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L'uomo che vendeva poesie
15 settembre 2010

Il personaggio di questa storia l’ho incontrato davvero in Piazza Municipio e il foglietto con la poesia che mi ha venduto per cinquanta centesimi era esattamente come lo descrivo. Mi sto ancora chiedendo perché, dopo aver inutilmente tentato di decifrarlo, lo abbia gettato via. Nessuno riuscì poi a ricordare da che parte fosse arrivato. Alcuni sostenevano dalla collina, altri dal borgo di pescatori poco lontano dal paese (se paese poteva chiamarsi), altri sostenevano di averlo visto arrivare dal boschetto dietro la Chiesa sulla collina. Ipotesi questa del tutto inverosimile perché l’uomo si aggirava nel paese fi n dalle prime luci dell’alba e nessuno sano di mente avrebbe attraversato il boschetto di notte, con tutti quei fruscii, quei sibili, quegli strani suoni che i più temerari avevano sentito avvicinandosi e di cui avevano dato le più inverosimili interpretazioni. Qualcuno, a proposito di quei suoni, ne aveva chiesto anche a Don Savino, il prete che viveva nella canonica annessa alla Chiesa sulla collina che sorgeva proprio davanti al boschetto, ma lui si era limitato a sorridere, aveva cambiato discorso e i curiosi non avevano indagato oltre. L’uomo aveva una età indefi nibile, anche qui chi diceva sui cinquanta, chi sui sessanta, gli occhi grigi, - no verdi, ma no, non lo avete guardato bene, azzurri - i capelli scuri, appena brizzolati, che gli scendevano sulle spalle, un po’ untuosi e ondulati, e indossava pantaloni, camicia e giubbotto jeans di un azzurro slavato con un fazzoletto di colore incerto messo a mo’ di sciarpa intorno al collo. Si aggirava con passo tranquillo fra le case del piccolo borgo e si avvicinava sicuro ma senza arroganza o aggressività, scegliendo chissà con quale criterio i suoi interlocutori. Gli abitanti erano quasi raddoppiati nel periodo estivo perché l’aria era buona e molti, che risiedevano ormai in città, tornavano alle proprie case per una vacanza o ai propri vecchi che non avevano voluto lasciare il paese. I primi giorni si davano arie da cittadini, sembrava avessero dimenticato il dialetto o le vecchie usanze, poi il ritmo disteso e tranquillo delle giornate a dimensione più umana li riprendeva e li reintegrava con i residenti. L’uomo si avvicinava con modi urbani e discreti: «Vendo poesie, vuole comprarne una? Solo 50 centesimi». Alcuni scrollavano le spalle e proseguivano oltre, altri facevano un sorrisetto di circostanza e si allontanavano imbarazzati, ma qualcuno, forse per curiosità o per l’esiguità della cifra richiesta comprò la poesia e la sua vita non fu più quella di prima, anche se non se ne accorse. La prima acquirente fu una giovane donna venuta col marito a trascorrere qualche giorno nel borgo dei suoi genitori, ormai defunti, che le avevano lasciato una casetta. Dovevano decidere se tenerla o venderla. Avevano discusso parecchio, lei e il marito, come ormai avveniva sempre più frequentemente. Lei si stava chiedendo cosa stesse succedendo al loro matrimonio quando venne avvicinata dall’uomo: “Compri una poesia, – le stava dicendo, e sembrava più una aff ermazione che una richiesta – solo 50 centesimi”. Prese perplessa il foglietto di quaderno a righi vergato con la penna biro. Sorrise: “Ma sì, perché no?”. La stranezza della richiesta l’aveva rasserenata, gli diede due euro, non erano certo i soldi il problema. A casa guardò distrattamente la poesia, era scritta a stampatello, senza ripensamenti o cancellature, ma stranamente non riusciva a capire tutte le parole. Entrò suo marito, la vide assorta e le chiese che cosa stesse leggendo. “Una poesia che ho appena comprato, - spiegò, ma senza il tono polemico che aveva contraddistinto le sue risposte negli ultimi tempi - solo non riesco a decifrarla”. “Davvero? – si meravigliò lui, e non c’era nella sua voce alcuna traccia del sarcasmo velenoso dei giorni scorsi – Vediamo se ci riesco io”. Lo guardò interdetta. Erano settimane che non si interessava più a lei. Lui le si avvicinò, prese gli occhiali che ora gli servivano per leggere: “E’ strano, sembra così chiaro ma non riesco a capire...”, le aveva poggiato la mano sulla spalla nuda (lei indossava un prendisolesentì il brivido che il contatto con la sua pelle abbronzata gli dava quando si erano conosciuti. Lei provò un turbamento e un eccitamento che non ricordava più. Non riuscirono a decifrare la poesia e non cercarono più il foglietto fi nito chissà dove. Ripartirono il giorno dopo senza aver venduto la casa. Le due sorelle sedevano sull’uscio di casa a braccia conserte, avevano esaurito le poche faccende che il piccolo appartamento a pian terreno richiedeva, ora non c’era niente da fare, soprattutto per chi non aveva voglia di fare niente. Sedevano quasi di spalla una all’altra e rispondevano a malapena ai saluti di chi passava. Si conoscevano tutti nel piccolo paese che in eff etti si riduceva quasi ad una sola ampia strada che portava alla collina, con case sui due lati e poche altre sparse intorno senza un progetto, nate così, quasi per gestazione spontanea dove capitava, dietro le altre. Le due sorelle non si parlavano più, se non per l’indispensabile. Vecchi, sciocchi rancori di cui non ricordavano neanche la causa le avevano divise. La maggiore, parecchio oltre i sessanta, aveva sempre una espressione scontenta e irritata che la rendeva brutta, l’altra era minore di diversi anni, l’aspetto sottomesso ma con esplosioni segrete di ribellione che le indurivano i lineamenti e la facevano star male. L’uomo le avvicinò accennando quasi un inchino mentre rinnovava la sua richiesta. La maggiore delle sorelle si limitò a guardarlo infastidita, la minore, per reazione, si alzò, frugò nella tasca del grembiule che indossava ancora, e trasse fuori la moneta. Prese il foglietto, guardò incuriosita i versi scritti a stampatello con la biro blu e non ci capì niente. “Mi fai guardare?”, era la sorella e il tono era insolito, quasi timido. “Certo, non riesco a decifrare e invece sembra così chiaro, guarda un po’ tu...”. Cercavano di dare un senso alle parole, e, infi ne, risero insieme. Si guardarono sbalordite. “Che vuoi per cena?”, chiese ancora la maggiore. L’altra prese il foglietto, lo mise distrattamente in tasca ed entrò in casa sorridendo ad apparecchiare la tavola. Le prime ombre della sera si insinuavano nel borgo. Dove la strada cominciava a salire sulla collina e faceva uno slargo c’erano grosse pietre levigate che venivano usate come sedili. Un gruppetto formato da villeggianti e residenti era intento a commentare la presenza dell’uomo che vendeva poesie. “Ma voi siete riusciti a capire che cavolo c’era scritto su quei foglietti?” chiese uno. Si guardarono confusi con un senso di disagio e prima che qualcuno degli adulti rispondesse, intervenne Luigino, il fi glio della vedova che chiamavano la Rossa: “Ma che c’è di diffi cile, riesco a leggerle pure io, sono scritte a stampatello!”. Luigino frequentava la seconda elementare. Uno trasse dalla tasca un foglietto con la poesia (non avrebbe mai ammesso di averla comprata se non fosse stato così curioso) e lo porse al bambino. “Vediamo un po’ se è così facile”. Il bambino prese sorridendo il foglietto e cominciò a leggere spedito, una, due, tre parole, tre versi, ma un gagliardo e improvviso colpo di vento gli strappò il foglio dalle mani e poiché grosse gocce di pioggia preannunciavano un improvviso temporale estivo, tutti corsero via e nessuno ci pensò più, come in seguito nessuno seppe dire da che parte fosse andato via l’uomo. Qualcuno diceva che fosse salito su per la collina e fosse entrato nel boschetto, scomparendo con le ombre della notte, ma pochi ci credettero e Don Savino, interpellato in merito, si limitò a sorridere. Per quanto mi riguarda, un paio di giorni dopo il mio incontro con l’uomo mia sorella mi ha porto sorridendo un foglietto:“Lo hai lasciato qui”. Era la poesia che avevo acquistato. Ma non l’avevo gettata via? Ho preso il foglio senza commenti, poi a casa l’ho messo in un libro, non ho tentato più di decifrarlo e sono decisa a non guardarlo più

Autore: Marisa Carabellese
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