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La Danaide tra mito e libertà
15 settembre 2020

Tra i generi privilegiati dall’itinerario artistico di Maria Addamiano vi è la narrazione fiabesca. Non poteva essere diversamente, dal momento che per anni la scrittrice si è dedicata all’attività di maestra, coltivata con cura e passione. Per parlare ai bambini è necessario imparare a guardare ciò che ci circonda con i loro occhi. Infatti, quello dell’Addamiano è uno sguardo vergine sul mondo e sulle cose, che si posa con stupore sugli spettacoli della vita e della natura. È questa l’attitudine che appare subito evidente nell’incipit di Bellalì, pubblicato nel giugno 2020 da Gaart. La farfalla protagonista aleggia su corolle di fiori che sbocciano, in uno scenario di delizie, in cui persino il cappello di una compita signora diviene spectaculum agli occhi del narratore. Il senso della meraviglia è costante tra le pagine della fiaba. Ad alimentarlo è la certezza nell’immanenza di una “presenza”, una forza divina che espande nell’aria “profumi d’innamoramento”. Nasce così la tendenza a cogliere e a rappresentare la bellezza. L’autrice sa come scoprirla non ‘anche’ nelle piccole cose, ma direi ‘soprattutto’ in esse, perché la fede in una sorta di “sublime inferiore” caratterizza il suo percorso espressivo. Essa si esplica in modalità diverse nella poesia come nel racconto o nella misura più ampia del romanzo, nella pittura (e qui il pensiero corre alle sue ariose rappresentazioni degli spazi siderali) e nella scultura. In quest’ultima, l’Addamiano si muove spesso nel campo della RiciclArte, guidata dalla volontà di un evangelico recupero delle “pietre di scarto”. Nella fiaba Bellalì protagonista è una farfalla, una danaide, per la precisione, che l’autrice segue nelle sue evoluzioni gioiose, ma a volte anche incaute. La vicenda di Bellalì induce alla rievocazione delle Danaidi, da cui queste farfalle diurne desumono il nome. Si tratta di uno dei miti più affascinanti del mondo classico. Per non sposare i cugini, figli di Egitto, le cinquanta figlie di Danao ripararono ad Argo, nelle vesti di “supplici” (è la materia di una celeberrima tragedia di Eschilo, tra l’altro attualissima, se la si legge considerando la condizione dei rifugiati). Il mito voleva che, costrette infine a sposare gli odiati cugini, durante la prima notte di nozze le Danaidi – per ordine del padre Danao – li assassinassero, fatta eccezione per Ipermestra, che non ebbe il coraggio di uccidere suo marito. Il re avrebbe costretto successivamente le figlie a un nuovo matrimonio, da cui avrebbe tratto origine la stirpe dei Danai. La tradizione raccontava che – dopo la morte – le Danaidi fossero costrette da Zeus nell’Ade a riempire d’acqua una botte dal fondo bucato. Maria Addamiano, ovviamente, non segue fedelmente il mito, ma arabesca a partire da alcuni dati della tradizione, introducendo la vicenda delle sventurate fanciulle per mezzo di un flashback, il racconto della madre di Bellalì. Nell’intenzione della scrittrice, i fattori che determinano l’accostamento tra la farfalla, variopinta e bellissima, e la giovane figlia di Danao su cui si va a puntare l’obiettivo sono il desiderio di libertà, l’insofferenza verso le costrizioni, l’inclinazione al volo. Significativa la riproposizione, nella fiaba, di alcune opposizioni simboliche tipiche della narratologia, quali quella tra luogo aperto e luogo chiuso. L’ingresso di Bellalì in una grotta carsica la espone al rischio di un danneggiamento, determinando l’ingresso in scena di un pericoloso e subdolo antagonista. Un elemento naturale, il raggio lunare funge da insperato aiutante e questa magia, che si perpetra di giorno in giorno, porge l’occasione all’autrice per considerare come da sempre la Casta Diva belliniana abbia ispirato poeti e artisti. Allo stesso modo, la Danaide fugge da un luogo chiuso, cioè il castello in cui si annida il padre-padrone, e avrà, cooperanti a suo favore, ben due aiutanti: il giardiniere, catturato dalla fresca bellezza della giovane, e il Vento, che le dà slancio e induce il genitore al ravvedimento, facendolo passare per l’esperienza umiliante della nudità. Emerge così l’idea che anche i potenti possano veder squadernare le proprie fragilità, al cospetto del movimento incessante della Vita. Un gioco di rispecchiamenti, un canto di libertà, un inno elevato con stupore alla bellezza della Natura… Questi sono gli ingredienti di una fiaba scritta con levità, eleganza e quel pizzico di naïveté che impreziosisce e ingemma, con l’ausilio della bellezza e la freschezza bambina delle illustrazioni di Lia e Maddalena Palumbo, di cui non spetta al padre tessere gli elogi, ma che a più di un lettore potranno apparire tesori in uno scrigno di gioie. © Riproduzione riservata

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