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La sopravvissuta Adele Pardini racconta la strage nazifascista Nell’aula consiliare del Comune il ricordo dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema
15 febbraio 2020

Provo a dirvi qualcosa, se non ce la faccio, mi fermo! Una frase che ha suscitato tenerezza a chi in quel momento, sedeva nell’aula consiliare del palazzo Giovene di Molfetta insieme al sindaco Tommaso Minervini, all’assessore alla cultura Sara Allegretta, all’alfiere della Repubblica Bernard Dika e infine al segretario dell’associazione Martiri di Sant’Anna di Stazzema Graziano Lazzeri. Una tenerezza che è stata violentemente cacciata via dal racconto spaventevole e terrifico di Adele Pardini, una dei sopravvissuti alla strage nazi-fascista di Sant’Anna di Stazzema, un evento vergognoso e indescrivibile, che ha ingiustamente spezzato la vita di centinaia di persone: i nazisti rastrellarono i civili, li chiusero nelle stalle o nelle cucine delle case, li uccisero con colpi di mitra, bombe a mano, colpi di rivoltella e altre modalità di stampo terroristico. Non si può nemmeno immaginare quanto sia straziante aver vissuto tutto questo, e quanto sia ancora più lancinante doverlo raccontare diverse volte. Nonostante questo, la testimonianza di Adele Pardini è necessaria, imprescindibile ed essenziale, perché nessun film, nessun testo, potrà mai eguagliare la sensazione di sentire una persona che ha vissuto la guerra in queste circostanze così barbare e disumane, immedesimandosi nella vicenda, sentendosi mancare il fiato per la corsa che Adele ha dovuto compiere per sfuggire alla morte, e poi sentire gli occhi volersi chiudere per tornare alla realtà. L’unica sensazione che si può provare dopo aver sentito una testimonianza così grigia è la vergogna, la mortificazione di appartenere al genere umano. Come ha potuto l’uomo cadere così in basso? Adele Pardini ha raccontato quindi, tra lacrime e nodi in gola, le vicende terribili che ha vissuto, la perdita dei suoi genitori, dei suoi fratelli e delle sue sorelle, tra le quali c’è la vittima più giovane, Anna Pardini, aveva solo 20 giorni: “mia madre chiese pietà al soldato che stava per fucilare tutti, ma non per se stessa, per mia sorella, nata solo da tre settimane. Il soldato, appena mia madre finì di supplicare, sparò a mia sorella con la pistola, per poi fucilare mia madre con la mitragliatrice”. “Ho tribolato, ho tribolato…” un verbo ricorrente nel discorso di Adele Pardini. La particolarità del suo discorso è stata la sincerità con la quale la sopravvissuta ha raccontato i fatti: non c’erano parole di speranza o discorsi d’incoraggiamento, c’era la verità nelle sue parole, la verità nuda e cruda che portava gli ascoltatori a pensare: “Sono davvero accadute queste cose?” Ebbene sì, sono accadute. L’uomo ha davvero compiuto atti riprovevoli a sangue freddo. Giovani soldati, che forse avevano mogli e figli ad aspettarli a casa, hanno ucciso mogli e figli di altri. Hanno ucciso delle mogli e dei figli, che prima di tutto erano persone, esseri umani. Lo stato d’animo di ogni ascoltatore è stato espresso dal giovane Bernard Dika, alfiere della repubblica: “Ogni volta che Adele Pardini racconta la sua storia, mi viene la pelle d’oca, perché mi metto nei suoi panni, una ragazza che all’epoca perse sua madre e dovette passare sul suo cadavere, per salvare la sua vita. Ritrovarsi a dover raccontare questa storia, a dover ricordare le emozioni provate e a tirare fuori quel dolore, è una grande responsabilità per lei, ma anche per noi che siamo qui ad ascoltare. Lo è perché quello di cui Adele parla non appartiene solo al passato, ma esiste ancora oggi, ed è nostro dovere non restare a guardare, perché l’indifferenza ferisce, come ha ferito l’attivista politica e superstite all’Olocausto Liliana Segre quando, da piccola, fu buttata fuori dalla sua scuola e assistette all’indifferenza della sua maestra che non disse niente e finse che nulla fosse accaduto. Questa indifferenza fa più male delle ferite che i soldati nazisti le hanno inflitto nei campi di concentramento”. Per questo motivo, l’alfiere Bernanrd Dika ha voluto diffondere un messaggio di pace, un invito a fare del bene, citando anche l’importante ciclista Gino Bartali, il quale ha vinto molti Tour de France e Giri d’Italia, un grande ciclista che “si lamentava della realtà, ma subito dopo s’impegnava per cambiarla”. Gino Bartali diceva: “Il bene si fa e non si dice, e certe medaglie si appendono al cuore e non alla maglietta”. Dovremmo tutti seguire l’esempio di Gino Bartali e attivarci per fare del bene, ma dovremmo prendere esempio anche dal brillante Bernard, che nonostante la sua giovane età, si è già fatto onore sul panorama politico nazionale, facendosi conoscere per la forza dei propri ideali e la sua grande maturità. L’intervento del sindaco di Molfetta, Tommaso Minervini, ha poi concluso l’incontro con un messaggio che i presenti hanno portato con sé per rifletterci attentamente anche una volta usciti dall’aula: “Ci sono stragi ancora oggi, in tutto il mondo. Allora io credo che sia necessario interrogarsi sul perché la storia si ripeta. Va individuato il male che causa tutto questo. Forse il male è la mancanza di capacità critica, perché il popolo deve stare più attento a non farsi contagiare dall’omologazione dell’ideologia, perché se così fosse, ritorneremmo a farci condizionare dagli altri, ad essere solo una moltitudine di persone che acclamano individui folli e che omologano un pensiero enucleato dagli altri. Dobbiamo stare molto attenti a non commettere questo errore”. Molfetta è stata molto fortunata a ricevere Adele Pardini, perché sentirla raccontare ha reso i presenti ancora più consapevoli della pericolosità dell’uomo, che deve essere combattuta con la pace, il bene, l’istruzione e la consapevolezza, per far sì che questi incontri non rimangano fini a se stessi, ma uniscano i giovani in un amore più consapevole verso la vita. © Riproduzione riservata

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