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“La gente ha fame di convivialità spirituale Quanti nuovi poveri in questa pandemia!”
15 giugno 2020

La convivenza forzata con la pandemia ha costretto tutta l’Italia e non solo alla quarantena, ad una vita completamente trasformata nelle abitudini, nei riti, nell’organizzazione familiare e lavorativa. Questa vita sospesa ha cambiato radicalmente affetti, relazioni e persino le pratiche di pietà che sono state fortemente inibite. Di fatti i sacerdoti sono rimati sempre presenti - nello spazio territoriale delle loro parrocchie - attraverso il web e i social media. Così le chiese si sono via via trasformate – a livello locale e nazionale – in piccole stazioni di trasmissioni radio e video pur di stare accanto ai propri parrocchiani soprattutto in un momento dove la solitudine ha messo a dura prova la tenuta psicologica di tanta gente. Di tutto questo e del graduale ritorno ad una pseudo normalità “Quindici” ne ha parlato don Vincenzo, parroco presso la Chiesa Cuore Immacolato di Mari (San Filippo Neri). Che difficoltà sta incontrando nella riapertura della chiesa post corona virus? «Premetto la mia gioia, condivisa dalla mia comunità, per la possibilità dataci dal Governo - dallo scorso lunedì 18 maggio - di celebrare finalmente la S. Messa con il popolo, con i fedeli, insomma con i tanti uomini e le donne cristiani. Non c’è stata una particolare difficoltà nella riapertura. Un distinguo è d’obbligo: le chiese non sono mai state chiuse. I fedeli durante la pandemia da Covid–19 si sono recati in chiesa per la preghiera personale. Sovente hanno sentito l’esigenza di affidarsi a Dio in questo tempo che ha reso l’umanità vulnerabile e in preda al panico, le cui certezze di vita e l’idea di progetti futuri sono caduti drasticamente e in modo inesorabile». Quali i limiti imposti dalle regole di sicurezza? «Le norme previste per la riapertura alle celebrazioni sacramentali sono diverse. Anzitutto la presenza delle persone in chiesa è condizionata dal distanziamento di un metro frontale e laterale tra loro. Pertanto, considerato tale distanziamento, si sono calcolati i posti a sedere per l’intero spazio sacro: ciascuna chiesa all’ingresso ha indicato il numero massimo consentito delle persone per la partecipazione alle funzioni sacre. Inoltre c’è l’obbligo, entrando in chiesa, dell’igienizzazione delle mani attraverso apposito dispenser e dell’uso della mascherina da tenere sul volto per l’intera celebrazione. Ancora, dovendo per norma generale in tempo di coronavirus non avere contatti tra le persone, non è consentito il gesto dello scambio della pace mentre la distribuzione della S. Eucaristia viene fatta dal sacerdote munito di mascherina che ha igienizzato le sue mani e pone la particola rigorosamente sulle mani del singolo fedele senza alcun contatto». In fase di lockdown - durante cui non ha potuto celebrare la messa - ha trovato delle soluzioni alternative per poter stare vicino ai suoi parrocchiani? «Premesso che ho ‘sopportato’ la decisione della sospensione delle cerimonie religiose, convinto del fatto che si potevano adottare allora le medesime norme di sicurezza previste per il tempo presente, i fedeli hanno sofferto non poco l’assenza del ‘pane eucaristico’. Si è ovviato con la celebrazione a mezzo streaming, con evidenti limitazioni che tale soluzione ha comportato. Io mi son fatto presente alla comunità anzitutto con un messaggio domenicale di commento al Vangelo. Inoltre, per il solo tempo della settimana santa si sono trasmesse via Facebook le celebrazioni liturgiche». Ferme restando le restrizioni di accesso alla funzione religiosa, ha notato ad oggi una minore partecipazione da parte dei fedeli? «Grazie a Dio non ho registrato una diminuzione di presenze dei fedeli a messa. La gente si è saputa distribuire quasi in modo automatico nei vari orari delle celebrazioni domenicali. C’è stato un aumento della partecipazione alla messa nei giorni feriali. Nota dolente: la latitanza dei bambini della catechesi e dei loro genitori. Ma ahimè è un classico con l’avvicinarsi del tempo estivo». Sta riscontrando delle titubanze nella frequentazione della messa da parte dei fedeli? «Come dicevo in precedenza, la gente è lieta di riprendere la partecipazione ai divini misteri. Sente l’esigenza di ricevere i sacramenti della vita ordinaria: confessione e comunione. Ha fame di convivialità spirituale: pregare insieme nelle diverse forme. Avverte l’esigenza di incontrare il prete per raccontargli il ‘suo’ lockdown, ritrovando così, nella condivisione della stessa fede la strada della speranza nei tempi a venire». Durante e dopo il lockdown ha riscontrato un aumento di persone e/o famiglie in difficoltà che si sono rivolte a lei per un supporto? «Il covid–19 ha fatto strage di persone. Tanti, troppi, i morti in questi mesi. Ma, sappiamo anche che ha generato - e in molti casi acuito - la povertà dei singoli, delle famiglie. Questo a causa dell’arresto importante dell’esercizio del lavoro da parte di tanti o delle condizioni restrittive, forse improponibili, per la riapertura del commerciale e non solo. A Molfetta sono aumentati i poveri! Uomini, donne, bambini che dalla sera alla mattina non avevano più di che mangiare. Al netto di tutte le eventuali critiche o rimostranze per la chiesa gerarchica o territoriale, la comunità ecclesiale si è fatta prossima alla gente nella sua reale indigenza. E sta ritrovando unitamente alla celebrazione dei sacramenti il suo proprium che è il mandato della carità». Che tipo di supporto è stato offerto? «La mia comunità parrocchiale ad oggi supporta 41 nuclei familiari per un totale di 167 persone. Settimanalmente si comunica a tutti, anche durante le celebrazioni eucaristiche, un elenco dei principali alimenti di cui si ha necessità per la dispensa dei poveri. Nel silenzio operoso di chi fa la carità senza squilli di tromba o propaganda strumentale, ma con riservatezza: “non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra”, arriva tanta roba alimentare di ogni genere. Settimanalmente le famiglie indigenti vengono in chiesa per ritirare la spesa. Sui loro volti l’imbarazzo e la sofferenza; sui nostri la gioia, quasi la commozione, di dare loro un po’ di speranza». © Riproduzione riservata

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