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Omicidio Bufi, nuovi colpi di scena INCHIESTA – Accuse di inquinamento di indagini, soppressione di documenti, intercettazioni telefoniche scottanti. Primi proscioglimenti dalla magistratura di Potenza per giudici e carabinieri coinvolti nella vicenda
15 giugno 2003

Faccia a faccia con gli imputati. Non sarà una giornata facile per i genitori di Annamaria Bufi il prossimo 7 luglio. A undici anni dall'assassinio della figlia, ritrovarsi a un palmo dall'indiziato numero uno, Domenico Marino Bindi. E da chi, secondo il Sostituto Procuratore del Tribunale di Trani, Francesco Bretone, avrebbe aiutato Bindi fornendo false dichiarazioni (l'ex moglie Emilia Toni e l'amico Onofrio Scardigno) e chi, sempre secondo l'accusa, avrebbe “inquinato” le indagini, distruggendo e sopprimendo pubblici documenti (l'allora comandante della Caserma dei Carabinieri di Molfetta, Michele Pagliari). Quattro imputati chiamati dal Gip di Trani, Maria Teresa Giancaspro, a rispondere di pesantissimi reati. L'udienza preliminare attesa per il 7 luglio, non sarà davvero un momento facile per Franco Bufi e famiglia. Come tutti questi anni passati, del resto. Un vero percorso ad ostacoli. Duro e difficile. Con un unico obiettivo davanti. Ristabilire la verità. Prosciolti Messina, Seccia, Pinto, Pagliari: per la Procura di Potenza sono innocenti Capita spesso che un caso di cronaca giudiziaria si allarghi a macchia d'olio. Per restringersi poi bruscamente in corso d'opera. E poi, di nuovo, mostrare nuovi e inediti collegamenti, inattesi legami o impensabili conferme. Sta di fatto che il caso Bufi non è più semplicemente il “caso Bufi”. Non lo è ormai già da tempo. L'inchiesta bis aperta dalla Procura della Repubblica di Potenza a carico di magistrati e carabinieri, ha registrato una novità importante nelle scorse settimane. Prosciolto Alessandro Messina, il Pm che nel 1992 diede il via alle indagini sull'assassinio di Annamaria Bufi e accusato dal Pm Mariangela Magariello di abuso d'ufficio e favoreggiamento. Prosciolti dalle stesse accuse anche il magistrato Domenico Seccia, che riaprì le indagini quattro anni dopo, il maresciallo dei Carabinieri Michele Pinto, all'epoca dell'omicidio in servizio presso la caserma di Molfetta, e il colonnello Michele Pagliari, che tuttavia resta indagato nell'inchiesta condotta dalla Procura di Trani. Restano indagati, invece, i Carabinieri Pietro Rajola Pescarini, allora Comandante del Nucleo Operativo della Compagnia di Molfetta, Vito Lovino, all'epoca dei fatti Comandante della Stazione dei Carabinieri di Molfetta, Luigi Policastro, maresciallo capo in servizio presso lo stesso Nucleo Operativo e Antonio Rosato, vicebrigadiere. Con loro, anche l'avvocato Leonardo Iannone, ex difensore di Domenico Marino Bindi. Quattro carabinieri e un avvocato. Il Pm Magariello “Favorirono Bindi” Per la Procura di Potenza, i quattro carabinieri avrebbero redatto un verbale falso, quello relativo alla perquisizione eseguita il giorno dopo l'omicidio(nella foto, il luogo del ritrovamento del cadavere della ragazza), in casa di Bindi. L'appuntato Antonio Caldarulo avrebbe detto qualche anno più tardi che nel corso di quella perquisizione furono trovate scarpe sporche di terra. Ma di quel particolare non si lasciò traccia in alcun verbale. Le scarpe scomparvero anche dall'archivio della caserma, nonostante lo stesso Caldarulo lì le avesse riposte. Il Pm Magariello accusa oggi Rajola, Lovino, Policastro e Rosato di aver omesso nel verbale quel dato importante, oltre che la presenza di Caldarulo al momento della perquisizione. Non solo. I quattro carabinieri “con violazione dei doveri inerenti la pubblica funzione esercitata” avrebbero “aiutato Bindi… a sottrarsi ad atti di investigazione e di indagine…. persistendo in tale favoreggiamento personale… dal 4 febbraio 1992 fino al 2001”. Per la Procura di Potenza Rosato avrebbe inoltre attestato il falso, quando, nel verbale di perquisizione della palestra di Bindi, apportò la firma dell'appuntato Caldarulo, che invece alla perquisizione non prese mai parte. Per l'avvocato Iannone, che ha rimesso l'incarico di difensore di Bindi, resta in piedi l'accusa di aver “aiutato i militari della caserma dei carabinieri di Molfetta… a eludere le investigazioni”, fornendo, tra l'altro, “informazioni sull'indagine collegata a carico di Bindi”. Potenza, la famiglia Bufi non ammessa a parlare In altre parole: Potenza non cambia di una virgola l'impianto accusatorio a carico di cinque indagati. “Archivia”, invece, le indagini per i due magistrati Messina e Seccia e per i due carabinieri Pagliari e Pinto. Sulla loro posizione, la famiglia Bufi non ha potuto presentare la mole di contro-osservazioni alla richiesta di proscioglimento. Perché Franco Bufi, padre della ragazza, secondo il Gip Gerardina Romaniello, non è “persona offesa” dai reati di favoreggiamento e abuso d'ufficio. Ma, anche su questo, il padre di Annamaria è pronto a dare battaglia. “Il nostro legale, Giuseppe Maralfa – dichiara Franco Bufi - è stato in un primo momento ammesso a parlare, perché l'abuso d'ufficio, ci è stato detto, è comunque da ritenersi reato plurioffensivo, e quindi tale da consentire le nostre osservazioni”. Così in un primo momento. “Soltanto dopo è arrivata la dichiarazione di inammissibilità: non abbiamo potuto contestare l'archiviazione e il proscioglimento per i quattro indagati a quel punto è stato immediato”. Risultato: già partiti due esposti al Csm (da Franco Bufi e dal Sostituto Procuratore di Trani Francesco Bretone) e un ricorso in Cassazione, di nuovo controfirmato dal padre della ragazza. 4 luglio: il Csm si pronuncia sul Pm Alessandro Messina “Toghe contro toghe”, è stato detto e scritto da qualcuno, a proposito del caso Bufi. “Fango sulle istituzioni”, hanno risposto altri, a vario titolo e nelle sedi più disparate. Eppure dopo l'inchiesta avviata dalla Procura di Potenza, è intervenuto anche il Csm su sollecitazione del tenace Franco Bufi. Autore di tre esposti, a cui hanno fatto seguito due risposte dalla Presidenza della Repubblica. La posizione disciplinare del Pm Alessandro Messina sarà per questo oggetto di una seduta del Csm il prossimo 4 luglio. A difendere Messina, il vice sostituto procuratore nazionale Antimafia Antonio Laudati. Un altro, ennesimo, pezzo del “caso Bufi”. Un'altra verità che tutti, da tempo, attendono di conoscere. “Quella sera, sulla strada di Bisceglie…”. E Scardigno finisce sul banco degli imputati C'è poi l'inchiesta condotta dalla Procura della Repubblica di Trani. Quella principale. Messa in ombra, forse, negli ultimi mesi dalla “guerra fra toghe”, ma che resta pur sempre l'inchiesta numero uno. Alla quale spetta appurare se ad assassinare Annamaria è stato Domenico Marino Bindi. E se sua moglie, Emilia Toni lo aiutò a evitare le indagini, fornendogli alibi falsi e false dichiarazioni: per lei il reato contestato è favoreggiamento. Stessa accusa da cui dovrà difendersi Onofrio Scardigno, diventato nel corso delle indagini uno dei tasselli chiave dell'inchiesta. Amico di Bindi, Scardigno sarebbe stato testimone di una circostanza inquietante. “Quella volta quando lui (ndr. Bindi) stava ubriaco sulla strada d vscegghi (ndr. traduzione: di Bisceglie)… ca le memm (ndr. che la mamma disse: ), che stavamo alla villa… facì cur (ndr. disse quello) … però idd…non e mec, idd parlev sul saul (ndr. però lui… non a me, lui parlava da solo)… ”. La voce registrata sui nastri finiti nelle mani degli inquirenti pare essere proprio quella di Scardigno. A colloquio con un conoscente. Un collaboratore di giustizia, che per questa sua delicata posizione personale, era abituato a portare sempre con sé un registratore. Così quella conversazione finì sui nastri. E il giorno dopo sulle scrivanie degli inquirenti. Interrogato, Scardigno ha sempre sostenuto di non aver sentito da Bindi pronunciare quelle assai compromettenti parole, né di ricordare il nome dell'amico con il quale andò a prendere lo stesso Bindi sulla strada per Bisceglie. Ma contro di lui, di nuovo è la sua stessa voce a dire il contrario. “Quello… è venuto all'officina con il registratore e gli ho detto che quello ha detto quelle parole… nelle sue parole diceva (ndr. Cosa ho fatto, cosa ho fatto)… sta tutto registrato… è venuto giù col registratore e ha registrato tutta la conversazione”. A poche settimane da quel colloquio col conoscente “armato” di registratore, Scardigno era davvero arrabbiato: parlava così alla moglie, nei locali del Commissariato di Trani, subito dopo essere stato interrogato. Non sapeva di essere visto e ascoltato dalle apparecchiature della polizia scientifica. Oggi le intercettazioni ambientali, però, parlano chiaro. E Scardigno di questo dovrà rispondere in tribunale. Le verità delle intercettazioni Già, le intercettazioni. In aula, c'è da giurarci, si ascolteranno molte volte le voci registrate su nastro di testimoni, imputati, carabinieri. Intercettazioni telefoniche e ambientali disposte nel corso di questa e altre precedenti inchieste. Intanto, pare accertato il dato sulla manipolazione dei nastri frutto delle intercettazioni ordinate dagli inquirenti nel 1992, subito dopo l'omicidio, e nel 1997, quando l'inchiesta fu riaperta per la prima volta. Il prossimo 7 luglio, contestualmente all'udienza preliminare a carico dei quattro indagati, il Gup del Tribunale di Trani, così come richiesto dal Pm, dopo aver affidato a un perito l'incarico di trascrizione delle intercettazioni telefoniche e ambientali disposte nel corso di questo e altri processi, ne acquisirà i risultati. E altre novità potrebbero emergere da quei nastri. Altre verità. Nascoste nelle pieghe di conversazioni, confidenze, dialoghi che parlano anche di Annamaria e della sua tragica fine. 7 luglio: rito immediato per Bindi e l'ex moglie Emilia Toni Per l'udienza preliminare del prossimo 7 luglio Domenico Marino Bindi e l'ex moglie Emilia Toni hanno già chiesto il rito immediato. Significa, in sostanza, che eviteranno il decreto di pronunciamento del Gup. Per andare direttamente in Corte d'Assise, dove il processo potrebbe avere ufficialmente inizio il prossimo ottobre. Perché i due ex coniugi hanno chiesto il rito abbreviato? Per quale ragione, visto che il codice penale prevede questa procedura nel caso di “prova evidente” in favore degli imputati? Il padre della vittima all'indiziato numero uno: “Che confessi l'omicidio” Franco Bufi è amareggiato. Ma non stanco. Il processo per l'omicidio di Annamaria sta per iniziare. E lui, padre caparbio e deciso a fare giustizia della morte della figlia, si prepara. Nei giorni scorsi ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Trani per il contenuto di alcuni articoli apparsi sulla stampa locale. “Infamanti e minatori nei confronti di testimoni chiave del processo per la morte di mia figlia”. Anche il processo sarà un banco di prova molto duro per la famiglia Bufi. L'indiziato numero uno ad oggi è e resta Bindi, il professore di educazione fisica assai più adulto di Annamaria, che per otto anni fu il suo amante. Gli indizi a suo carico sono molto pesanti. “Che confessi l'omicidio”, sbotta Franco Bufi. “Anni e anni di indagini sono serviti a raccogliere molti tasselli su questa vicenda. Ora mi aspetto soltanto che finalmente emerga la verità”. La verità, semplicemente. Tiziana Ragno
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