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Omicidio Bufi, delitto misterioso. Ancora per poco IL GIALLO - Riaperte le indagini dopo 9 anni. Indagato e arrestato il suo amante Domenico Bindi
15 gennaio 2002

Un omicidio ancora senza soluzione. Una ragazza di 22 anni, Annamaria Bufi, viene trovata morta, il 4 febbraio di nove anni fa. Assassinata dai colpi di un corpo contundente e scaricata sulla statale SS16 bis, all'altezza dell'uscita della zona artigianale. Morta per uno shock emorragico, dovuto alle lesioni encefaliche: è questo quello che il medico legale, presente quella notte, dichiarerà anche dopo, a distanza di mesi. Le ipotesi sul possibile assassino iniziano a rincorrersi. Annamaria era una ragazza tranquilla, senza grilli per la testa. Nessuna cattiva amicizia. Nessun affare di droga. Niente di niente. Poi, dopo poche ore, spunta il nome di Domenico Marino Bindi, docente di educazione fisica, noto in città per la sua fama di sportivo. Era l’amante di Annamaria, da sette anni. La famiglia non sapeva. Annamaria si confidava con le sue amiche, con una in particolare, e naturalmente con il suo diario. Quelle pagine raccontano l’amore per Domenico Bindi, una relazione fatta anche di affetto e di dedizione. Annamaria non si sentiva soltanto la sua amante. Bindi viene ascoltato come “persona informata dei fatti”. Dice di aver intrattenuto con Annamaria una relazione puramente sessuale, senza alcun coinvolgimento affettivo. Fornisce un alibi. Era nella sua palestra a Bisceglie: l’hanno visto altre quattro persone, così dice. In palestra è rimasto fino alle 22. Poi è tornato a casa, da sua moglie. L’autopsia avrebbe accertato che l’omicidio era avvenuto alle 21. Quando Bindi, come lui aveva dichiarato, era ancora in palestra. Quell’alibi viene recepito dalle indagini (condotte dall’allora Pm Alessandro Messina), ma le verifiche vengono fatte solo cinque mesi dopo. A luglio due delle quattro persone citate da Bindi vengono ascoltate. Confermano quell’alibi, ma in modo piuttosto vago, com’è comprensibile a distanza di mesi. Gli altri due testimoni, saranno sentiti quattro anni dopo, quando le indagini saranno riaperte da un altro Pm (Domenico Seccia). Durante la perquisizione a casa di Bindi i carabinieri trovano un paio di scarpe da ginnastica dell’uomo, imbrattate di terriccio. E’ un dato acquisito soltanto nel corso delle ultime indagini, avviate e tutt’ora condotte dal Pm Bretone. Ma di quelle scarpe e del loro sequestro non si trova traccia in alcun verbale di allora. Chi nel 1992 le trovò durante la perquisizione, oggi testimonia l’accaduto, rivelando un fatto molto importante. Bindi ha sempre affermato che lui e Annamaria, durante i loro incontri, non erano soliti scendere dall’auto. Piuttosto, con altre donne, Bindi si appartava all’interno di ville e casolari abbandonati. In particolare, ricorda Bindi, in una delle ville c’era un tavolo di pietra. Di quel tavolo di pietra, molto probabilmente lo stesso di cui parlava Bindi, come affermano gli inquirenti, parlò spesso anche Annamaria, raccontando i suoi incontri d’amore alle sue amiche. Questo potrebbe voler dire, dunque, che mente Bindi quando dice di non essere mai sceso dall’automobile insieme con Annamaria. In tal caso il particolare delle scarpe sporche di terriccio (insignificante se, invece, si fossero accolte le dichiarazioni di Bindi sul fatto che mai i due si recarono in una villa in campagna), sarebbe molto importante, soprattutto perché di terra erano imbrattati anche gli abiti che vestivano Annamaria al momento del ritrovamento del cadavere. Ancora, a poche ore dall’omicidio, i carabinieri ispezionano l’automobile di Bindi. L’auto, una Renault Nevada, è stata lavata da poco. Anche il vano portabagagli, come dichiarerà l’allora appuntato, autore dell’ispezione. Anche la sua testimonianza è stata acquisita solo qualche mese fa, durante le ultime indagini. Prima del 2001 nulla si sapeva di quella perquisizione. Perché anche di questo dato, fondamentale ai fini dell’accertamento della verità, non esistono verbali stesi nel 1992, a ispezione ultimata. Bindi non lavava spesso la sua automobile, e quindi, dedurrà l’attuale Pm Bretone, il fatto avrebbe dovuto destare sospetti. Quella Renault, inoltre, un mese dopo l’omicidio fu venduta dallo stesso Bindi. Ma il professore di educazione fisica viene ritenuto estraneo ai fatti e nel 1992 non appare iscritto nel registro degli indagati. Anche dalle intercettazioni telefoniche a cui viene sottoposto Bindi e la sua famiglia, le indagini dell’epoca non traggono alcun elemento significativo. Eppure, sarà accertato nell’ottobre scorso, in una di quelle telefonate intercettate, l’ex moglie di Bindi diceva: “Siccome il giudice conosce bene tutti e due, sia Mino (attuale indagato) che Poldo, gli ha detto che solo perché li conosce gli ha evitato il fermo”. Allora queste affermazioni furono lasciate cadere. Oggi il Pm Bretone le recepisce e, a proposito delle intercettazioni telefoniche di allora (sospese il 16 luglio), aggiunge: “I nastri non sono copie originali, le parti mancanti sono state cancellate sovraincidendo suoni a frequenze regolari a simulare un guasto tecnico di origine meccanica”. E poi: “Alcune telefonate sono state cancellate”. Intanto, nel 1992, si percorrono altre piste. Quella dello zio della ragazza, subito scartata. L’uomo viene sottoposto alla prova del “guanto di paraffina”. Inizialmente, infatti, per errore (nonostante poi il medico legale abbia completamente disconosciuto quest’ipotesi), si pensò che Annamaria fosse stata uccisa con un’arma da fuoco: un fucile a canne mozze. Lo zio di Annamaria, guardia campestre, possedeva una pistola, e per questo si ritenne opportuno sottoporlo a verifiche. Un’ipotesi, si vedrà subito, assolutamente sbagliata. Poi, ancora, spuntò la “golf beige”. Di automobile ferma sotto casa di Annamaria (soltanto di “automobile”, e non di golf) aveva parlato la cugina della ragazza. Alla guida dell’auto c’era un ragazzo, e Annamaria chiacchierava con lui. “L’assassino potrebbe essere lui”, si disse. Ma poi si scoprì che anche quelli erano soltanto falsi indizi. Annamaria alle 20.50 era stata vista a corso Umberto in compagnia di altri amici, e evidentemente quel ragazzo non poteva essere l’assassino. Le indagini stagnano. Il caso viene archiviato il 18 dicembre 1992, a dieci mesi dall’omicidio. Passano quattro anni. La famiglia non si rassegna. La convinzione che non tutto sia stato adeguatamente indagato, non tutte le strade sufficientemente percorse, rimbalza continuamente nella mente dei genitori di Annamaria. Bindi, nel frattempo, non si presenta ai genitori. Non una telefonata, non una lettera. L’uomo evita evidentemente ogni contatto con la famiglia della ragazza che pure aveva amato per sette lunghi anni. Nel 1996 la famiglia Bufi, sostenuta dall’avvocato Bepi Maralfa, fa istanza al Pm Domenico Seccia di riaprire le indagini. Vengono messe sul tavolo di Seccia quelle che i genitori di Annamaria ritengono gravi incongruenze, registrate nelle precedenti indagini. Si riapre il caso. Bindi è iscritto per la prima volta nel registro degli indagati. Gli viene fatto recapitare un avviso di garanzia. Per Seccia esistono gravi indizi a suo carico, tali da ordinare altre intercettazioni (8 settembre 1997). Il 16 settembre Bindi riceve un invito a comparire, ma non si presenta. Dice di essere ammalato. Il padre di Annamaria, però, lo fotografa lo stesso giorno mentre allena una squadra di calcio. Il 18 settembre Seccia chiude le indagini, “senza motivazioni” (dichiarano oggi gli inquirenti) e “senza aspettare comunicazioni” relative alle intercettazioni telefoniche appena ordinate. Bindi, pure formalmente “indagato”, non fu mai interrogato. Nel 2001, per la terza volta, viene riaperto il procedimento d’indagine dal sostituto procuratore Francesco Bretone. Domenico Marino Bindi viene arrestato il 9 ottobre. Trascorre il periodo di detenzione in carcere prima, nel reparto psichiatrico del Policlinico di Bari poi. Il 12 novembre, su richiesta del Pm, il Gip torna a rinchiudere l’indagato dietro le sbarre. Poi, a dicembre, scaduti i nuovi termini di custodia cautelare stabiliti dal Tribunale della libertà di Bari, Bindi torna in libertà. Nel frattempo è stata ritrovata, in Germania, la Renault Nevada di Bindi. I carabinieri del Racis, mediante il test del Luminol (sostanza chimica in grado di accertare la presenza di materiale organico anche a distanza di anni), a novembre rilevano “tracce biologiche”. Il prossimo 8 febbraio sapremo se quelle tracce biologiche sono compatibili con il Dna di Annamaria. E, se così fosse, la storia infinita di questo omicidio potrà dirsi definitivamente chiusa. Tiziana Ragno INTERVISTA - Parlano il padre della ragazza e l’avvocato che difende la famiglia Bufi «Mi hanno sempre detto: “Stiamo indagando a 360°”. Ma in realtà l’unica, vera strada da percorrere per individuare l’assassino di mia figlia, proprio quella non veniva affatto battuta». E’ convinto di quel che dice, il padre di Annamaria. Che ricorda sua figlia così: «Era una ragazza molto determinata. Probabilmente quella relazione con Bindi non le bastava più. Era seriamente innamorata di lui. Lo racconta nel suo diario. Forse a quell’uomo, quella sera del 3 febbraio 1992, chiese qualcosa di più. Di lasciare la moglie, chissà. Lui l’avrà picchiata. E lei, forse, l’avrà minacciato». E sulle indagini passate, l’avvocato della famiglia, dott. Maralfa, dichiara: «Nelle passate inchieste sono state compiute non solo e non semplicemente omissioni, ma, piuttosto, atti volti a occultare indizi che avrebbero potuto portare alla verità». E continua: “Si è trattato di un omicidio d’impeto, a movente passionale. Ma si è trasformato in un delitto di alta scuola immediatamente dopo l’assassinio. Con grande perizia sono stati predisposti elementi utili a nascondere ciò che era realmente avvenuto. E’ stata intessuta “una ragnatela” spessa ed efficace che ha invaso, in modo stratificato, la città. E la famiglia Bindi ne è stata la responsabile». L’avvocato Maralfa è convinto, dunque, che la verità sia stata negli anni insabbiata, a tal punto che per due volte gravissimi indizi non sono stati nenche recepiti. «Di Bindi si parlò subito e la sua relazione extragoniugale con Annamaria avrebbe dovuto destare molti più sospetti – continua l’avvocato – eppure nel 1992 il suo alibi è stato verificato, e in malo modo, solo cinque mesi dopo». E’ il padre di Annamaria a sottolineare il grado di omertà da parte di conoscenti, amici e di tutta la città, che non ha voluto collaborare davvero a risolvere in tempi brevi questo delitto. Mentre l’avvocato aggiunge alla vicenda un altro, ennesimo particolare trascurato e anzi ignorato all’epoca: «Nella foto scattata la notte stessa al cadavere riverso sul selciato, si vede bene, in bella vista, all’altezza del ginocchio della vittima, un pacchetto i fazzolettini chiuso, ancora sigillato. Questo elemento non è mai stato oggetto di indagini, né quel pacchetto di fazzolettini è mai stato repertato. Perché non fu recuperato allora? Eppure sul cellophane sarebbero state visibili, forse, anche le impronte lasciate dall’assassino». Tiziana Ragno
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