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Joe Introna l'italo-americano che aiutò i terremotati d'Abruzzo
15 ottobre 2011

Le sue opere umanitarie hanno fatto il giro del mondo. Chef panettiere italo-americano (ma i suoi avi erano di Molfetta), residente a Point Pleasant Beach (New Jersey), Joe Introna gestisce dal 1997 la «Joe Leone’s Italian Specialty Store» (con il cognato John Hilla, i cui avi erano potentini), una catena di negozi alimentari. Ma la sua vera specialità è la grande umanità. È lui che in sordina ha aiutato la popolazione de L’Aquila dopo il terremoto del 6 aprile 2009: si è impegnato in prima persona al sostegno economico e morale dei terremotati, organizzando il «Jorney oh hope» (raccolta fondi in America) e bypassando associazioni e enti pubblici o privati che raccoglievano soldi (premiato dalla Cristoforo Colombo Italian Association per il suo impegno umanitario il 10 ottobre 2009). Quindici lo ha intervistato nel suo breve soggiorno a Molfetta (12-13 settembre), grazie all’ausilio del mediatore linguistico Anna de Nichilo e al cugino Gianfranco de Gennaro. Perché ha deciso di aiutare i terremotati d’Abruzzo, in particolare quelli de L’Aquila? «I miei nonni paterni, nativi di Molfetta, quando sono emigrati in America erano poveri, ma in America hanno avuto la fortuna di crearsi una nuova vita. Per questo motivo, saputo del terremoto in Abruzzo, ho voluto aiutare quelle persone disagiate. Era l’occasione per dare anch’io a questa gente quell’opportunità che i miei nonni avevano avuto lasciando l’Italia. Così, l’11 aprile, a pochi giorni dal terremoto, ho organizzato una festa nel parcheggio di fronte al mio negozio a Point Pleasant Beach. Abbiamo raccolto più di 25mila dollari». Il 15 e 18 aprile il primo viaggio a L’Aquila, con alcuni volontari americani. «Ho portato di persona i fondi raccolti, grazie anche all’intervento di un amico residente in città, perché non ero sicuro dell’uso che ne avrebbero fatto le varie organizzazioni umanitarie italiane. Il primo giorno abbiamo distribuito beni di prima necessità, come scarpe, coperte, abbigliamento, e portandola in quei campi dove il bisogno era urgente. Fui colpito dagli sguardi nel vuoto dei ragazzi e il secondo giorno distribuimmo ai bambini palloni e maglie dell’Italia. Un ragazzo mi chiese la bandiera americana che portavo con me. Il giorno dopo la affi ancò a quella italiana. Questo mi fece sentire orgoglioso di ciò che stavo facendo». Come nasce il «Jorney oh hope»? «Sono partito dai clienti del mio ristorante che hanno donato qualcosa per i terremotati. Dopo aver sensibilizzato anche gli italo- americani, ho realizzato una grande bandiera americana con la bandiera italiana al centro. Donando un solo dollaro per aiutare i terremotati, ognuno avrebbe potuto fi rmare la bandiera con il proprio nome e il proprio Paese di origine. Sentivo molto questa iniziativa, ero e sono molto motivato nello spingere gli italo-americani a fare qualcosa per gli italiani che ne avevano e hanno ancora bisogno. Sono orgoglioso di essere americano, ma sono altrettanto orgoglioso delle mie radici italiane». Durante questa iniziativa, lei ha vissuto in una tenda per mostrare alla gente le reali condizioni dei terremotati abruzzesi. Qual è stata la reazione della gente? «Girare in una tenda ha impressionato molti cittadini americani che non sapevano del terremoto. Ho voluto mostrar loro le reali condizioni di vita dei cittadini abruzzesi, nonostante potessi permettermi una stanza d’albergo. Ho girato 31 città nel Nord America per 90 giorni, dopo aver studiato la demografi a per individuare la maggiore densità di italoamericani. Di questo viaggio abbiamo anche realizzato un dvd». Oltre a distribuire beni primari, lei sta contribuendo alla ricostruzione dell’orfanotrofi o cittadino «Casa Famiglia - Immacolata concenzione». «Al mio ritorno in Abruzzo parte degli aiuti era già stata fatta dal Governo italiano. Perciò, ho pensato di focalizzare l’attenzione sulla ricostruzione dell’orfanotrofi o “Casa famiglia” grazie al contatto di un mio amico ligure e dei carabinieri Bozzo e Bucca, che si stavano occupando della ricostruzione dell’edifi cio quasi completamente distrutto. Per completare la “Casa famiglia” occorrono ancora 200mila dollari. Inoltre, il dvd che abbiamo realizzato sarà trasmesso sulle reti pubbliche americane e anche sulla Rai». Il suo intervento ha permesso anche la ricostruzione della statua di San Gregorio, patrono de L’Aquila, benedetta il 5 ottobre 2010 da Mons. Giovanni D’Ercole, vescovo ausiliario de L’Aquila. Infatti, l’opera del ‘400 era andata perduta nel sisma. «Di fronte allo sconforto della popolazione, che aveva perso i suoi luoghi di culto e la statua del santo patrono della città, San Gregorio, abbiamo ingaggiato un artigiano di Ortisei, vicino Bolzano, che ha realizzato una nuova statua in legno. Siamo andati noi stessi a prenderla per portarla a L’Aquila. Per me è stato molto toccante vedere la gente emozionarsi nel rivedere la statua del loro patrono. Proprio lo scorso 10 settembre è stata la festa patronale e, in occasione della processione con la nuova statua, sono stato invitato a parteciparvi. Anche questa volta mi ha molto emozionato vedere appesa alla statua di San Gregorio la bandiera americana». Lei è stato anche ricevuto a Roma dal Papa per i suoi meriti umanitari. «C’è stato un periodo in cui ero molto frustrato perché la mia iniziativa non decollava. Ho scritto una lettera al Papa che mi ha invitato a Roma non appena sono tornato in Italia. Arrivato a Roma, ho fatto un giro in auto in Vaticano e sono poi stato accolto in una grande sala, con altre persone provenienti da tutto il mondo. Il Papa ci ha salutati e benedetti ad uno ad uno. Nel mio caso, mi ha poggiato una mano sul cuore, dicendomi in inglese “Dio benedica il tuo cuore per ciò che fai per gli altri”. Per me è stata un’esperienza unica».

Autore: Giordano Germinario
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