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La Grande alleanza democratica di centrosinistra e i fantasmi del passato
15 febbraio 2005

Nata tra qualche difficoltà e accolta con un certo malcelato sospetto da alcuni settori del centrosinistra, l'assemblea degli iscritti della Grande Alleanza Democratica, svoltasi nella mattinata del 30 gennaio e proseguita poi giovedì 3 febbraio, ha finito per fornire la rappresentazione più chiara dello stato di una coalizione che, per quanto possa avere la pretesa di definirsi grande e l'ambizione di dirsi democratica, continua a manifestare enormi difficoltà nel dimostrarsi davvero un'Alleanza. Discussione lunga ed approfondita quella che ha coinvolto tutti i partecipanti (tanto da essere sviluppata in due giornate) ma che alla fine non è approdata a molto altro se non all'approvazione di un generico documento di principi già ampiamente concordato da tutti i partiti di centrosinistra e stilato congiuntamente, nei giorni precedenti, dai segretari. Risultato magro se confrontato con la sua turbolenta “gestazione” ma comunque un risultato, e di questi tempi meglio accontentarsi. In realtà lo svolgimento dell'assemblea sembrava procedere in maniera abbastanza tranquilla nella sua prima giornata durante la quale si è avuto modo di registrare una generalizzata convergenza sull'opportunità di avviare un percorso comune che, passando attraverso l'appuntamento delle elezioni regionali del prossimo aprile, potesse riportare nel 2006 il centrosinistra al governo della città, ponendo fine alla gestione del centrodestra su cui (come era inevitabile) si è detto tutto il male possibile. E proprio per opporsi al ceto politico che oggi governa la città, “privo di qualsiasi respiro strategico – come si legge nel documento congiunto dei partiti della Gad – sprezzante verso le regole democratiche di garanzia per tutti i cittadini, incline solo ad alimentare reti clientelari” che le forze politiche di centrosinistra si sono impegnate a dar vita, con l'assemblea del 30 gennaio, “ad un processo democratico innovatore e partecipato, capace di coinvolgere associazioni, movimenti e cittadini in un processo di rinascita del senso civico e dell'idea stessa di bene comune per ridare a Molfetta la possibilità di un salutare cambiamento”. Questo il senso politico più profondo che l'assemblea degli iscritti del centrosinistra voleva raggiungere e che in qualche misura ha cercato di perseguire brillantemente prima di impantanarsi nelle solite obsolete beghe da cortile. Infatti la situazione è decisamente mutata quando non si è potuto evitare di affrontare di petto i problemi politici più spinosi ancora sul tavolo e sui quali evidentemente l'unità di intenti contro un avversario comune non può certo bastare. Ed allora ecco scoppiare, ancora una volta, il caso-Lillino Di Gioia, proposto da Ventrella (in rappresentanza degli “Ambientalisti”, movimento confluito nella “Margherita”), senza troppi giri di parole, quale futuro candidato sindaco della coalizione, in virtù delle tante (a suo dire) battaglie sostenute dal leader del “Riscatto della città” in questi anni, durante i quali i movimenti che fanno a lui riferimento (“Ambientalisti”, appunto, il “Riscatto della Città” e “Politica Nuova”), sono stati gli unici a condurre una seria opposizione a Molfetta. “Il centro deve essere l'obiettivo della coalizione, altrimenti – ha profetizzato, mistico, Ventrella – se si vuole spostare a sinistra l'asse dell'alleanza, come è stato fatto con le primarie, nemmeno nel 3011 vinceremo le elezioni. Il candidato sindaco deve possedere due requisiti: grande esperienza amministrativa e comprovata capacità di stare nelle istituzioni. Nessuna personalità della società civile è stata in grado, in questi anni, di ergersi in modo da aspirare a diventare punto di riferimento per tutti”. L'identikit del candidato immaginato da Ventrella è dunque chiaro ed è mancato solo che ne facesse esplicitamente il nome: Lillino Di Gioia. A stretto giro è arrivata la “posizione ufficiale” della Margherita rappresentata da Nino Sallustio che, per l'individuazione dell'alternativa al governo della città, ha individuato “nella partecipazione di tutti il metodo e nella coalizione il luogo. L'indicazione del leader che ci rappresenterà nel 2006 non può nascere da un rapporto di equilibri e pesi interni alla coalizione”, ha dichiarato il consigliere comunale della Margherita sconfessando qualunque fuga in avanti prospettata da Ventrella. E sul metodo da adottare per l'individuazione di una alternativa di governo, Antonello Mastantuoni del direttivo dei Ds, partendo dalla felice esperienza della primarie, ha indicato, in ordine di importanza le quattro priorità: “l'ampliamento degli spazi democratici, un programma condiviso che rechi un progetto per la città, una classe dirigente capace di autorigenerarsi, ed, infine, il candidato sindaco”. E sulla necessità di aprirsi alla città ed alle istanze che dalla società civile emergono, si è soffermato Antonello Zaza, consigliere provinciale di Rifondazione: “Società civile e società politica possono e devono coordinarsi e compenetrarsi. Il problema – ha dichiarato – non è trovare un candidato sindaco (ognuno di noi, potenzialmente, potrebbe esserlo), ma, partire dai cittadini e creare le condizioni perché il miglior candidato sindaco possibile venga fuori naturalmente. Le operazioni di scomposizione e ricomposizione del ceto politico da sole non servono”. L'intervento del più volte evocato Lillino Di Gioia si è aperto con una inevitabile “tirata d'orecchie” ai partiti di centrosinistra ai quali ha rimproverato l'incapacità politica di riorganizzarsi e di essere presente in città dopo la sconfitta del 2001 ed è continuato con la consueta rivendicazione del merito di essere stato l'unico in questi anni a condurre opposizione alla giunta guidata da Tommaso Minervini, lasciando intendere che questi meriti dovrebbero bastare da soli a fargli acquisire sul campo i “gradi” di candidato sindaco. Posizione platealmente avversata prima da Matteo D'Ingeo che, rileggendo uno dei primi documenti del “Percorso”, datato 1993 (a dimostrazione del fatto che per alcuni i tempi – e il repertorio – non mutano mai…) in cui si attaccava il “vecchio ceto politico democristiano”, ha rilevato il regresso del centrosinistra disposto oggi ad accogliere chi di quel ceto politico è stato esponente di primo piano e poi da Gianni Porta, segretario di Rifondazione, che si è detto subito contrario all'ingresso di “certi personaggi” (e il riferimento è apparso a tutti chiaro) nella coalizione giungendo fino a parlare di “carnevalate” e scatenando così un putiferio a stento placato dal segretario dei Ds, Mino Salvemini. Alla fine, accanto all'approvazione del documento di intenti, si è deciso di istituire due comitati, uno per le elezioni regionali e un altro per l'individuazione del metodo di scelta del candidato sindaco per il 2006, all'interno dei quali magari sarà più facile trovare un'intesa che durante l'assemblea è apparsa ancora lontana. A noi non resta che convenire con Mimmo Favuzzi, membro del direttivo dei Democratici di Sinistra e tra i padri del movimento che nel 1994 portò il centrosinistra al governo della città, il quale ha parlato della presenza ingombrante dei fantasmi di quella esperienza che continuano a condizionare pesantemente il dibattito politico interno al centrosinistra. Con quei fantasmi e con una valutazione serena dell'esperienza di governo targata Guglielmo Minervini sarebbe davvero ora che si facessero definitivamente i conti, per esorcizzarli e guardare con serenità ad un futuro condiviso. Per il bene della città. Giulio Calvani giulio.calvani@quindici-molfetta.it
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