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Mattia Marchi, quando il talento per la scrittura si rivela La letteratura e la poesia come fuga a vent’anni
15 luglio 2022

Giovane e talentuoso, Mattia Marchi è un ragazzo che ha scelto di mettersi in gioco per condividere il suo amore per la letteratura e la poesia. All’età di vent’anni, ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie “Ero reo o ero re?” con la casa editrice Abra Books. Quando hai scoperto la tua passione per la poesia? «Ho iniziato a scrivere poesie quando frequentavo la scuola media, ero stato preso di mira da alcuni compagni e per questo motivo non riuscivo ad integrarmi o ad esprimermi in presenza di altre persone. In quel periodo, sentivo di avere tante cose da dire, da dover tirare fuori, e così ho iniziato a cercare un modo per liberarmi di tutti i pensieri e soprattutto per dare loro una forma. Fortunatamente, ho trovato nella scrittura un modo per esprimermi e mi ha aiutato tanto. La poesia è diventata il modo migliore in cui io riesco a comunicare con gli altri. Andando avanti, la letteratura è passata da valvola di sfogo a punto di vista dal quale osservare tutto. Non ho mai avuto difficoltà nello studio dei grandi Autori, ad esempio a scuola, non ho mai letto la parafrasi della Divina Commedia, perché la comprendevo senza problemi». Hai poco più di vent’anni, ma sei talentuoso e promettente. Cosa risponderesti a chi sostiene che i giovani di oggi siano dei nullafacenti? «Credo che questo alcune volte sia vero. Io ho iniziato a lavorare un po’ di anni fa, e non ho mai avuto “pretese”, perché credo che all’inizio, queste non possano essere soddisfatte: non ho mai chiesto al mio datore di lavoro di non farmi lavorare il sabato sera o la domenica. Ovviamente non intendo dire che i giovani debbano essere schiavizzati o sfruttati, però può capitare che venga chiesto loro uno sforzo in più. Per aprirsi una strada, bisogna fare dei sacrifici, e io so che fare sacrifici ripaga sempre». “Ero reo o ero re?”: questo è il titolo del tuo libro. Qual è il significato che si nasconde dietro? «Volevo un titolo ad effetto, non banale, e per questo ho ideato un titolo palindromo. Il titolo nasconde tutto quello che c’è nel libro. La domanda che io pongo al lettore, ma anche a me stesso, prima ancora di iniziare a leggere, è semplicemente se io sono colpevole o re, in base a quello che ho scritto e condiviso con i lettori nel mio libro. Essere “reo”, per quello che ho scritto, significa essere controcorrente, lontano da quelle che sono le concezioni moderne e i punti di vista attuali su diverse situazioni. Essere “re”, in riferimento alla persona più alta nella scala sociale nella monarchia, significa invece essere al di sopra degli altri, non in modo dispotico, bensì sempre parlando della concezione mentale. Il mio libro risulta essere quindi una sorta di analisi introspettiva di me stesso». Sei mai giunto ad una conclusione? Sei reo o re? «No, non sono giunto ad una conclusione perché continuo a conoscermi e ad analizzarmi ogni giorno. Poi le cose cambiano sempre ed in fretta, quindi è difficile “incasellarsi” in una delle due prospettive». Quale credi che sia il messaggio più importante del libro e che vuoi far arrivare al lettore? «Se dovessi dire cosa un lettore possa trovare nel mio libro, direi al primo posto su tutto, delle poesie sincere e trasparenti, perché io ho sempre scritto solo quando ne sentivo il bisogno, mai perché mi sentivo obbligato. In secondo luogo, direi che i lettori troveranno la parte più profonda di me stesso, quella che ognuno di noi non mostra mai, ma che io ho deciso di condividere. Credo che una persona non possa dire di conoscermi veramente se non ha letto prima le mie poesie: dare in mano il mio libro a qualcuno è come consegnargli una parte di me». Che cosa sono per te le parole, la letteratura e la poesia? «Sono tutte dei punti di inizio come di fine. Io sento il bisogno di scrivere anche per mettere fine a qualcosa, per renderla immortale in una poesia. Solo quando riesco a scrivere, mi sento davvero libero da qualcosa. La poesia è qualcosa che viene dalla pancia e non dalla testa. Secondo me, se pensi con la testa, non sei un poeta, ma un romanziere. In questo caso, si rischia di diventare oggettivi e di trasmettere qualcosa che non è scritto sinceramente». Tu credi che la poesia sia adeguatamente valorizzata in questo periodo storico? «Io credo di no: se la poesia fosse davvero valorizzata, ci sarebbero molti più poeti in giro, che adesso invece rimangono in silenzio per paura di essere in soggezione. Io credo che ognuno di noi debba scrivere se lo sente, poi se gli altri riescono a comprendere o meno le parole, si vedrà. Io almeno, ho ragionato così e ho scritto senza curarmi di essere giudicato». La scelta di tanti ragazzi di non scrivere poesie dipende quindi anche dalla paura di esporsi al giudizio degli altri. Come pensi che possa essere superata questa paura? «È quasi un controsenso, per i ragazzi più riservati come me, scrivere delle poesie e mettersi a nudo davanti agli altri. Comunque sia, credo che i giovani non dovrebbero avere paura di esporsi, perché il poeta mostra sempre solo una parte di sé, è come se mostrasse al lettore un vestito, ma dietro una vetrina. Sarà il lettore a scoprire, leggendo, se vuole indossare quel vestito o meno. Il poeta, quindi, mostra ciò che ha dentro, ma non lo fa vivere al lettore, perché il lettore poi vive le parole del poeta a suo modo, in maniera del tutto personale».

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