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Laissez faire
15 luglio 2003

Non c'è più rispetto non solo per le regole (quello non c'è mai stato), ma nemmeno per la decenza. E' questa la fotografia della città dopo due anni e mezzo di amministrazione di centrodestra. E non lo diciamo noi giornalisti, è l'opinione pubblica che "mugugna" nei bar, nei salotti, ma anche nelle riunioni di famiglia, come ha ricordato recentemente Annalisa Altomare. Avevamo intitolato l'editoriale del numero scorso "Questione morale", ora vediamo che quella constatazione viene ripresa da alcuni esponenti della maggioranza, da quell'Udc che ha assunto una posizione critica, smarcandosi dal centrodestra fino al punto di chiedere non solo la verifica, ma le dimissioni del sindaco Tommaso Minervini. Questa parte di Udc è riuscita a mettere nell'angolo perfino Alleanza nazionale, ridotto a un partito obbediente, senza idee né proposte che accetta tutto, pur di gestire qualche assessorato e qualche regata velica. Ma il malcontento cresce, lo si avverte dovunque c'è perfino chi come San Pietro nega di aver mai votato il sindaco e men che mai Forza Italia. E la città assiste al dilagare di una famiglia che è diventata ormai una società per azioni: il gruppo Minuto, sempre più insaziabile, riesce ad ottenere tutto, dai lauti “doppi” stipendi alla piscina ("Quindici" fu il primo e il solo a dirlo in tempi non sospetti, anzi all'esordio dell'impianto comunale e della fantomatica palestra) alla concessione di campi di calcetto all'amica del fratello della sorella della consigliera figlia del messo e moglie dell'assessore. Potrebbe sembrare una telenovela, ma è una triste realtà. Com'è una squallida realtà quella del consigliere comunale coinvolto nel sexygate cittadino, del quale si mormora di tutto, superando il livello dei pettegolezzi dello stesso Clinton, ma ad un livello perfino più basso che si traduce nel regalo alla propria amante di una macchina da scrivere usata, sottratta al proprio ufficio. In altri tempi questi consiglieri avrebbero scelto o sarebbero stati invitati alle dimissioni, strada molto più dignitosa per sé e per le istituzioni. Ma oggi la regola è "la sedia è mia e guai a chi me la tocca", senza accorgersi che quella sedia non è altro che una poltrona di plastica da spiaggia, come quelle che abbiamo messo in copertina nel numero scorso. A questo si aggiunge la pioggia di concessioni date con grande generosità (e un occhio ai voti avuti e auspicati) a chiunque le chieda: dagli stabilimenti balneari, che cresceranno come funghi dopo questi precedenti, ai gazebo dei bar e dei fruttivendoli. Tutto con grande disprezzo del territorio. Ci chiediamo, qual è la logica di questo sistema quella del “laissez faire” modello del liberismo classico nel quale ognuno prendendosi cura del proprio interesse (nel lungo periodo) è spinto a procurare/garantire l'interesse di tutti gli altri? Oppure si dovrebbe parlare, piuttosto del vecchio concetto di mercantilismo in cui in nome del "laissez-nous-faire" taluni, pretendendo a parole di occuparsi dell'interesse di tutti, sono intenti, nei fatti, a badare al proprio immediato interesse? In questo scenario desolante, del quale potrete leggere altri particolari all'interno del giornale, arriva Lillino Di Gioia a tentare di scuotere i cittadini con un comizio in cui elenca tutte le "malefatte" dell'amministrazione di centrodestra, definendola la peggiore degli ultimi 40 anni. Ma è il nodo dell'edilizia che ancora una volta rappresenta lo scandalo di questa città, con continue varianti al piano regolatore pur approvato, ma che non riesce a decollare, perché non si vuole. E già, perché occorre permettere le deroghe per costruire una casa di riposo o un albergo, su un terreno che non rientra nel piano regolatore o quantomeno non figura come destinato a quella funzione: a presentare queste richieste sono personaggi che hanno fatto parlare di sé in passato come autori di speculazioni e di servilismo sotto tutte le bandiere pur di costruire. Personaggi che la città avrebbe dovuto cancellare, ma che riescono sempre a restare a galla chissà perché e chissà come. Ogni operazione di questo tipo - ha ricordato Di Gioia - è un business per decine di milioni (di euro). Che dire, poi, del saccheggio del territorio, ultimo esempio il lido costruito alla prima cala, grazie a concessioni rilasciate a tutto spiano in una città dove ognuno può fare ciò che crede: costruire, modificare, alterare e così via. Il clientelismo, dice Di Gioia, è l'unico collante che tiene insieme questa maggioranza, che assiste impotente allo sfascio dell'Ospedale e all'abbandono del Preventorio, mentre il governo a rete si rivela lo slogan ridicolo che avevamo pronosticato e una vera rete in cui è rimasto impigliato lo stesso sindaco, che per illudersi si autocelebra davanti a una telecamera, moderno specchio delle "sue brame". Un novello Dorian Gray, insomma. Quale bilancio in due anni e mezzo: un francobollo di Giaquinto celebrato con tanto di ministro, dirottato a Molfetta tra l'indifferenza della popolazione. An obbedisce, Forza Italia obbedisce, lo stesso sindaco obbedisce. Ma chi comanda e cosa? Sembra che gli unici ad aver capitalizzato il proprio ingresso in politica siano i Minuto che stanno già presentando le pratiche per modificare il proprio cognome in Maestoso, come il fallimento di questa amministrazione di carta che ignora i bisogni dei cittadini, che soffrono per una situazione di degrado sempre più evidente. Una città che non reagisce al degrado e all'arroganza di un'infima classe dirigente, è destinata al declino. E questo sembra essere, ormai, il destino di Molfetta.
Autore: Felice de Sanctis
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