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Intervista a Massimo Tinghi e Marì Dieudonne, 32 anni fa a Molfetta
15 settembre 2011

In occasione della cerimonia d’inaugurazione del XXX Congresso dell’Associazione «Molfettesi nel mondo», Quindici ha intervistato Massimo Tinghi, nativo di Cuneo e residente da 22 anni a Losanna, che lavora nel campo della sanità (infermiere, si occupa di cure palliative) e Marì Dieudonne di Parigi. Entrambi hanno conosciuto Molfetta nel 1979 durante un pellegrinaggio verso Gerusalemme e sono ritornati a qui per riabbracciare i vecchi amici. Come mai siete a Molfetta, pur non essendo nativi di Molfetta? [Tinghi] «32 anni fa, quando io avevo 23 anni e mezzo e Marì quasi 27, abbiamo deciso di andare a piedi a Gerusalemme chiedendo ospitalità durante il tragitto. Siamo passati da Molfetta e fummo ospitati in cattedrale, in una delle stanze del catechismo. A Bari, a Santa Scolastica, incontrammo don Angelo Romita, che poi divenne professore in Seminario. Tre settimane fa siamo partiti dai rispettivi Paesi di residenza, siamo passati da Bari e Molfetta per salutare gli amici, incontrati in quel viaggio, poi siamo stati in Grecia e ora siamo ritornati a Molfetta dove abbiamo rincontrato altri amici». Avete visto Molfetta negli anni ’80. Cos’è cambiato da allora? [Tinghi] «A Molfetta siamo rimasti solo un giorno. Ma, ricordo che era una città meno sviluppata di adesso a livello urbanistico, che andava dal Seminario fino a San Domenico. Non esisteva nemmeno tutto il lungomare e al porto erano attraccate quasi 30 barche». Dal vostro punto di vista, definiamo Molfetta con un aggettivo o un’immagine. [Dieudonne] «Una città tranquilla con gente aperta e accogliente». [Tinghi] «Per me Molfetta resta, oltre al suo spirito di accoglienza, una città che conserva gelosamente una memoria storico-culturale di cui è cosciente, dalla religione all’attività della pesca e della navigazione, dalla tradizione alla storia. Trovo belle le parole scelte per la giornata del migrante, i ricordi, le radici e l’orgoglio, perché l’uno non va senza l’altro. Non si può essere orgogliosi se non si ha memoria e non si può esistere senza le radici che devono essere ben salde. Questa sera siamo capitati qui (Fabbrica San Domenico, ndr) per caso, ma siamo stati accolti come fossimo cittadini di Molfetta, nonostante fossimo stranieri. Anzi, abbiamo visitato autonomamente il Museo della Navigazione. Insomma, questo atteggiamento è un tesoro di cui abbiamo bisogno al giorno d’oggi, perché sono questi valori di accoglienza e fiducia che ci salveranno dalla crisi economicafinanziaria ».

Autore: Angelica Vecchio
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