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Inno al Sole, domani concerto a Molfetta. Ricerca storica di Del Vescovo in anteprima
13 novembre 2009

MOLFETTA - Dopo due secoli di silenzio la cantata celebrativa settecentesca Inno al Sole, nata dall'incontro del genio di due artisti pugliesi ed eseguita per la prima volta a Napoli alla corte dei Borboni, rivivrà nella Cattedrale di Molfetta. L'opera, composta dal celebre sopranista e compositore terlizzese Vito Giuseppe Millico, sul testo di un'ode dello scienziato-poeta molfettese Giuseppe Saverio Poli, è stata di recente ritrovata nell'Archivio Diocesano locale. Sarà eseguita per la prima volta in tempi moderni domani sabato 14 (alle 20.30) in uno straordinario concerto gratuito voluto da Giuseppe Poli, discendente diretto del celebre scienziato molfettese e suo omonimo. Canteranno i soprani Angela Nisi e Annamaria Belloccio con l'orchestra da camera "Nino Rota", diretti dal maestro Antonio Magarelli. L'evento è realizzato sotto l'egida del Comune di Molfetta e l'Alta Adesione del Presidente della Repubblica.
Il libretto originale dell'opera sarà presentato alla stampa questa sera, alle ore 18, presso l'abitazione privata di Giuseppe Poli in via San Domenico, 11 a Molfetta (nei pressi del porto peschereccio). Sarà ospite anche il sindaco Antonio Azzollini.
Il collaboratore di Quindici, Giovanni Antonio Del Vescovo, ha fatto una ricerca storica sull’Inno al Sole che pubblichiamo in anteprima e in esclusiva per i nostri lettori
A metà Settecento, nel Regno di Napoli, il genere musicale della cantata celebrativa riprendeva il vetusto uso secentesco, introdotto da Carlo di Borbone, di conferire solennità encomiastica alle ricorrenze legate alle vicende pubbliche e private dei regnanti; erano celebrati pomposamente genetliaci, matrimoni, nascite ed altre fauste date.
Spesso quelle cantate fungevano da introduzione alle feste di corte. Magistrale esempio ne è la cantata Giove piacevole nella Reggia di Partenope, composta nel 1771 da Nicolò Piccinni ed eseguita al Teatro di S. Carlo a Napoli; la cantata di Piccinni, in realtà una specie di prologo musicale, ebbe grande successo tanto da essere riutilizzata anni dopo, ancora a Napoli, con il titolo di Giove revotato.
La cultura napoletana era formata da «intellettuali di rilievo legati alla corte borbonica, quali Giulio Inbibo, Angelo Ricci e Giuseppe Saverio Poli, ultima propaggine di un’intelighenzia “illuminata” che portava nel secolo XIX il suo cosmopolitismo, la sua ansia divulgativo-pedagogica, la sua sete di conoscenza onnivora»1; in quella cultura, orientata ad essere enciclopedismo illuminista, anche per la musica, grazie alla pubblicazione del Dizionario di Bertini o delle Memorie di Carlo Antonio de Rosa, marchese di Villarosa, va inquadrato il contributo intellettuale tout court di Giuseppe Saverio Poli (1746-1825) scienziato molfettese.
Poli, interessandosi di fisica acustica e della formazione del suono, approdò a valutazioni sulla musica, forse anche indotte dalla formazione maturata negli anni della sua adolescenza, giacché «di buon ora lo rinchiusero in quel Seminario Diocesano».
Nei suoi Elementi di Fisica sperimentale scrisse che «reca veramente stupore il riflettere alla grandissima influenza, che ha la musica sull’animo umano. Non v’ha passione in noi, la quale non sia capace di esser calmata, oppur di farsi più violenta, con certe date sorte di musici componimenti».
Un particolare apparentamento intellettuale lega la vena creativa dei musicisti di scuola napoletana ai testi poetici composti da Poli; molti di essi, infatti, musicarono i suoi testi. Quel sodalizio artistico è desumibile da quanto si legge in un libro pubblicato sul finire del Settecento, una specie di antologia dei componimenti poetici di Giuseppe Saverio Poli, Saggiodi poesie editato dalla Reale Stamperia in Palermo.
Nella parte dedicata a quelli che Poli stesso indica come componimenti drammatici sono contemplati, tra gli altri, lavori del maestro di cappella Francesco Piticchio (1750 ca. - ?) all’epoca al servizio del Re, e di Giovanni Paisiello (1740-1816) blasonato maestro di cappella che, secondo quanto precisava Poli nel Saggio di poesie, avrebbe composto I Desiderj Appagati per festeggiare il felice arrivo in Napoli di Clementina d’Austria. Con il poetare di Poli si cimentò anche Millico con l’Inno al Sole e L’Avventura benefica, rappresentata nel 1797; in quel tempo, maestro di canto delle Altezze Reali, Millico «era già del tutto cieco. Nulladimeno non solamente egli l’insegnò alle LL. AA. RR. ma stiede al cembalo in quella sera, in cui se ne fece la rappresentazione».

Giovanni Antonio del Vescovo
 
1 L. MATTEI, I lavori teatrali di Luigi Capotorti: esempi dell’opera napoletana di primo Ottocento fra esigenza di rinnovamento e di ossequio al potere, «Luigi Giuseppe Capotorti musicista pugliese allievo di Piccinni», a cura di D. FABRIS, Bari 2001, p. 9-10.
 
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