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Magritte & co., mostra fotografica
15 giugno 2011

 Coraggiosa e originale la personale fotografi ca “Magritte & Co.” di Giovanni Caradonna, allestita dalle associazioni culturali “Libera- Mente” e “Il cavalletto” presso la locale Chiesetta della Morte nel centro storico. Accanto alle fotografi e, realizzate con un’AGFA Professional 25 e ritoccate grazie alla tecnologia computeristica, i visitatori hanno potuto assistere alla proiezione di un fi lmato, un video di presentazione di queste “immagini in b/n fra reale e surreale”. A occuparsi del video editing Serena Caradonna, fi glia dell’artista, mentre la consulenza fotografi ca e artistica è stata opera di Nicola Gaudio, che ha anche presentato il vernissage. Importante è stato anche l’apporto dello studio fotografi co di Antonio D’Agostino. Il video è stato curato nei dettagli, come evidenzia anche la scelta della colonna sonora, che occhieggia al fi lm di Martin Scorsese The Last Waltz. L’idea chiave della personale di Caradonna consiste nell’opera di valorizzazione artistica di alcune fotografi e in bianco e nero scattate durante gli anni Settanta nello scenario delle Saline di Margherita di Savoia. All’artista quel paesaggio, nella sua enigmatica bellezza, era parso quasi surreale; di qui l’accostamento, operato mediante computer grafi ca, con alcuni tra i più celebri dipinti del pittore belga René Magritte. Il risultato può defi nirsi compiutamente magrittiano, dal momento che paesaggio ed elemento pittorico paiono fondersi senza soluzione di continuità e non diviene quasi più possibile distinguere tra natura e arte. Rivive pertanto quell’assunto magrittiano, esplicito nella Condition humaine, secondo il quale la nostra visione del mondo non è altro che il frutto di una rappresentazione mentale che potrebbe rivelarsi non esente da fraintendimenti e menzogne. L’occhio è dunque un faux miroir, il quale rifl ette, a suo modo, una determinata porzione di mondo, magari “inquinandone” i sembianti. E così, tra le saline, può d’improvviso svettare ariostesco Le Château des Pyrénées o spuntare quella “Fata ignorante” cara a Ozpetek, che altro non sarebbe se non l’intuizione di quel particolare incantesimo dell’arte, capace di rendere magico anche ciò di cui non è in grado di cogliere il senso. Così nel cielo pugliese si può assistere a quel miracolo (così lo considerava Magritte; per altri più corretto sarebbe parlare di incubo) di vedere piovere come dipinti su carta da parati gli anonimi, a loro modo terrifi canti uomini con la bombetta di Golconda (che, ha evidenziato Domenico Quaranta, «come ogni utopia, assume dei risvolti inquietanti nel momento in cui considera tutti gli uomini uguali»). Tutto rigorosamente in bianco e nero, salvo per un particolare che non disdice nel contesto: il violetto del bouquet della dama della Grande Guerre. Dipinto magrittiano che si apriva a plurime interpretazioni: guerra degli oggetti che contendono ai volti umani scampoli di visibilità, ma anche guerra come spersonalizzazione dell’individuo, grigio, anonimo, senza volto in quel mortuario livellamento che il furor belli determina. Ma, nella cornice delle saline, sul perturbante sembra prevalere la dimensione onirica in cui lo spirito si acquieta. Per compiere un viaggio, magari a piedi nudi (non quelli del Modèle rouge), lungo le ghiaie della bellezza. Sulle note dell’ultimo valzer.

Autore: Gianni Antonio Palumbo
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