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La strana vicenda dell'Hotel Tritone da albergo a palazzina residenziale. Ma scoppia una battaglia giudiziaria
15 giugno 2009

Una brutta vicenda quella della trasformazione dell’Hotel Tritone da albergo in appartamenti (per l’esattezza 17, oltre a un piano uffici) con un vantaggioso business per il proprietario Mauro Spadavecchia, non soltanto per i risvolti giuridici (è pendente un ricorso al Tar), ma anche per quelli turistici. L’ex albergo di 2ª categoria, nato negli anni Sessanta in via Piave, 11 con veduta sul lungomare Colonna, in realtà, non ha mai brillato per qualità, efficienza e dotazione strutturale, né sono stati apportati miglioramenti nel corso degli anni per renderlo più funzionale e, magari, dopo una efficace ristrutturazione, anche più appetibile sul piano della ricettività turistica. Era naturale, perciò, che col tempo perdesse di attrattiva e finisse per diventare economicamente improduttivo, con la conseguente sua chiusura nel 1996. Abbandonato per 4 anni a se stesso, i proprietari, oltre a Mauro Spadavecchia anche Pasqua, Nicola e Gaetano Spadavecchia, nel 2000 pensarono di trasformarlo in edificio per civili abitazioni, chiedendo l’autorizzazione al Comune per il cambio di destinazione d’uso dell’immobile. Ma il responsabile dell’Ufficio tecnico e territorio ing. Giuseppe Parisi (recentemente scomparso) rigettò questa richiesta perché il fabbricato era inserito nel piano regolatore generale in categoria A/2, per cui era possibile realizzare solo interventi di manutenzione ordinaria, straordinaria e di risanamento conservativo e non una ristrutturazione edilizia, come si presentava il progetto della famiglia Spadavecchia. Naturalmente i proprietari fecero ricorso al Tar che dette loro torto (condannandoli a pagare le spese processuali) e confermò la decisione di Parisi. «L’inserimento di 17 unità abitative in una zona completamente urbanizzata e destinata ad uso residenziale – questa la motivazione del Tar (sentenza del 28 novembre 2002) -, pone all’evidenza problemi di congestione dell’esistente, vedi traffico, parcheggi, spazi destinati a verde pubblico o ad attività collettive, per cui non pare illegittimo la disposta previsione urbanistica di previ piani attuativi al fine di preservare un ordinario e razionale sviluppo urbanistico». Le motivazioni addotte dal Tar forse sembrarono abbastanza fondate anche ai ricorrenti, per cui rinunciarono all’appello davanti al Consiglio di Stato, pertanto la sentenza passò in giudicato e divenne definitiva. Successivamente, il 15.9.2005, Pasqua, Nicola e Gaetano Spadavecchia, soci di Mauro, forse, sicuri che l’albergo sarebbe rimasto abbandonato a se stesso, decisero di cedere le loro quote a Mauro. Ma, improvvisamente, il 19 febbraio di quest’anno, il proprietario unico dell’albergo sul lungomare, decide di presentare una nuova domanda per costruire al Comune, cambiando la motivazione della richiesta in “risanamento conservativo, finalizzato all’adeguamento ad esigenze abitative di edificio esistente”, con un progetto firmato dall’architetto Giambattista Del Rosso, dai geom. Nicolò De Simine e Alessandro De Robertis. Il nuovo responsabile dello Sportello unico per l’edilizia e il territorio ing. Rocco Altomare, tenuto conto della diversa motivazione della richiesta, concede l’autorizzazione a costruire alla ditta Galassia di Mauro Spadavecchia, vincolandola al termine di 36 mesi per la realizzazione, pena la decadenza. Per questa costruzione al Comune vanno poco più di 65mila euro. A questo punto insorgono gli altri ex soci Pasqua, Nicola e Gaetano, che propongono ricorso al Tar sostenendo che non si tratta di intervento conservativo, bensì di vera e proprie ristrutturazione edilizia, per la quale era necessario un piano particolareggiato o un piano di recupero, in assenza del quale il permesso di costruire non poteva essere rilasciato, pena la sua illegittimità. Infatti, i lavori comporteranno per lo meno la modificazione della distribuzione dei volumi in relazione a ciascun piano e la realizzazione di servizi autonomi per ciascuna unità abitativa, quindi si tratta di ristrutturazione edilizia e non di risanamento conservativo. E a tal proposito, secondo i ricorrenti si configurerebbe un abuso di potere da parte del responsabile dell’ufficio tecnico comunale. Di questa vicenda si è occupato il consigliere socialista Nicola Piergiovanni durante un consiglio comunale, sostenendo che nel settore tecnico comunale non ci sono più regole e c’è il rischio di possibili irregolarità edilizie. In conclusione una vicenda che vede da una parte un conflitto familiare sulla base di interessi economici e dall’altra un possibile conflitto di interessi fra i tecnici comunali e i progettisti. Forse sarebbe stato più utile (anche se più costoso) per il proprietario abbattere e ricostruire, ma la cosa migliore per la città (ma questo interessa poco al proprietario) sarebbe stato quello di ristrutturale l’albergo che poteva divenire un punto di riferimento turistico con vista mare e soprattutto in città, senza bisogno di destinare palazzo Dogana ad hotel di lusso, anziché a casa della cultura, ma questo rientra in scelte molto discutibili dell’amministrazione comunale. Intanto, per timore di un blocco da parte del Tar, i lavori vanno avanti a ritmo sostenuto, forse, per questo motivo siamo stati vittime di un increscioso episodio che ci fa porre un’altra domanda: il proprietario dell’Hotel Tritone ha qualcosa da nascondere, visto che un uomo qualificatosi come titolare dell’impresa di costruzioni ha tentato di impedire al direttore di “Quindici” di fotografare il cantiere dall’esterno, chiamando addirittura i carabinieri che, costretti ad intervenire per questo futile motivo, hanno riconosciuto le ragioni del giornalista a realizzare una foto in un luogo pubblico? Ignoranza del soggetto in questione o timore che Quindici parlando di questo immobile, potesse venire fuori qualcosa di non gradito? Noi crediamo all’ipotesi dell’ignoranza, ma se ci fosse qualcos’altro dietro la vicenda, forse sarebbe il caso di approfondirlo.

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