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La nuova frontiera della comunicazione politica: i social media
15 ottobre 2015

I social media non fanno vincere una campagna elettorale ma senza social media non si può fare campagna elettorale, Burt Becker. Questa semplice frase fa capire quanto sia cambiata negli ultimi anni la comunicazione pubblica ed istituzionale e quanto il nesso di reciprocità tra comunicazione e politica, sempre esistito, sia ora molto più evidente. Molto tecnica ma chiara e interessante è stata la conferenza tenuta a questo proposito dal dott. Michele de Sanctis, giornalista professionista e addetto stampa del comune di Molfetta, nella Sala Finocchiaro della Fabbrica di San Domenico, promossa dall’Associazione culturale “Studenti sempre”, ex alunni del Liceo Classico “L. da Vinci” di Molfetta, presieduta dalla prof. Maria Depalma, preside dell’Istituto fino all’anno scolastico 2008-09, che ha introdotto la serata, sottolineando l’importanza e l’attualità dell’argomento, il primo del ciclo annuale dell’Associazione. Cominciamo con il porre una distinzione tra la comunicazione pubblica ed istituzionale e la comunicazione elettorale. La prima, infatti, mira a dare informazioni trasparenti ed esaurienti, a consentire accesso ai servizi, a fare da supporto agli uffici, a promuovere eventi, a selezionare notizie di interesse pubblico a comunicare risultati e processi. Mentre la seconda è una semplice raccolta di consenso, diversa ancora dalla propaganda la quale, mira solo a sostenere un’azione. Entrambe poi entrano a far parte del cosiddetto marketing politico ed elettorale, nato negli USA intorno agli anni ‘80 e portato in Italia da Berlusconi. Fondamentali per lo sviluppo del marketing politico ed elettorale sono stati proprio i social media. Dai dati del Censis 2015 infatti risulta che la televisione rimane il primo media, ma nel frattempo cresce l’uso delle web tv (dal 4% al 22%), calano i quotidiani a pagamento (dal 67% al 43%) sostituiti dai quotidiani online, utilizzati soprattutto dai giovani ed inoltre cresce l’uso degli smartphone. Secondo il Rapporto Reuters online i siti di informazione più visitati sono quelli di Repubblica, Google news, Ansa, Corriere della Sera e altri quotidiani nazionali, al 10° posto figurano i siti dei giornali regionali, un posto in questa classifica è ricoperto (a sorpresa?) anche dal portale di Beppe Grillo. Mentre in Tv e Radio resistono i Tg delle reti più in vista, Tgcom24, Rai news 24, perdono audience invece i diversi programmi di approfondimento e i talk show (da Ballarò a Porta a porta dalle trasmissioni di Santoro a quelle di Formigli e Floris). Il risultato che però preoccupa più di tutti è che il 50% della popolazione ormai non si informa più. Ben 1,39 miliardi di persone nel mondo sono utenti Facebook, 36,6 milioni quelli attivi, ovvero che si connettono alla piattaforma quotidianamente, di questi, 16 milioni sono italiani (280.000 sono i pugliesi). Perfino la Santa Sede e il Papa hanno oggi un profilo social. La politica quindi si tiene al passo con i tempi: moltissimi i politici che hanno creato un profilo sui più grandi social network (Facebook e Twitter), da Grillo a Salvini, passando da Renzi e Berlusconi fino ai meno rilevanti ma seguiti Di Battista e Di Maio del M5S. Per non parlare poi della Santa Sede e del Papa anche loro provvisti di profili social. Il dott. Michele de Sanctis ha messo in evidenza che la caratteristica dei social più apprezzata dai politici è, neanche a dirlo, la disintermediazione, ovvero la possibilità di non ricevere domande e quindi di esprimere il proprio pensiero (vero o falso, giusto o sbagliato che sia) liberamente, senza la mediazione di giornalisti. Questo fenomeno è chiamato “Politicapop” e comporta il declino dell’organizzazione dei partiti, l’identificazione del leader con il partito e quindi il minor attaccamento al partito da parte del popolo. Illuminante è stata la visione del video a cura di A. Jakhanagiev riguardante le modalità con le quali si costruisce una notizia, dalle domande dei giornalisti pilotate dai politici stessi, alla lunghezza degli interventi da mandare ai tg, dagli errori e numerosi “ciack si gira” a quello che poi effettivamente viene trasmesso dai telegiornali, alla politica/ spettacolo. Sfiducia nella democrazia e nell’informazione sono le conseguenze dei nostri tempi: secondo i dati Demos, siamo ormai al solo 10% di fiducia nei mezzi di informazione e per quanto riguarda le istituzioni solo il Papa, le Forze dell’Ordine e la Scuola superano il 50% in fiducia. Cambiano, inoltre, anche canali di informazione utilizzati dalla popolazione in vista delle votazioni: se prima l’opinione pubblica si formava tramite quotidiani e telegiornali, ora sono i social media che spopolano. Ma, a differenza di quello che ci si aspetterebbe, non sono nemmeno questi ultimi a pilotare il voto (ricordiamo, a questo proposito, la citazione iniziale di B. Becker), quanto il parere dei parenti e amici. La sfiducia nella democrazia e nell’informazione comporta, infatti, il dare più importanza agli aspetti affettivi/valoriali rispetto a quelli cognitivi, la difficoltà di ricomporre una proposta politica valida, la sostituzione dei valori da parte del pragmatismo ma soprattutto la prevalenza dell’oggi rispetto ai piani per il futuro. I politici sanno queste cose ma sembrano non importarsene confermando il pensiero del politologo francese Bernard Manin: Gli attori politici diventano attori mediatici, i cittadini e gli elettori diventano “il pubblico”.

Autore: Daniela Bufo
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