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La fiera di Molfetta del 1905 Frammenti di storia
15 settembre 2005

Un secolo sembra un'eternità, ma in fondo, sia pure con i debiti mutamenti storici e tecnologici, la fiera dei nostri tempi non è poi così diversa da quella di cento anni fa. Per il 1905 disponiamo di una vivace cronaca pubblicata sul Corriere delle Puglie, dovuta alla penna facile e giornalisticamente ellittica di Gioacchino Poli, che in quel tempo adoperava di frequente la semplice sigla P. I festeggiamenti dell'8 settembre per Santa Maria dei Martiri sono descritti con particolare riguardo all'ambiente e alle consuetudini paesane, ma senza dimenticare l'apporto numerico dei forestieri, specialmente dei paesi vicini: «La tradizionale festa della Madonna dei Martiri è riuscita straordinariamente animata. Si può dire che Bisceglie, Giovinazzo e Terlizzi si fossero riversate su Molfetta. Molto popolino di Bisceglie ed anche delle signore distinte. Lo sbarco della Madonna, come sempre, pittoresco ed emozionante. Miriadi d'imbarcazioni, gremite di belle popolane, precedono, fiancheggiano e seguono la barca della Vergine tirata a rimorchio dalle barche sorteggiate dei pescatori e dei pescivendoli. Dalle banchine una folla enorme applaude, prega, piange, si entusiasma. Migliaia di marinai si slanciano a nuoto, seguendo la barca, dicono, per devozione. La Vergine è accolta da grida e da pianti, ed è presa sulle spalle dagli stessi marinai in tenuta di bordo, con le gambe nude, ed in camicia». Oltre alla processione a mare e allo sbarco della statua mariana sulla “banchina vecchia” di via San Domenico, Poli ritrae di scorcio, con stile nominale, anche il sistema di illuminazione ormai collaudato da alcuni anni e gli scoppi pirotecnici, soffermandosi su quelli pagati con le offerte di emigrati molfettesi residenti in Nord- e Sud-America: «Nulla di novità. Le solite illuminarie dei soliti fratelli Campanale di Ruvo, e delle batterie indiavolate, specie quella degli emigrati in America, in Buenos-Aires e nella Repubblica Argentina». A proposito delle luminarie (la lëmënêziòënë), occorre dire che a Molfetta già da qualche anno non si usavano più i lampanini ad olio a forma di bicchiere, dalla fiamma un po' scialba, fumigante e graveolente, in dialetto chiamati lë lêmbìërë, che gli operai dotati di scale (lë scalìërë) accendevano ad uno ad uno sugli archi, ma ormai si impiegava con successo l'acetilene, un gas inodore più luminoso dell'olio delle lampade. In altri resoconti risulta che i fratelli Campanale abbellivano gli archi delle luminarie con addobbi, fiori e bandiere. Quanto alle gazzarre pirotecniche (rë bbattaràjë), va detto che i fuochi d'artificio, già dalla seconda metà dell'Ottocento, venivano quasi sempre allestiti e fatti esplodere sulla “banchina vecchia”. Qualche dettaglio Poli lo fornisce anche sulle bande, molto seguite dagli intenditori, e su quello che oggi si chiamerebbe presidente del Comitato feste patronali: «La musica dell'88° reggimento è stata qui festeggiatissima ed assai applaudita. Il presidente della festa Leopoldo Peruzzi si rifece così delle mancate feste estive, che erano preparate dalla parte eletta della cittadinanza. Sarà per l'anno venturo». Non mancano poi ragguagli sul mercato degli animali, che si svolgeva prevalentemente nel Largo della Porticella (mmézz'a la Frëttëcéddë), l'attuale Piazza Garibaldi. Ecco le parole dell'articolista: «La fiera è stata anche animatissima, e si sono fatti affari d'oro, specie dai Montenegrini. Non vi parlo poi dei caffettieri». Gli allevatori e i mercanti montenegrini vendevano o scambiavano cavalli di piccola taglia, come i puledri dalmati (lë sckavùëttë) e i cavallini di Schiavonia (lë sckavë), ma smerciavano anche i ricercati ciuchini della Dalmazia (lë ciuccë dë la Talmêzzjë). Ovviamente c'erano pure operatori meridionali, pugliesi e locali e si facevano vendite o permute di altri animali, né mancavano carri, basti, bardature, aratri, fiscoli, funi, arnesi da lavoro, utensili domestici, tele, stoffe, gioielli, profumi, statuine di creta, giocattoli e altre merci, con bancarelle dislocate soprattutto lungo Corso Dante (mmézz'o Vurghë) e presso il porto. A proposito dei “caffettieri”, occorre ricordare che tra Otto e Novecento i bar più famosi del Borgo erano il “Caffè Durazzini”, appellato col cognome del proprietario, e il “Caffè Nazionale” di Pantaleo e Francesco Cozzoli, più noto come u Café dë Chëzzëlìcchjë, dal soprannome dei due fratelli. In una città senza acquedotto e senza fontane, in una giornata caratterizzata dal «caldo soffocante», come rimarca il cronista, erano ricercati anche i gelatai ambulanti, dispensatori di gelatini e sorbetti, e gli acquacedratai, che in cantimplore di metallo o di vetro tenevano al fresco acqua all'anice (acqu'e ênësë), orzata, menta, tamarindo e cedrata. I più squattrinati ricorrevano ai semplici acquaioli, venditori di acqua fresca col grembiale e il bariletto a tracolla. A dare animazione alla sagra contribuivano, naturalmente, i banconi dei pizzicagnoli e le tavolate all'aperto, con grande consumo di carni e di vini soprattutto da parte del basso popolo e dei forestieri. Gioia e tormento dei bambini nella tanto attesa kermesse erano anche i ciambellai, che esaltavano le proprie ciambelline zuccherate col grido cêmbréllë 'e zùcchërë, alla napoletana, o vendevano a 2 centesimi di lira coppie di pupattoli di pasta frolla uniti per mano, detti in gergo semidialettale mêrìt'e mmógljë (marito e moglie). Qualcuno metteva piume rosse sulla testa della pupattola, chiedendo un soldo, cioè 5 centesimi, per ogni paio di dolcetti così ornati. Meno frequenti in quell'epoca erano i venditori di torrone (tërròënë), copeta (chëpéëtë) e bastoncini di zucchero caramellato (frêmbëllìcchjë). Tra tante brave persone e nei capannelli favoriti da cantastorie, ciarlatani, imbonitori, giocolieri e zingari s'insinuavano anche borseggiatori e piccoli delinquenti, tenuti fin dove possibile a bada dal delegato di pubblica sicurezza Domenico Margiotta, che nei giorni della fiera procedette a parecchi arresti per porto d'armi abusivo. Poli registra anche una disgrazia non gravissima: «Un solo incidente. Un povero uomo ebbe una coppia di calci da un mulo, ebbe spaccata la fronte». Ma una vera sciagura era accaduta due giorni prima altrove. Mercoledì 6 settembre verso le tre e mezzo antimeridiane vicino al promontorio del Gargano, nelle acque di Vieste, una paranza molfettese fu speronata nelle tenebre dal Dauno, un piroscafo della Società di navigazione “Puglia”. L'impatto fu tremendo e la piccola imbarcazione venne spaccata in due tronconi. Prima che si verificasse l'urto, il marinaio di guardia gridò l'allarme alla ciurma che dormiva e ognuno si gettò in mare allontanandosi a nuoto. Restò vittima solo un bambino di dieci anni, che riposava col padre. I superstiti furono raccolti dalla bilancella che pescava di conserva alla paranza affondata. Secondo l'armatore, Giuseppe De Pinto, la propria bilancella aveva il lume rosso regolamentare, ma la tragedia fu resa inevitabile dall'elevata velocità del piroscafo. La paranza illesa rientrò nelle acque di Molfetta proprio mentre avveniva lo sbarco della Madonna dei Martiri. Il lutto funestò la famiglia del bambino, turbò l'ambiente marittimo e rattristò i lettori del quotidiano barese della domenica, ma la gran massa della gente, in quell'8 settembre del 1905, continuò i festeggiamenti, completamente ignara dell'accaduto. Marco I. de Santis (Centro Studi Molfettesi)
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