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Omicidio Bufi: legittimo sospetto, ricusato il giudice IL PROCESSO – Colpo di scena all'ultima udienza in Corte d'Assise. Ma il dibattimento per ora continua
15 febbraio 2004

108 pagine con cui la Parte civile – con una richiesta di rimessione per legittimo sospetto - cerca di convincere la Corte di Cassazione che la Corte di Assise presso il Tribunale di Trani non è più libera di decidere con imparzialità sull'omicidio Bufi. E' questo l'ultimo tentativo, in ordine di tempo, che il padre della povera ragazza fa per cercare di smuovere una verità arenata da più di dodici anni e che ancora non è riuscita a consegnare alla giustizia l'assassino della povera Annamaria (nella foto). 108 pagine in cui l'avvocato della parte civile Bepi Maralfa denuncia anni di omissioni, ritardi, pressioni ambientali: “Dieci anni di indagini condotte dagli inquirenti con incredibile superficialità, con omissioni gravi e errori investigativi grossolani… non importa se si tratti di dolo o no, ciò che evidenzieremo e che questi comportamenti sono andati in un'unica direzione, quella del principale indiziato: Bindi Marino Domenico”, sono queste le parole che usava il dott. Bretone, PM (il terzo) del processo quando nel 2001 acquisì i fascicoli dell'inchiesta. Le scarpe sporche di terriccio, che l'Appuntato dei carabinieri Caldarulo sostiene di aver trovato, poi scomparse e quindi mai acquisite come prova, l'alterazione e la sparizione di alcuni nastri di intercettazioni telefoniche, il rapporto di amicizia fra i fratelli Bindi e l'ex Pm dell'inchiesta Alessandro Messina. Questi sono solo alcuni dei motivi della richiesta della Parte Civile a cui va aggiunto il presunto atteggiamento ostile dell'attuale Presidente della Corte di Assise di Trani, Concetta Russi, la quale è stata ricusata all'indomani dell'udienza dell'11 febbraio dalla madre della ragazza. Altre 46 pagine di elementi tesi a rilevare la non assoluta imparzialità del Giudice, una fra tutte, secondo la parte civile, l'affermazione durante l'interrogatorio del padre della ragazza: “ …Vi siete un po' fissati con questo…” riferendosi al Bindi. E allora il ricorso al nuovo testo dell'art. 46 del Codice di Procedura Penale, rientrato in vigore dopo l'approvazione della Legge Cirami sul legittimo sospetto, e la ricusazione del Giudice sembrano le uniche vie d'uscita per un processo che sembra sempre più chiudersi su se stesso. Intanto però si va avanti. E' stata, infatti, rigettata la richiesta, sempre avanzata dall'avvocato della Parte Civile, di sospendere il processo fino alla pronuncia della Cassazione in merito alla richiesta di rimessione, e quindi si è proceduto all'interrogatorio dei teste previsti. L'udienza dell' 11 febbraio Resterà comunque la richiesta di rimessione l'elemento più interessante dell'ultima udienza. Gli interrogatori infatti dei fratelli Di Liddo (rispettivamente ex collega ed ex alunno del Bindi) e di Fabio Bellotta (un carabiniere che all'epoca dei fatti prestava servizio nella stazione dei carabinieri di Molfetta) non hanno portato nessuna novità rilevante. Gli amici della palestra hanno per lo più chiarito le abitudini del Bindi nella stessa palestra e si è cercato (vanamente) di definire con maggior precisione gli orari in cui i due avrebbero visto il Bindi quel 3 febbraio 1992 (il giorno dell'omicidio): tra le 21.30 e le 21.45, come peraltro già risultava dai precedenti interrogatori. Il militare dell'arma, invece, oltre ad aver chiarito di non aver mai sentito né visto scarpe sporche (uno degli elementi chiave dell'accusa su Bindi), ha portato come unico elemento interessante, un ricordo relativo ad un diverbio particolarmente acceso che coinvolgeva il maresciallo Policastro. Nessun indirizzo utile invece dagli altri due teste Francesco Spadavecchia e Fabio Bellotta, che non hanno fatto che confermare le precedenti dichiarazioni. (Nella foto, una pausa del processo:i difensori di Bindi esaminano alcuni documenti processuali). Un passo indietro: l'udienza del 28 gennaio Prima che cominciasse a pendere la spada di Damocle della ricusazione, il processo aveva avuto un'udienza abbastanza movimentata, anche se senza particolari colpi di scena dal punto di vista processuale. A parte la prevedibile richiesta di Anna Andriani moglie dello Scardigno (altro imputato accusato di favoreggiamento) di avvalersi della facoltà di non rispondere, garantitale in quanto teste affettivamente legato ad uno degli imputati, e l'interrogatorio di routine all'avvocato Nicola Morgese, il quale oltre ad essere stato molto vicino alla famiglia Bufi nel periodo dell'omicidio (tanto che erroneamente in una trasmissione di Rai 2 di quegli anni veniva presentato come avvocato di Parte Civile) era anche associato con l'avvocato Iannone (ex difensore di Bindi e coinvolto nell'inchiesta di Potenza per favoreggiamento), è stato soprattutto l'interrogatorio a Michele Nanna a destare interesse. Personaggio strano, ex frequentatore della compagnia di Bindi, con precedenti penali tanto scabrosi da non poter essere raccontati in aula (è stato lui stesso a chiedere di far sgomberare l'aula, quando gli sono stati chiesti chiarimenti sulla sua posizione) e la passione per il registratore (“ho registrato tutte le mie conversazioni commerciali da cinque anni a questa parte e posso provarlo”), Nanna è un teste chiave per l'accusa grazie proprio ad alcune delle sue registrazioni. Si sarebbe infatti incontrato per affari sia con Onofrio Scardigno che, in un secondo tempo, con sua moglie salvo poi trovarsi ad ascoltare (e quindi a registrare) le confessioni dei due che – secondo la parte civile - inchioderebbero il Bindi. “Ormai è una larva umana…” “… l'ha fatto senza volerlo.” sarebbe stata la confessione di Anna Andriani. Il marito invece (Onofrio Scardigno) avrebbe raccontato della famosa telefonata ricevuta dalla mamma del Bindi che gli chiedeva di raggiungere il figlio sulla SS 16 bis (dove fu trovato il corpo di Annamaria Bufi) la notte dell'omicidio. Prove importanti, dunque se non fosse per la “particolarità” del teste che la difesa ha cercato di screditare in tutti i modi, provando a dimostrare (anche con discreto successo) che quelle registrazioni non furono fatte casualmente. Prossima udienza il 25 febbraio. Fabrizio Fusaro SCHEDA Cosa prevede il codice di procedura penale Rimessione, che succederà adesso? Dopo la richiesta a sorpresa del padre di Annamaria di rimessione per legittimo sospetto, occorre adesso capire quali sono le fasi che dovrà seguire ora il travagliato processo. Come detto la richiesta, corredata delle famose 108 pagine di allegati concernenti le motivazioni, è già stata trasmessa alla Corte di Cassazione. Ora in camera di consiglio la Corte deciderà, dopo aver assunto le necessarie informazioni se accoglierla. Prima però potrebbe richiedere con ordinanza, la sospensione del processo, richiesta peraltro avanzata preliminarmente proprio dalla Parte Civile. Se la richiesta venisse accettata, la Corte di Cassazione dovrà designare un nuovo giudice che dovrà dichiarare se e in quali parti gli atti compiuti conservano efficacia. Ciò significa, anche se è poco probabile, che il processo potrebbe, in sostanza, ricominciare. Ma oltre alla Corte di Cassazione, in merito alla richiesta della Parte Civile dovrà pronunciarsi anche la Corte Costituzionale. Il nuovo testo del Codice di procedura penale, di recente modificato a seguito della legge Cirami sul legittimo sospetto, agli art. 45 e 46 infatti, non prevede la possibilità per la Parte Civile di presentare istanza di rimessione, garanzia quindi assicurata solo a PM e imputati. L'omissione violerebbe l'art. 3 (diritto di uguaglianza) e 24 (diritto alla difesa) della Costituzione e pertanto dovrà essere proprio una sentenza del massimo organo di garanzia costituzionale a pronunciarsi sul contenuto della norma, rendendo così legittima la richiesta della famiglia Bufi (Parte Civile appunto). Insomma, la situazione si complica ancora, quasi che 12 anni di colpi di scena non fossero bastati. Fabrizio Fusaro
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