nonna Cristina, il figlio nato e non ancora conosciuto), di ricordo della sua Molfetta; ma faceva trasparire la sua profonda fede cristiana (alcuni dei suoi componimenti latini erano resoconti di pellegrinaggi a santuari come Lourdes). Confortando la celebre tesi pascoliana che solo una «lingua morta» può fornire alla poesia e alla religione quelle «parole che velano e perciò incupiscono il loro significato, delle parole estranee all'uso presente». Giacomo Annibaldis
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