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Il federalismo democratico di Vito Donato Epifani. Genesi, caratteristiche, modelli. (III parte)
14 febbraio 2009

NAPOLI - 14.2.2009 Vito Epifani non si limita a denunciare gli aspetti negativi del processo di unificazione nazionale, ma sulla base della sua analisi critica trae le implicazioni di carattere politico, formulando, già a partire dal 1870, una proposta chiara, organica e coerente di riforma dello Stato italiano in senso repubblicano, democratico e federale. In questo modo, egli anticipa di circa un ventennio il dibattito federalista nell'ambito della cultura politica meridionale. Tuttavia, la proposta di Epifani si caratterizza solo marginalmente per la dimensione territoriale, fortemente presente nel dibattito successivo, in quanto egli giustifica il suo ambizioso progetto politico sia sulla base della consapevolezza delle diversità che intercorrono tra le regioni italiane, sia sulla base della sua prospettiva ideologico-politica repubblicana e democratica, sia sulla base di precisi aspetti economico-finanziari. In realtà, quando Epifani pubblica il Programma (1870) e due anni dopo il Sistema (1872), la questione meridionale non è ancora chiara alla coscienza della classe dirigente. Solo qualche anno dopo – rispondendo all'esigenza, fortemente avvertita dallo stesso pugliese, di conoscere la realtà del Paese nelle sue connotazioni specifiche –, Villari, Franchetti, Sonnino e Fortunato (foto) avvieranno il dibattito relativo alle condizioni socio-economiche e politico-culturali del Sud d'Italia. Dunque, alla base della proposta epifaniana di una radicale innovazione degli ordinamenti statuali allora vigenti vi è innanzitutto la consapevolezza che l'Italia si caratterizza per una serie di diversità sul piano storico, geografico, sociale, economico e culturale che non possono essere sacrificate sull'altare dell'accentramento burocratico-amministrativo, che tende a tutelare gli interessi di una ristretta cerchia di privilegiati a discapito della maggioranza del popolo italiano, al quale Epifani rivolge il suo appello per portare a termine il processo di unificazione risorgimentale in chiave repubblicana, democratica e federale. “Io considero – scrive Epifani – il governo regionale come quello che è più alla portata della nostra civiltà e de' nostri costumi. L'Italia è divisa in regioni dal lungo lavorio dei secoli; unire queste regioni era utilissimo per la difesa comune e per salvarla dalle spietate lotte interne; ma non dove vasi giammai confondere le regioni fra loro, perché questo è valso a creare l'apatia nazionale, ed un pessimo organamento di tutti gl'interessi. [Ed ancora] Ma che significa unità? Fosse come la francese, una Francia tutta Parigi; ma non lo è qui, ché Torino, Milano, Firenze, Roma, Napoli, Palermo voglion dire sei Italie, l'una diversissima dall'altra, perché niuna di queste città o regioni che rappresentano odia oggi meno che un tempo gl'interessi dell'altra”. Muovendosi esplicitamente entro l'orizzonte culturale risorgimentale, Epifani non mette mai in discussione l'unità del Paese, solo che correttamente e rigorosamente, contrariamente a quanto avviene all'epoca con l'esaltazione del mito risorgimentale del modello statuale romano, la distingue dall'accentramento. Anzi, il giovane intellettuale individua una palese contraddizione tra accentramento e unità e all'apposto, sulla base degli esempi storici degli Stati Uniti d'America e della Svizzera, pone un preciso rapporto di coerenza tra unità e federalismo. La vera unità per Epifani non consta nell'impalcatura esteriore, ma nella dimensione politico-culturale, che deve alimentare il senso di appartenenza dei cittadini senza annullare le peculiarità locali. “In America, in Svizzera – osserva Epifani – trovansi due modelli di repubblica federativa; ma in Italia fors'essa dovrà prendere vesti più pure, perché è la nostra storia che l'ha fatta tale, come vedremo. Per ora facciamo di stendere il progetto di una repubblica regionale che mentre fosse conforme ai bisogni d'Italia potesse altrove adottarsi con risultato. Noi non ci fermeremo a pure regole astratte, ma verremo a delineare gl'interessi politici che son consentanei a questo nuov'ordine di cose, e che possono migliorare i popoli; perrocché non dalla confusione degl'interessi nasce l'unità, ma essa è maggiormente assicurata con la distinzione (notate con la distinzione non divisione) di quelli; ed il vincolo fra le regioni non s'inventa, ma sta nell'amor di patria insito agli uomini, e nella giustizia della politica, la quale sorvegli sempre perché i diritti di ciascuna regione siano ugualmente garantiti e per tutte le relazioni che l'intero stato può avere con l'estero. Ma con l'attuale sperpero, con l'apatia, con la poca o niuna guarentigia politica lo amor dell'unità vien meno ogni giorno”. Ma sul piano politico-istituzionale, Epifani come articola il modello di una Repubblica democratica federale? Innanzitutto, l'intellettuale pugliese distingue un Governo centrale dai Governi regionali. Il primo, si articolerebbe in una Dieta, un Consiglio ed un Presidente nazionali. A sua volta, la Dieta nazionale, sarebbe articolata in un parlamento – composto dai rappresentanti regionali coadiuvati da commissioni di specialisti –, che deterrebbe il potere legislativo, ed in un Consiglio nazionale, formato da due deputati di ogni dieta regionale, che eserciterebbe il potere esecutivo. Il Presidente garantirebbe l'unità nazionale, deterrebbe il comando supremo delle forze armate e nominerebbe i magistrati. Tutti i rappresentati verrebbero eletti dal popolo e il Governo centrale eserciterebbe la sua sovranità in relazione alle materie di interesse comune. I Governi regionali strutturati sulla base dei Consigli, composti da deputatati eletti a livello comunale e distrettuale, dovrebbero esercitare il loro potere legislativo in relazione all'istruzione, ai lavori pubblici, all'agricoltura, all'industria, al commercio, all'esercito, alla giustizia ed alle finanze. Per quanto concerne l'istruzione pubblica, il grado superiore, ossia l'università, sarebbe di competenza del ministero regionale, che dovrebbe garantire anche la distribuzione di libri e la costruzione di biblioteche, musei, giardini botanici, gabinetti fisici e zoologici, laboratori chimici, etc. Gli studi universitari si caratterizzerebbero per la massima libertà nella frequenza dei corsi relativi alle varie discipline, per poi conseguire una laurea specialistica attraverso il superamento di un concorso pubblico. Inoltre, lo stesso ministero dovrebbe curare l'istituzione di convitti popolari per gli studenti di umili origini che si distinguerebbero nei vari campi delle arti, del commercio, della navigazione, dell'industria e dell'agricoltura. Ai comuni spetterebbe, invece, la fondazione delle scuole di base per il grado inferiore, prevedendo anche l'introduzione di un versamento obbligatorio da parte dei ceti più facoltosi per ricoprire le spese degli istituti. I lavori pubblici sarebbero una materia di legislazione concorrente tra Governo centrale e Governo regionali a secondo che il loro interesse sia di natura locale, interregionale o nazionale. Agricoltura, industria e commercio, anche esse di competenza regionale, dovrebbero essere governate sulla base del principio della libera iniziativa e di una tassazione adeguata alle varie branche da riconvertire in loco in servizi specifici per i vari settori economici. Epifani si sofferma anche sull'esigenza di una riforma radicale delle modalità di reclutamento dell'esercito non più su base stanziale ma su base regionale, prospettandone i vantaggi di natura finanziaria per lo Stato – che limiterebbe al massimo le spese per l'addestramento ed il mantenimento di un cospicuo esercito a livello nazionale –, sociale ed economica per i cittadini – che, prestando servizio a livello comunale o distrettuale per un periodo settimanale limitato non sarebbero costretti ad abbandonare le loro attività lavorative o culturali –, e politica per la crescita democratica del Paese, in quanto l'esercito, reclutato a livello regionale, non potrebbe più essere utilizzato per reprimere con la forza i movimenti di protesta popolari. Oltre al comando della marina militare, al Governo centrale spetterebbe il reclutamento ed il comando diretto di una forza nazionale per la difesa, che Epifani indica nell'arma dei carabinieri. Inoltre, Epifani si sofferma con novizia di particolari e di osservazioni critiche anche su altri aspetti inerenti alla sua proposta di una Repubblica regionale, quali la giustizia, le finanze, la polizia etc., che non è opportuno approfondire in questa sede. Urge, invece, precisare che per lo studioso pugliese la regione non solo non è una semplice istituzione amministrativa a cui lo Stato centrale si limiterebbe a delegare ma non a cedere determinati poteri, funzioni e risorse, ma non è neanche un arbitrio teorico-giuridico, in quanto tende a coincidere con le principali realtà storico-politiche che avevano caratterizzato l'Italia sino all'avvento dell'Unità. Il giovane pugliese sembra individuarne sei: “Torino, Milano, Firenze, Roma, Napoli, Palermo voglion dire sei Italie, l'una diversissima dall'altra”. Salvatore Lucchese
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