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Prima pagina & dintorni l’ultimo libro di Felice de Sanctis
15 luglio 2019

Un’operazione interessante, con il dichiarato intento di tracciare la “Storia di un Paese che non cambia mentre il mondo va avanti”, quella compiuta dal direttore di Quindici, Felice de Sanctis, con la pubblicazione, nel 2019, di un volume, Prima pagina & dintorni (Edizione Quindici 2019). Come dichiara Lino Patruno, nella Prefazione, si tratta di una “cavalcata degli articoli” scritti dal giornalista “negli ultimi trent’anni sulla ‘Gazzetta del Mezzogiorno’”. Ritratto di una terra in cui – bene scrive Patruno – “il movimento più rapido fra un punto e l’altro è l’immobilità”, tratteggiato da un intellettuale in grado di percepire i movimenti più celati del sociale, di intuire la sostanza che si vela nella quotidiana commedia degli errori, di prevedere – con fiuto notevole – sviluppi futuri (si considerino, in tal direzione, le osservazioni sulla Cina). Il florilegio di scritti di de Sanctis assume un valore notevole, per chiunque volesse misurare la contraddittoria parabola che dal 1984 ci conduce alle soglie del baratro di un dicembre 2018, quando la bussola sembra non indicare se non la totale mancanza di orientamento e il trionfo del qualunquismo. Agli inizi di questo viaggio nel tempo l’impresa di un giovane molfettese che, sul limitare dei trent’anni, correva in sella “per 99 giorni dal Messico al Canada”, inseguendo un sogno. Un atto di coraggio, accanto al quale si collocheranno negli articoli desanctisiani altri esempi, sospesi tra una sorta di divino furore e un senso dell’industria a tratti encomiabile. Se l’articolo successivo si poneva l’interrogativo, in relazione alla Murgia, sulle modalità con cui “frenare l’esodo dei giovani”, a p. 281, prima dell’appendice (“un piccolo album di ricordi”), si prospetta, in via paradossale (ma i paradossi che la rassegna ha descritto nel loro inverarsi sono tanti), trent’anni più tardi, l’ipotesi che il Mezzogiorno assurga a “improbabile paradiso fiscale per i nonni”. Il Sud è protagonista di questi scritti, nell’auscultazione delle sue contrade, in cui il lavoro nero, come il Direttore segnalava in un pezzo del luglio 2003, finisce con l’assurgere a necessità – o perlomeno per essere considerato tale. Continua è la riflessione sulla sperequazione che costantemente vuole noi meridionali figli di un dio minore, “per la carenza di infrastrutture”, l’inefficienza dei mezzi di trasporto, la mancata sicurezza sul lavoro, l’incuria nella manutenzione degli edifici scolastici. Un Sud spesso vittima della tentazione del clientelismo facile, non di rado pronto a baciare, con lo strumento di un voto impazzito e non sempre consapevole, i suoi stessi aguzzini e denigratori. Eppure non mancano gli esempi virtuosi, che de Sanctis esamina con il rigore dell’economista, raccogliendo e comparando dati, evidenziando connessioni, seguendo e prevedendo sviluppi futuri. Nel 2002 si soffermava su Lavello, “dal boom alla crisi attuale”, ma dedicava attenzione considerevole, nel medesimo anno, ad Altamura e al cosiddetto “triangolo del salotto”. Non manca, nelle sue inchieste, l’attuazione di un metodo prosopografico, che lo induce ad acquisire informazioni e tracciare biografie di figure che si sono distinte nei settori dell’economia e della politica. Molti sono gli articoli dedicati a Pasquale Natuzzi e alla sua holding, nel 1993 arrivata, unica azienda non americana del settore arredamento, a essere quotata in Borsa (nel 2018 essa avrebbe imboccato la via di una crisi da cui sembra ora riprendersi). Sono però tanti i personaggi di cui il giornalista segue le vicende, dal signor Tiscali al finanziere d’assalto Giribaldi, per poi proseguire con la galleria di molfettesi (in tal direzione il lucido “addio a Finocchiaro”). Più volte è ricordato, con nostalgia, il magistero, concretizzatosi in azioni di grande umanità, di don Tonino; in più circostanze de Sanctis richiama l’estrema attualità del pensiero del compianto vescovo della nostra diocesi, ma ammonisce in merito al rischio che l’“elevazione agli altari” possa determinare una sorta di ‘mummificazione’, con la cristallizzazione in un’aura beatifica e lontana di un operato luminoso, ma decisamente eversivo. Prima pagina & dintorni è un caleidoscopio, in cui rivivono, con sobrietà e commozione, le tragedie più laceranti (si pensi all’esempio della Truck Center), così come le assurdità da vaudeville cui la storia, antica e recente, del nostro Paese ci ha assuefatti. Anche dall’episodio apparentemente più insignificante, il giornalista riesce a trarre un’intuizione brillante. Così, quando il 24 agosto a un cittadino italiano viene recapitata una lettera con timbro postale del 29 dello stesso mese (“le Poste recapitano il futuro”), l’“attaccabrighe benigno” (così Patruno definisce Felice de Sanctis e sottoscriviamo tali parole) intravede subito gli scenari tipici della “solita furbata all’italiana” e formula ipotesi, assolutamente, direi terribilmente, sensate. Così come di grande equilibrio sono le riflessioni sui “super presidi della buona scuola”, sul caro benzina, sulla morte della pesca. Su un’Italia che invoca il cambiamento, ma – sorge il dubbio – in molti casi solo allo scopo di perpetrare la stessa, eterna, limbica stagione della stasi. © Riproduzione riservata

Autore: Gianni Antonio Palumbo
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