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Moby Prince, 30 anni dalla tragedia senza colpevoli
15 aprile 2021

Sono passati 30 anni da quella tragica notte di primavera del 10 aprile 1991 quando nella rada livornese, alle 22.25, il traghetto Moby Prince della Navarma entrò in collisione con l’Agip Abruzzo, petroliera della Snam, a 2,7 miglia dalla costa. Fu l’inferno: morirono in 140 tra passeggeri e equipaggio del Moby, fra cui 4 molfettesi Giovanni Abbattista (46 anni), Natale Amato (53), Giuseppe de Gennaro (29) e Nicola Salvemini (36), caduti sul lavoro. Si salvò solo Alessio Bertrand, mozzo del traghetto che partito alle 22 era diretto a Olbia. Tutti salvi sulla nave Agip Abruzzo. E’ stata la più grande tragedia della marineria italiana, finora senza colpevoli e con tanti misteri. “Sulle responsabilità dell’incidente e sulle circostanze che l’hanno determinato è inderogabile ogni impegno diretto a far intera luce. L’impegno che negli anni ha distinto le associazioni dei familiari rappresenta un valore civico e concorre a perseguire un bene comune”. Lo dichiara il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ricordando il trentesimo anniversario del disastro della Moby Prince. La prua del Moby penetrò la cisterna numero 7 della petroliera: il greggio si riversò sul traghetto che si trasformò in un’immensa torcia con l’innesco delle fiamme, provocato forse dall’attrito delle lamiere. Varie le ipotesi sul perché accadde: nebbia, eccesso di velocità, un’esplosione, un guasto alle apparecchiature di bordo. Anche la distrazione: si pensò che chi avrebbe dovuto vigilare stava guardando Juventus-Barcellona in tv, semifinale di Coppa Uefa. Di certo i soccorsi arrivarono in ritardo: il traghetto fu individuato solo alle 23.35. Una “Ustica del mare” per i familiari delle vittime che dopo decenni di inchieste, processi e verità distorte e demolite continuano a chiedere che il Parlamento indaghi ancora per fare una volta per tutte chiarezza. Già ha lavorato una commissione parlamentare le cui conclusioni, arrivate nel 2018, hanno portato anche alla riapertura delle indagini della procura di Livorno. I familiari chiedono ora una bicamerale che possa proseguire oltre la scadenza della legislatura, “fino al raggiungimento del suo scopo”. Trent’anni senza colpevoli, ma soprattutto senza verità, la Commissione parlamentare ha escluso che la tragedia sia riconducibile “alla presenza della nebbia e alla condotta colposa avuta dal comando del traghetto” e ha ritenuto che l’allora inchiesta giudiziaria fu “carente e condizionata da diversi fattori esterni”, che la petroliera si trovava “in zona di divieto di ancoraggio’ e che il Moby ebbe un’alterazione nella rotta di navigazione. Quanto ai soccorsi, alcuni passeggeri – secondo la commissione – potevano essere salvati ma durante le ore cruciali “la Capitaneria di porto apparve del tutto incapace di coordinare un’azione di soccorso”. Nessuna negligenza, nessun errore: il Moby Prince sarebbe stato dirottato. L’Ustica del mare, di cui ricorre il trentennale, sarebbe stato un atto deliberato, legato con un macabro filo all’esplosione della petroliera Haven e alla strage di Capaci. Dietro quei 140 morti del traghetto, così come per Giovanni Falcone, ci sarebbe la guerra intentata dalla mafia allo Stato. L’ipotesi è formulata nel libro di Federico Zatti “Una strana nebbia. Le domande ancora aperte sul caso Moby Prince”, in uscita il 6 aprile per Mondadori. L’inchiesta parlamentare conclusa nel 2018 scoprirà altre due navi: la Port de Lyon e la Esperus. Tutte navi militarizzate americane, tutte alla fonda davanti al porto di Livorno. Tutte lì quella stessa notte. Anzi, sempre quella notte, un testimone sostiene di avere visto almeno una di queste impegnata in operazioni di scarico protetta dalle tenebre, operazione vietata per evidenti motivi di sicurezza. Il Capitano della Guardia di Finanza Cesare Gentile nell’udienza del 15 maggio 1996 dichiara: “C’era una giornata chiarissima e ho costatato la posizione delle varie navi in rada: ho visto al nord una barca che imbarcava delle armi”. E poi ancora: “A nord c’era una nave grossa e illuminata che stava facendo il carico delle armi”. Alla manifestazione in ricordo delle vittime ha partecipato anche il sindaco Tommaso Minervini e il presidente del consiglio comunale Nicola Piergiovanni. Proprio per sollecitare la riapertura di una inchiesta che porti alla verità il Sindaco di Molfetta, nei giorni scorsi, dando seguito ad una deliberazione dell’intero Consiglio comunale, ha inviato una lettera a tutti i parlamentari della Puglia, per sollecitare anche un loro intervento. «Le conclusioni della commissione d’inchiesta della scorsa legislatura – puntualizza il Primo cittadino nella lettera – hanno evidenziato l’incapacità e l’inadeguatezza nei soccorsi, escludendo la nebbia come causa e lasciando intravedere la correlazione tra l’incidente e possibili traffici illegali di armi, scorie e rifiuti tossici. Proprio in relazione a queste circostanze emerse, i familiari stanno richiedendo a gran voce la costituzione di una nuova commissione d’inchiesta ed anche la costituzione di un Fondo ad hoc per sostenere le attività di ricerca della verità in collaborazione con i familiari e per risarcire le stesse famiglie dei danni subiti a causa del mancato rapido intervento degli organi di soccorso preposti allo scopo. A tal fine – continua il sindaco Minervini rivolgendosi ai Parlamentari – richiedo a nome dell’Amministrazione tutta, la presentazione di un disegno di legge per la costituzione di una nuova commissione d’inchiesta, comunicandovi la disponibilità a collaborare ad ogni utile iniziativa che riterrete opportuna, unitamente ai familiari».

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