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La rinuncia di Salvemini alla candidatura parlamentare
15 febbraio 2021

Dopo aver chiuso L’Unità il 30 dicembre 1920, Salvemini, fiaccato dalla direzione del giornale, dal lavoro universitario e dall’impegno parlamentare, nel febbraio del 1921 andò incontro a una penosa malattia. Per questa situazione lo storico pensava di rinunciare a fare il deputato, proprio poco dopo che al Congresso nazionale di Livorno (15-21 gennaio), dalla scissione del Partito Socialista, era nato il Partito Comunista d’Italia. Lì Filippo Turati, capo della minoritaria frazione concentrazionista, il 19 gennaio, accennando alle impazienze e alle divisioni interne al Partito Socialista, tra l’altro profeticamente aveva affermato: «noi lottiamo troppo contro noi stessi, noi lavoriamo troppo spesso per i nostri nemici: noi creiamo la reazione, creiamo il fascismo, creiamo il Partito popolare […] Noi creiamo la controrivoluzione». Mentre era preda della malattia Salvemini, al repubblicano Oliviero Zuccarini, che gli aveva chiesto qualche articolo per La Critica politica, da Firenze il 22 febbraio rispose: «appena potrò, Le manderò qualcosa. Ma sto poco bene di salute e inetto a qualunque lavoro un po’ intenso: ho abusato delle mie forze troppo negli anni scorsi, ed ora sconto i peccati vecchi. Da tre settimane sono fra letto e lettuccio: e non so quando potrò riprendere la vita normale». Il 27 febbraio a Firenze un gruppo di squadristi fascisti assassinò il sindacalista comunista Spartaco Lavagnini. Seguirono scioperi, violenze e disordini con feriti e morti, tra cui quella del sedicenne fascista Giovanni Berta, pugnalato da alcuni operai e gettato nell’Arno. Le azioni o reazioni dei “rossi” scatenarono poi una dura repressione antiproletaria da parte della guardia regia, dei carabinieri e di reparti dell’esercito, che cannoneggiarono le barricate di Scandicci e San Frediano. Impressionato dai fatti di sangue e dalla faziosità delle forze dell’ordine, Salvemini il 3 marzo da Firenze scriveva all’amico Gino Luzzatto, docente all’Istituto Superiore di studi commerciali di Trieste: «Qui, i giorni scorsi sono stati penosissimi. Non si sa se sieno più bruti i comunisti o i fascisti: ma i primi sono stupidi, questi sono perfidi. Ed hanno carta bianca dal governo. Così Giolitti prepara le sue elezioni. Una volta il fenomeno dei mazzieri era localizzato nel Mezzogiorno. Oggi i mazzieri si chiamano fascisti, si sono diffusi a tutta l’Italia, e sono più malvagi dei mazzieri». L’accenno allo squadrismo fascista esteso a tutta la Penisola si riferiva non solo a Firenze, ma anche a Trieste e all’Istria, dove il 28 febbraio i fascisti avevano devastato le camere del lavoro, nonché al Polesine, dove gli squadristi assoldati dagli agrari avevano assaltato leghe contadine, cooperative e municipi socialisti. La spirale di violenza proseguì nella notte fra il 23 e il 24 marzo, quando un gruppo di fascisti incendiò la sede milanese dell’Avanti! Il 7 aprile 1921 Giolitti con un decreto sciolse la Camera con un anticipo di tre anni e indisse le elezioni generali per il 15 maggio successivo. Le giustificazione addotte erano la necessità di fare le votazioni nei territori annessi all’Italia dopo la guerra vittoriosa e il fatto che la Camera creata con le elezioni del novembre 1919 non rappresentava più la volontà del Paese. In realtà Giolitti voleva approfittare della scissione del Partito Socialista per ottenere un responso punitivo da parte degli elettori e poi trattare da posizioni di forza con gli esponenti socialisti indeboliti nella rappresentanza parlamentare. Salvemini era scoraggiato dalla situazione politica, che gli appariva «un totale rovesciamento di quella del 1919», con una forte ripresa nazionalista e col Partito Socialista Ufficiale minacciato dalla reazione dopo la scissione dei comunisti. Allora, dopo qualche esitazione, determinata dallo scarso tempo disponibile per la propaganda, dai problemi organizzativi e finanziari, dall’inerzia delle leghe operaie, dei circoli politici e delle sezioni di combattenti pugliesi e quindi dall’effettiva consistenza della sua base elettorale di Molfetta, Bitonto, Bisceglie, Altamura e Sannicandro, per non produrre spaccature nel movimento proletario pugliese minacciato dal giolittismo declinante e dal fascismo rampante, decise di non ripresentarsi candidato alla Camera. Perciò con una lettera aperta da Firenze del 16 aprile, pubblicata il 1° maggio su Puglia rossa, settimanale del Partito Socialista di Terra di Bari, invitò gli elettori della provincia barese a votare la lista socialista ufficiale: «occorre stringere in fascio tutte quelle forze che oggi sono brutalmente violentate dal ritorno dei vecchi sistemi. […] E con tutti i suoi difetti, questo movimento [proletario] è sempre nei nostri paesi il solo ostacolo e la sola forza di controllo al prepotere delle clientele malvage che ci divorano. […] io considero la lista Socialista Ufficiale come il solo terreno di concentrazione possibile per tutti coloro che lavorano disinteressatamente all’elevamento politico della classe lavoratrice». Il 4 maggio a sera giunse da Napoli a Molfetta il vecchio àscaro giolittiano Pietro Pansini per attendere tra i suoi seguaci l’esito delle votazioni. Nonostante la bocciatura della Giunta Esecutiva del Partito Repubblicano italiano in Roma, si presentò candidato nella circoscrizione di Bari-Foggia in una lista repubblicana insieme a Piero Delfino Pesce e Giacinto Francia. Nell’edizione centro-meridionale dell’Avanti! del 5 maggio 1921 in terza pagina, un trafiletto sulla situazione politica locale a Molfetta, informava: «Dopo il ritiro dell’on. Salvemini, il campo elettorale è mantenuto da tre partiti: socialista, repubblicano e del blocco». In un sottostante articolo sulle manifestazioni molfettesi del 1° maggio si leggeva: «Il compagno Barbera Sabino, nostro candidato politico, tenne una conferenza nell’atrio delle Scuole elementari, che durò oltre un’ora e nella quale illustrò largamente il significato delle festa del Primo Maggio, quello della lotta elettorale che si dovrà combattere fra giorni. Altri due comizi privati si tennero nel pomeriggio nella Lega Contadini e nella Lega Muratori ove parlarono gli anzidetti oratori [sic] e il giovane compagno Zagamo [sic per Zagami Vincenzo]». Pasquale Sabino Barbera, professore nativo di Minervino Murge, era un socialista massimalista, seguace di Giacinto Menotti Serrati, direttore dell’Avanti! Il 7 maggio fu la volta di Nicola Barbato, proveniente da Milano, uno dei mitici capi dei Fasci Siciliani dei Lavoratori di fine Ottocento e deputato socialista uscente del collegio di Bari, che nel Teatro “Fenice” di Molfetta dalle 18 alle 19:30 tenne un comizio alla presenza di circa 500 persone, illustrando il suo programma politico sulle imminenti elezioni e sul socialismo, senza incidenti. In Italia le squadre fasciste, finanziate da agrari e industriali spaventati dal “pericolo bolscevico”, condizionarono con la violenza la contesa elettorale, provocando incidenti gravissimi e causando decine di morti. Salvemini nel 1955 commenterà: «Tornato al potere Giolitti, le elezioni del 1921 superarono in fatto di violenze tutto quanto si era mai visto prima in Italia; e finalmente i socialisti dell’Italia settentrionale impararono a credere quanto non avevano voluto mai credere finché si era trattato di “laggiù”». Per la prima volta dopo la Grande Guerra le sinistre persero voti, confermando la virata a destra in atto nel Paese. I socialisti scesero da 156 a 123 seggi, anche se 15 andarono ai comunisti. I repubblicani calarono da 13 a 6 seggi. Guadagnarono invece consensi i popolari di don Sturzo, che salirono da 101 a 108 seggi, e le destre, i cui “Blocchi nazionali”, voluti da Giolitti, rastrellarono con liste affini ben 265 seggi. Di questi 220 andarono divisi fra i vari gruppi liberali, democratici, socialriformisti e agrari, 10 toccarono ai nazionalisti e 35 ai fascisti, tra cui Benito Mussolini, eletto a Bologna e Milano, che fu il terzo deputato più votato del Regno d’Italia. Nella circoscrizione di Bari-Foggia ci furono incidenti con morti a Cerignola e Noci, mentre a Conversano, Canosa, Spinazzola, Bitonto e Terlizzi nazionalisti e fascisti in combutta con i funzionari di pubblica sicurezza con la violenza impedirono di votare alla massa dei lavoratori. Pietro Pansini non venne eletto. Il medico e benefattore molfettese Eduardo Germano risultò soccombente nel Blocco nazionale in lista con Antonio Salandra, irriso da un corrispondente di Bari dell’Avanti! del 19 maggio come «Totonno, il grande figlio di Troia», scherzando salacemente col nome della città natìa dello statista. Invece riuscì nello stesso blocco, terzo dopo il capolista Salandra e Domenico Andrea Spada, il cerignolano Giuseppe Caradonna, brutale capo degli agrari pugliesi e unico fascista eletto nel Mezzogiorno continentale. Tra i socialisti ufficiali furono eletti Arturo Vella, che il 20 gennaio a Livorno con Serrati era stato tra i capi firmatari della mozione massimalista unitaria vincente e il 16 aprile era stato aggredito e ferito da fascisti armati alla stazione di Barletta, Giuseppe Di Vittorio, detenuto nel carcere di Lucera, Domenico Majolo, Michele Maitilasso e il combattivo Giuseppe Di Vagno, che fu il secondo dei socialisti eletti dopo Vella. Il 18 maggio l’avvocato conversanese fu a Molfetta per partecipare a una dimostrazione affollata da circa duemila simpatizzanti. Dalle 17 alle 19 il corteo attraversò festante le principali vie cittadine, preceduto da una fanfara, dalle bandiere di varie associazioni cittadine e da un grande ritratto di Salvemini. Dopo una rapida presentazione del ragioniere salveminiano Sergio Azzollini, l’avv. Di Vagno tenne un breve comizio, riservandosi di svolgere un più ampio discorso in altra occasione. Quella sera non ci furono incidenti, ma il giovane deputato, dopo l’ennesimo comizio, il 25 settembre 1921 a Mola di Bari cadrà in un’imboscata tesagli da sedici fascisti di Conversano, ispirati da Caradonna, con tre pistolettate alla schiena, spirando l’indomani in ospedale. Nella nuova Camera Giolitti, messo in difficoltà sulla politica estera di Carlo Sforza, venne contestato da Salandra, da settori della destra, dai nazionalisti, dai fascisti di Mussolini, dai democratici di Nitti, dai socialisti e dai comunisti. I socialisti Turati e Modigliani presentarono un ordine del giorno contro la politica interna ed estera del Governo, che venne respinto con 234 voti contrari, 200 favorevoli e 6 astenuti. Avendo ottenuto la fiducia con un margine di appena 34 voti, il 27 giugno 1921 Giolitti si dimise. I tempi erano cambiati. Lo statista aveva pensato di manovrare i fascisti a suo piacimento, invece era stato Mussolini a usare Giolitti per ottenere ai fascisti una patente di costituzionalità facendoli eleggere nei “Blocchi nazionali”, mentre d’altro canto impiegava lo squadrismo per intimidire i “rossi” e rassicurare il padronato e i benpensanti. Come ha scritto Eric Hobsbawm in L’Età degli imperi, Giolitti «aveva saputo gestire con brillante successo la politica italiana agli inizi del Novecento: conciliandosi e addomesticando il movimento operaio, comprando appoggi politici, manovrando e patteggiando, concedendo, evitando confronti. Nella situazione postbellica socialmente rivoluzionaria del suo paese queste tattiche non funzionavano più. La stabilità della società borghese fu rinsaldata dalle squadre armate dei nazionalisti e dei fascisti, che condussero letteralmente una guerra di classe contro un movimento operaio incapace per conto suo di fare la rivoluzione. I politici (liberali) appoggiarono il fascismo, nella vana speranza di integrarlo nel loro sistema». Il 4 luglio il socialriformista Ivanoe Bonomi formò il nuovo ministero. Un’eco della situazione parlamentare e dell’atteggiamento dei socialisti ufficiali si coglie in una lettera fiorentina del 5 luglio da Salvemini inviata a Gino Luzzatto: «Fui in Puglia una decina di giorni or sono. I socialisti sono ora in grandi tenerezze per me. Vennero ufficialmente quelli della Sezione di Molfetta, con uno dei candidati della passata lotta, a invitarmi perché tornassi nell’ovile. Hanno bisogno di uomini. I capi di Roma debbono aver dato la parola d’ordine di reclutare più intellettuali che sia possibile. Prevedono forse una grande crisi per il prossimo inverno, e vogliono prepararsi i quadri più ricchi che sia possibile. Li accolsi assai cordialmente; ma rifiutai per ora di impegnarmi. Figurati che è rientrato nel partito anche Giacinto Francia! Presto ripiglieranno magari Colella. Che cosa posso fare io in compagnia di quella gente là?». Per quanto riguarda Francia, l’esclamazione di Salvemini si spiega col fatto che l’avvocato minervinese in maggio si era presentato candidato per Bari-Foggia in una lista repubblicana, mentre la preclusione verso Giovanni Colella dipendeva dalla convinzione di Salvemini che il professore bitettese, presentatosi candidato in una lista di socialriformisti, democratici e combattenti, fosse allora un massone, cosa di cui in séguito dovette ricredersi. Subito dopo le riserve sui due nomi, lo storico molfettese aggiungeva: «Eppoi l’atteggiamento dei socialisti alla Camera mi disgusta e mi esaspera. Avere fatto la crisi sulla politica estera associandosi ai nazionalisti e ai fascisti, è stata una cattiva azione, degna in tutto e per tutto di Claudio Treves. Non hanno osato dare battaglia ai fascisti sulla politica interna, perché temevano di essere bastonati personalmente; e si sono alleati coi fascisti sulla politica estera». In quei giorni Salvemini era spiritualmente avvilito, politicamente inorridito e intellettualmente affaticato. Lo dimostra una lettera fiorentina dello stesso 5 luglio 1921 al giornalista Giuseppe Donati, segretario provinciale del Partito Popolare Italiano a Venezia, che si considerava suo discepolo e che lo storico stimava. Aprendosi al giovane, il quarantasettenne Salvemini, citando a memoria un verso latino di un’elegia di Massimiano, tra l’altro rivelava: «Nel febbraio scorso fui seriamente malato. Lo scioglimento della Camera, restituendomi alla libertà, mi ha fatto rifiorire la salute. Ma sono moralmente assai stanco. La politica mi dà un’impressione di orrore. […] Ho perduto la fede in molte cose. Non che le creda false, cioè contrarie al bene della vita. Ma mi pare che sieno estranee alla realtà: perché la realtà è, nella immensa maggioranza degli uomini, stupidità ed egoismo cieco immediato. […] Mi pare di aver perduto trent’anni della mia vita: i migliori. E ora che vorrei ritornare alla scienza, la molla della energia intellettuale è fiaccata: non sum qui fui, interit pars maxima nostrum. […] Mi hanno invitato a rientrare nel Partito Socialista. Dicono che posso essere utile, ora. Ma io ho rifiutato: utile a che? a fare ancora e sempre opposizione? Sono stufo di fare il Bastian contrario. A cinquant’anni sarebbe tempo di realizzare qualcosa. E nel Partito Socialista non saprei che cosa realizzare: c’è troppa stupidità e troppa viltà. E negli altri c’è troppa perfidia e troppa malvagità. […] Mi sento invecchiato assai. […] Mussolini, D’Annunzio, [Francesco] Giunta [deputato fascista di Trieste]: ecco dei bruti comm’il faut, che vivono una vita, con pochi scrupoli, sicuri di sé, sicuri di trovar sempre degli scemi e degl’ingenui di cui sfruttare la bestialità. Oppure è il caso di ammirare i fatui e gl’intriganti: i Bonomi, gli Orlando, i Salandra. Essi sono inseriti nella realtà di quel che gli uomini sono. Noi siamo esseri irreali». La depressione e il senso di estraneità di Salvemini, tuttavia, non dureranno molto a lungo.

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