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Perverse ipocrisie
15 febbraio 2015

Quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi, ci è venuta in mente questa frase di Charles Hughes, importante giurista e uomo politico statunitense, riflettendo sui 20 anni della rivista “Quindici” e sulla mostra che racconta la storia della città attraverso le nostre copertine. Chi ha avuto la possibilità di visitare la Rassegna alla Sala dei Templari, non ha potuto fare a meno di notare due particolari: dal 1994 ad oggi, è cambiato molto poco in questa città e il giornale Quindici, mantenendo fede al primo editoriale, è rimasto diverso e quindi libero, denunciando quelli che erano e restano gli ostacoli allo sviluppo e alla crescita della città. Non per spirito polemico, ma per amore di quella Molfetta che avremmo voluto vedere diversa e migliore, mentre, l’abbiamo vista precipitare sempre più nel baratro, fra l’indifferenza generale. E mentre riflettiamo su questa realtà, fatta di miserie e ipocrisie, la memoria ci riporta a quel famoso saggio del lontano 1927 del filoso e scrittore Julien Benda, La Trahison des Clercs (Il tradimento degli intellettuali), ripreso 60 anni dopo dal nostro indimenticabile vescovo don Tonino Bello in un articolo col quale rimproverava agli intellettuali di restare chiusi nelle torri di avorio, mentre la città moriva. E proprio quel rimprovero ci spinse all’impegno, che continua ancora oggi, a fare qualcosa per dare il nostro piccolo contributo alla rinascita di Molfetta. All’epoca credemmo nel tentativo di un giovane sindaco Guglielmo Minervini, di cambiare retaggi consolidati di un tessuto produttivo parassitario, basati principalmente sulla speculazione edilizia nella quale una borghesia poco illuminata aveva riposto comodamente le proprie risorse. E si viveva di rendita anche grazie alle rimesse di marittimi ed emigrati, senza guardare al futuro, credendo che questo benessere effimero potesse durare in eterno. Perciò quel progetto di futuro fu fatto fallire, lasciando spazio ai predoni del pubblico, che hanno ingoiato tutte le risorse rimanenti. Così si è arrivati alla crisi degli ultimi anni, che ha visto non la redistribuzione della ricchezza, ma il suo accumulo nelle mani di pochi, col consenso di cittadini inconsapevoli di essere strumento di oligarchi del potere, impadronitisi anche della loro capacità critica di valutare una realtà sempre più drogata. E così il tentativo di trasformare in realtà concreta il messaggio di quel vescovo profeta, fu fatto miseramente fallire, collocando sugli altari il santo, credendo di mettere così a tacere anche quel residuo di coscienza che restava loro. Poi l’economia globalizzata ha precipitato indietro, fino a marginalizzarle quelle comunità che non avevano guardato a futuro e che avevano frenato gli impulsi dello sviluppo in un conservatorismo deteriore, legato ad un falso benessere immediato del mattone, pagato con la devastazione del territorio, lasciando anche gli artigiani del settore (muratori, idraulici, falegnami, ecc.) più poveri di prima. Perché l’edilizia, lo ripetiamo da anni, non produce sviluppo, ma solo finto benessere, soprattutto in una comunità non più opulenta, che non può permettersi di pagare prezzi elevati per prodotti di scarsa qualità e comunque lontani dalle necessità immediate. E così i figli di questa città hanno ripreso ad emigrare, non più con la valigia di cartone, ma con la laurea, il computer, il tablet e lo smartphone, sradicando affetti e depauperando risorse. A distanza di 20 anni da quel sogno, la città precipitata ormai in una crisi asfittica, provocata dalla politica depredatoria del centrodestra dell’ex sindaco Azzollini e dei suoi miserabili servi, si è affidata ancora una volta ad un giovane sindaco Paola Natalicchio, senza interessi e senza appetiti, per cercare di dare una svolta a Molfetta sulla difficile strada del cambiamento, per restituire quel futuro che era stato rubato ai giovani e all’intera comunità. Dopo il primo stordimento iniziale, dovuto ad una sconfitta elettorale imprevista, che brucia ancora e sulla quale piangono sconsolati dal candidato sindaco Ninnì Camporeale, al suo emulo Mariano Caputo, più dotato di risorse canore che amministrative, si è passati all’attacco fine a se stesso (ecco spiegata la vignetta di Michelangelo Manente: i boia della stampa). Obiettivo: impedire che il cambiamento in atto possa far emergere il deserto del passato per cui, non avendo idee e programmi, ci si affida al metodo della calunnia di scuola nazista, teorizzato da Goebbels, il capo della propaganda di Hitler, che ogni giorno ripeteva “calunnia, calunnia” per distruggere gli avversari e in modo che alla fine qualcosa rimanesse. Contro questo sistema ci battiamo e continueremo a batterci, per aprire gli occhi a un’opinione pubblica pigra, presa dai problemi della crisi quotidiana, che si affida ai sentito dire, alle calunnie, propagandate per verità e diffuse a larghe mani da questi personaggi. Ma forse, la responsabilità più grave dell’era Azzollini è stata quella di non aver fatto crescere una classe dirigente di destra, che potesse contrapporsi democraticamente alla sinistra, una classe fatta di giovani che, pur avendo risorse per proporsi come alternativa valida, oggi si limitano a ripetere gli schemi del passato, drogati da una visione ristretta del futuro, inseguendo falsi miti berlusconiani, rivelatisi ampiamente fallimentari. E’ questo il quadro della politica locale, nella quale si inserisce anche qualche personaggio politico, come Piero de Nicolo, oggi di centrosinistra, ma abituato opportunisticamente ad attraversare tutto l’arco partitico, soggetto intollerante alle critiche e al confronto democratico, perfino nelle significative citazioni del grande Gaetano Salvemini, che in bocca a lui rischiano di diventare bestemmie. Ci riferiamo a quella riportata dal suo manifesto di presentazione di un nuovo movimento politico, presunto riformista, che invece di portare la pacificazione da lui auspicata a parole, provoca ulteriori divisioni, per rispondere, forse, a qualche lobby cittadina, che non vuole il rinnovamento. “Sopprimiamo la discussione, e non ci resterà che la scomunica (in mancanza del rogo)”, cita il Salvemini dell’Italia scombinata in una Molfetta scombinata, proprio chi ripudia la discussione e il confronto con l’opinione pubblica e la stampa. È l’amara verità dei fatti, che ci tocca ancora una volta denunciare dalla nostra posizione di giornale che persegue un’informazione scomoda, dicendo quello che gli altri non dicono. E così ci tocca risentire le ipocrisie peggiori e perverse della prima repubblica: no a decisioni dall’alto, catene rotte, colpo d’ali, svolta, ecc. È andato avanti per slogan Piero de Nicolo esponente del Pd locale nel suo comizio presentato come dichiarazione di amore per la città, ma rivelatosi solo un j’accuse (elettorale?) verso il sindaco Paola Natalicchio e la maggioranza di centrosinistra della quale fa parte. Ha lanciato avvertimenti anche alla maggioranza di centrosinistra di cui fa parte nel suo lungo monologo (freudiano?), come l’ha definito lui stesso, che non ama confrontarsi con la stampa per timore di dover rispondere a domande scomode. E ha voluto mettere il sindaco sotto tutela, ricordandole che può mandarla a casa quando vuole, avendo fatto campagna acquisti anche nella lista della stessa Natalicchio e possedendo oggi un numero di consiglieri sufficienti a provocare una crisi. Insomma, un film già visto in una città alla quale viene negato ancora una volta il diritto al cambiamento. In nome di quali interessi politici? Quelli di fare un’alleanza con il centrodestra, quello di creare il cosiddetto grande centro, con l’insofferente Annalisa Altomare e i consiglieri canterini e frustrati del centrodestra, desiderosi di riscatto, al punto che non nascondono il loro livore? Staremo a vedere. Del resto non è difficile per noi essere facili profeti, basta avere un po’ di esperienza politica e professionale e anche di memoria, per chi oggi può considerarsi, non foss’altro che per l’età, come la memoria storica di Molfetta. Ma permetteteci prima di porci un interrogativo: ci è o ci fa? Potrebbe dirsi con linguaggio popolare. Insomma è ingenuo o fa l’ingenuo. È sprovveduto o fa lo sprovveduto? È scivolato sulla classica buccia di banana, o sperava che la cosa passasse inosservata? Come può una persona esperta come lui fare una scivolata sull’assunzione del figlio di una consigliera comunale a lui vicina, come Raffaella Ciccolella? È vero che alcuni consiglieri a lui vicini risentono di una immaturità politica, come hanno dimostrato in qualche occasione, dimostrandosi intolleranti alle critiche. Ma ammettiamo pure che lui non sapesse nulla, come mai, quando il sindaco l’ha cercato per avere chiarimenti in merito, si è negato? Tra l’altro proprio per dire quello che lui non ha detto, le sue dimissioni erano già nell’aria da quando è ventilata l’ipotesi di una sua candidatura alle prossime elezioni regionali. Da vecchia volpe (ma vorremmo ricordargli una detto toscano reso celebre dal suo amico Craxi, riferito ad Andreotti: le volpi prima o poi finiscono in pellicceria). Insomma, ha fatto intendere: decidete voi se me ne devo andare, dimettendomi dalla Multiservizi. La verità che De Nicolo non racconta è di decine di licenze edilizie rilasciate dall’amministrazione Natalicchio e non ritirate: non lo sa o finge di ignorarlo? Si informi. Queste sono solo alcune delle cose non dette da Piero de Nicolo (o dette fra righe minacciose), dietro le quali si nasconde e la paura di confrontarsi con la stampa, come Azzollini. Ma le verità scomode a “Quindici” piacciono e piace raccontarle nell’interesse dei cittadini, perché noi vogliamo veramente bene a questa città, senza interessi, come abbiamo dimostrato da 20 anni a questa parte. E vorremmo concludere proprio con Salvemini: “su tre italiani, uno è in buona fede, è bravo e va in galera, il secondo è una spia e il terzo un imbecille”. Intelligenti Pauca.

Autore: Felice de Sanctis
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