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Paradisi deliciani I nostri detti memorabili
15 giugno 2004

di Marco de Santis Centro Studi Molfettesi) Di paradisi in terra la gente comune fin dall'antichità ne ha sognati parecchi, più simili che diversi fra loro. Tutti quei siti ameni, che gli scrittori e l'immaginazione popolare idearono come luoghi di gioie e delizie straordinarie, vanno sotto il nome di paradisi deliciani. Tralasciando il mitico Dilmun dell'epopea mesopotamica di Gilgamesh o l'Uttarakura indù o il Jannât islamico con le urì, si può iniziare dal paradiso terrestre del racconto biblico: “Il Signore Iddio piantò un giardino in Eden, ad oriente, e quivi pose l'uomo, che aveva creato; e il Signore Iddio fece germogliare dal suolo ogni specie di alberi piacevoli da guardare e buoni da mangiare, e l'albero della vita in mezzo al giardino, e l'albero della conoscenza del bene e del male. In Eden nasceva un fiume che irrigava tutto il giardino e quindi si divideva in quattro rami. Il nome del primo è Fison, ed è quello che circonda tutta la regione di Evila, dove c'è l'oro: e l'oro di quel paese è buono; là si trova pure la resina profumata e la pietra onice. Il secondo fiume si chiama Gihon ed è quello che circonda tutto il paese di Cus. Il terzo si chiama Tigri ed è quello che scorre ad oriente di Assur. Il quarto fiume è l'Eufrate” (Genesi, 2, 8-14). Nella mitologia greca il paese delle beatitudini viene invece collocato ad occidente del mondo conosciuto. Omero nell'Odissea ricorda l'Elýsion pedíon, ossia “la pianura dell'Elisio, ai confini della terra, dove è il biondo Radamanto. Qui scorre facile agli uomini la vita: non c'è neve né inverno lungo né mai pioggia, ma sempre l'Oceano vi manda i soffi di Zefiro che spira forte portando frescura”. Esiodo nel poema Le opere e i giorni fa menzione delle Makáron nésoi (Isole dei Beati), sede di “uomini-eroi, chiamati semidei”, alcuni dei quali morti in guerra a Tebe e a Troia ed altri destinati da Zeus, figlio di Crono, in un luogo “lontano dagli uomini, fornendo loro mezzi e luoghi di vita, ai confini del mondo. Ed essi abitano, nelle Isole dei Beati, presso l'Oceano dai gorghi profondi, avendo il cuore senz'affanni, eroi felici, ai quali tre volte l'anno la terra feconda porta frutti fiorenti, dolci di miele”. Più o meno coincidente con le Isole dei Beati è pure il Giardino delle Esperidi, l'ultimo paese illuminato dal sole, oltre l'Oceano, dove gli autori classici scrivevano che avesse inizio il regno della Notte. Anche Plauto accenna alle Isole dei Beati, che traduce in latino alla lettera con la locuzione Fortunatorum insulae. Mentre nelle Georgiche Virgilio assegna al paradiso pagano il nome di Elysii campi (Campi Elisi), nell'Eneide in tre passi lo chiama Elysium. Qui, dove si svolgono gli “ameni convegni dei giusti”, si giunge venendo dalla parte delle “mura del grande Dite” nell'Averno e ci si purifica lungamente nei “prati felici” prima di rinascere. In un altro passo, Virgilio dipinge questi “luoghi felici” destinati a “sede dei beati” come amoena virecta fortunatorum nemorum, come “ameni prati dei boschi fortunati”. “Qui un'aria più libera riveste di luce purpurea i campi, che conoscono un proprio sole e proprie stelle”. Qui molti beati “banchettano sull'erba cantando in coro un inno di giubilo in un bosco profumato d'alloro, di dove per la selva sgorga in superficie la maggior parte del fiume Eridano”. È evidente la suggestione di Platone, che descrisse l'Elisio come luogo in cui stazionano temporaneamente le anime virtuose prima della rinascita e lo immaginò per primo con un sole più bello e splendente del nostro. Più tardi il geografo Pomponio Mela mantenne il nome di Insulae Fortunatae alle Isole dei Beati. Plutarco, poi, collocò le Isole Fortunate nell'Atlantico, lasciandocene ragguagli nelle Vite parallele: “Si tratta di due isole divise fra loro da uno stretto molto esiguo e distanti dall'Africa diecimila stadi [1700 km]. Godono di piogge misurate e rare; perlopiù vi soffiano dolci brezze, cariche di rugiada. Il terreno è buono e fertile […] ma produce anche in modo spontaneo e in abbondanza un frutto dolcissimo, sufficiente a nutrire la popolazione che vi abita oziando, senza dover faticare e preoccuparsi di nulla. Pure l'aria nelle due isole è salubre, giacché tutte le stagioni presentano un clima temperato e costante: e ciò a ragione dei venti. […] Si è perciò diffusa saldamente, anche tra i barbari, la credenza che là si trovano i Campi Elisi e la sede dei beati, cantata da Omero”. A sua volta Plinio il Vecchio, trascurando gli elementi marcatamente leggendari, nella Naturalis Historia ragguagliò le Isole Fortunate alle Canarie. Plinio descrive le Insulae Fortunatae soprattutto come luogo di meraviglie. Tutte e sette, a suo dire, abbondano “di frutti e di uccelli di ogni genere”. In più Canaria “è ricca anche di palme da datteri e di pigne. Vi si trova pure molto miele e nei fiumi si riproducono piante di papiro e pesci siluro”. Per il geografo Claudio Tolomeo le Insulae Fortunatae erano sei, ma coincidevano ugualmente con le Canarie. Di qui passerà Cristoforo Colombo, che le riconoscerà ancora come Isole Fortunate. Mentre il poeta cristiano Aurelio Prudenzio Clemente recuperò l'espressione virgiliana amoena virecta per designare il paradiso celeste, Dante restò più vicino alla seconda parte del citato stilema di Virgilio, cioè fortunata nemora, per indicare il paradiso terrestre, descrivendolo come divina foresta e selva antica scelta “a l'umana natura per suo nido” quale anticipazione “d'etterna pace” (Purgatorio, XXVIII). Collocato sulla cima dell'alta montagna del Purgatorio, l'eden dantesco incanta per i prati profumati e i boschi verdeggianti, carezzati da “un'aura dolce”, costellati di “vermigli” e “gialli fioretti”, irrigati da ruscelli cristallini e forniti di pomi che sulla terra non si raccolgono. Una fonte perenne si biforca in due fiumi, il Letè, che cancella la memoria del male, e l'Eunoè, che ravviva la memoria del bene. Per ottenerne l'effetto, vanno gustate entrambe le acque, che sono il vero nettare cantato dai poeti. L'età dell'oro non si svolse sul Parnaso, ma nel paradiso terrestre: “Qui fu innocente l'umana radice; qui primavera sempre e ogne frutto”. Fin qui gli elementi ricorrenti dei luoghi edenici sono gli alberi e la vegetazione lussureggiante, il clima dolce, i corsi d'acqua e i frutti prelibati, in assunzione prevalentemente spirituale. Con Boccaccio la dimora delle delizie diventa più materialistica e favolisticamente godereccia. Nel Decameron (VIII, 3) si trova la prima testimonianza del paese di Bengodi. La descrizione prende le mosse dalle pietre “virtuose”, di cui “le più si trovano in Berlinzone, terra de' Baschi, in una contrada che si chiamava Bengodi, nella quale si legano le vigne con le salsicce, e avevavisi un'oca a denaio e un papero [per] giunta, ed eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava più se n'aveva; e ivi presso correva un fiumicel di vernaccia, della migliore che mai si bevve, senza avervi entro gocciol d'acqua”. A questa favolosa terra ricca di cibi squisiti e vini deliziosi l'affamato medioevo ha dato anche un'altra denominazione, Paese di Cuccagna. In Francia il nome si conosce già dal XII secolo come Pais de cocagne. Pare che alla base ci sia il provenzale cocanha 'leccornia' o l'olandese medievale kokenje 'dolce preparato per le fiere'. Comunque sia, l'utopia di cuc(c)agna si diffuse in Italia segnatamente fra il Quattrocento e il Cinquecento, e come terra dell'abbondanza, del godimento e dell'ozio fu sognata dal popolino ed esaltata dai cantastorie. In un opuscolo stampato in Siena nel 1581, nella popolarissima Storia di Campriano contadino è inserito il Capitolo di Cuccagna, “dove s'intendono le maravigliose cose che si fanno in quel paese, dove che chi più dorme più guadagna. Et a chi parla di lavorare, li son rotte le braccia”. Il mito di Cuccagna conquistò anche il regno di Napoli e le parlate dialettali si impadronirono anche di questo sogno. Nel vernacolo di Molfetta il Paese del bendiddio alimentare si chiama Cuchêgnë. Se poi il miraggio gastronomico diventa un trionfo di maccheroni e spaghetti, meglio se condito col dolce far niente, si dice Cuchêgnë dë Prëcënéddë, Cuccagna di Pulcinella. Nella feste popolari era ricorrente u arvë dë la cuchêgnë, l'albero della cuccagna, un palo scivoloso dalla cui sommità pendevano prosciutti, salami, formaggi, polli, bottiglie di vino e altra grazia di Dio. Il termine cuchêgnë, comunque, non vale solo 'goduria, pacchia', ma per traslato indica anche il 'parassitismo della classe dominante', specialmente nell'esclamazione È nê cuchêgnë! (È una cuccagna! È una mangerìa!). Analogo o coincidente col Paese di Bengodi è u Paiàisë dë lë balzuàrdë, il Paese delle leccornìe, essendo i balzuàrdë o belzuàrjë i cibi più prelibati e introvabili, i più ghiotti e rari bocconi (in italiano, invece, i belzoarri sono le concrezioni degli intestini di alcuni ruminanti, cui nel medioevo si attribuivano virtù di contravveleno). Affine è anche la landa di Caltëscênë, paese favoloso, sede di cose eccezionali e fatti straordinari. Siccome il paradiso è un giardino e un bel giardino è un paradiso, nel dialetto molfettese paravàisë vale anche 'giardino, frutteto, pometo, agrumeto' (dal lat. medievale PARAVISUS, lat. classico PARADISUS 'giardino, parco', greco parádeisos 'giardino'). Valga come esempio il Paradiso della contrada Le Sedelle, nel secondo Ottocento detto anche Largo Paniscotti e poi Piazza Paradiso. Mentre i miraggi fallaci e le oasi meschine (come in certi presepi) vanno sotto il nome di paravàisë dë Cênnìëddë (paradiso di Giannello), eden di cartapesta per individui vanesi e presuntuosi, u ciardàinë d'Adêmë in senso proprio è il paradiso adamitico e sotto metaforica un frutteto delizioso o un podere rigoglioso e dilettevole. Torniamo ancora nel Paese dell'abbondanza con la duênéddë dë Fóggë (Doganella di Foggia), evocata dai pastori transumanti e dai mietitori pugliesi che stagionalmente si recavano nel Tavoliere e in Molise per la mietitura. Si tratta di una luogotenenza della ricchissima Dogana della mena delle pecore di Foggia, la Doganella d'Abruzzo, per la vendita e la esazione delle erbe “fiscali” ai possessori delle greggi provenienti dallo Stato della Chiesa e ai proprietari abruzzesi delle pecore “gentili”. Il riferimento è fiorito nell'arco di tempo che va dal dominio aragonese all'età dei Borboni. In epoca postunitaria, infine, per i diseredati, i disoccupati e gli emigranti l'Eldorado si è identificato con l'Êmérëchë o Êmérghë, l'America (soprattutto gli USA). Ancora oggi si sente dire Cè ssi acchjàtë l'Êmérghë? (Hai forse trovato l'America?), se qualcuno abusa della generosità di qualche altro. Un sinonimo di America naturalmente è Munnë nùëvë, Nuovo Mondo, usato specialmente, di fronte a forme ingiustificate o eccessive di stupore, nella domanda Cé si vvìstë u Munnë nùëvë? (Hai forse visto il Mondo Nuovo?). Nella foto: Il Paese di Cuccagna (stampa della 2a metà del Settecento, Raccolta Bertarelli).
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