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Malalingua, in scena «Garrincha»: soliloquio di grande personalità e passionalità
17 maggio 2012

MOLFETTA - «Garrincha» è il titolo di uno degli ultimi spettacoli dell’Associazione culturale Malalingua che, in collaborazione con Nasca Teatri di Terra, ha promosso la valente idea della rassegna teatrale di drammaturgia contemporanea «Autori in scena». Di grande spessore teatrale la performance proposta, realizzata proprio grazie alla straordinaria maestria del giovane attore protagonista Franco Valeriano Solfiti che ha ideato con Giancarlo Fares (anche regista) e da solo interpretato lo spettacolo (nella foto).
Un soliloquio ricco di grande personalità e passionalità, ininterrottamente protrattosi per quasi un'ora e mezza, intervallato e accompagnato dall’affascinante musica del percussionista Pietro Petrosini, «Garrincha» ha raccontato la vera storia del celebre Manoel Francisco dos Santos, da tutti conosciuto come Manè Garrincha, una delle più grandi stelle del calcio brasiliano degli anni '50. Una rappresentazione che, nel ripercorrere l'intera vita del calciatore, dagli albori al successo sino poi al triste e malaugurato declino che lo porterà alla tragica morte, ha raccontato le vicende più salienti e toccanti della vita del calciatore con grande originalità, autenticità e spiccato senso umano.
Una vera e propria celebrazione antropologica dell'uomo-calciatore, che ha disegnato un ritratto dai contorni complessi ma mirabilmente drammatici. Il racconto di un uomo che della sua diversità fisica ha fatto virtù, non a caso veniva anche denominato, di qui il sottotitolo della rappresentazione, «L'angelo dalle gambe storte».
Nato con una malformazione alle gambe, al bacino e alla spina dorsale, Garrincha celerà dietro questa funesta condizione fisica un talento tale da farlo diventare uno dei più grandi dribblatori della storia del calcio mondiale.
La prima parte dello spettacolo racconta del giovane Garrincha, della sua sconfinata passione e del suo indicibile amore per il gioco del calcio, del suo estro calcistico, facendo trapelare la costante allegria, autenticità e genuinità prima del ragazzo poi dell'uomo. Di qui il racconto della sua scalata professionale e sportiva: dall'ingaggio nella squadra del Botafogo, all'esordio al mastodontico stadio Maracanà, sino poi alle sue memorabili presenze nella Nazionale Brasiliana ai Mondiali del 1958 in Svezia, del 1962 in Cile e del 1966 in Inghilterra e all'eterna storia d'amore con la cantante Elsa Soares, secolare compagna del calciatore.
La seconda parte, successiva al 1966, narra invece del declino sportivo, ma soprattutto umano di Manè, causato da una serie di avvenimenti che sconvolgeranno la sua vita, dai continui problemi fisici specie al ginocchio che lo costringeranno alla fine ad un intervento, alla sua cessione dal Botafogo al Corinthians, per poi finire la sua carriera sportiva in squadre di minore valenza calcistica, con la determinante perdita del ruolo di titolare nella Nazionale brasiliana.
La caduta sportiva si unirà, tuttavia, ai sempre più gravi problemi legati alla depressione e all'alcool, ai suoi sempre più frequenti ricoveri, che porteranno Garrincha all'esilio antropologico e alla caduta psicologica, fino alla triste e più che mai compianta morte avvenuta nel gennaio 1983.
Il pathos che pervade in maniera polimorfe l'intera perfomance, dalla giovialità e alterna simpatia dei toni teatrali che accompagnano la prima parte alla tristezza silenziosamente dirompente e crescente che anima l'ultima parte, offre un epilogo commovente con grandi spunti di riflessione.
L'angelo dalle gambe storte è stato pianto dall'intero popolo con grande afflizione: quello stesso popolo che l'aveva amato, seguito e alla fine schernito, lo pianse. Garrincha era e sempre rimarrà «l'Alegria do Povo», la gioia del popolo, un popolo che amava la sua ilarità, la sua solarità, il suo gran cuore perché, frase ricorrente durante l'intero spettacolo, «Garrincha era fatto così».
 
© Riproduzione riservata
 
Autore: Erika Cormio
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