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I giovani del Pd: gabbie salariali al Sud? Offesa alla nostra dignità
23 agosto 2009

MOLFETTA - «La proposta della Lega, sostenuta anche dal Premier Silvio Berlusconi, di reintrodurre come negli anni '50 una differenza di salari tra Nord e Sud che dovrebbe rispecchiare il rispettivo costo di vita, rendendo così i salari del sud ancora più bassi di quanto già lo sono, offende profondamente la dignità del Meridione –dice un comunicato dei Giovani democratici della Provincia di Bari -. Se si fotografasse il mercato del lavoro italiano, ci si accorgerebbe che la differenza di salari non è una novità: nel Mezzogiorno la maggioranza delle famiglie può contare su un solo reddito e i salari sono in media più bassi del 30% rispetto al Nord. Insomma possiamo dire che le gabbie salariali al Sud sono sempre esistite. Se è vero che il costo della vita al Sud è inferiore rispetto al Nord, è anche vero che un lavoratore dipendente meridionale che svolge la stessa prestazione lavorativa di un lavoratore settentrionale per uno stesso ammontare di ore è retribuito con un salario inferiore. Senza poi contare che la percentuale di lavoro nero al Sud è di gran lunga superiore rispetto al Nord. Questa proposta va dunque a rafforzare una differenza endemica che divide e lacera da sempre il Paese. Sono necessarie al contrario riforme che eliminino tali discriminazioni sociali favorendo pari opportunità e diritti a tutti i lavoratori da Nord a Sud. E' senza dubbio una soluzione scellerata, assolutamente lontana da ogni principio democratico: le retribuzioni compensano il lavoro per come si fa e non dove si fa. Ancora una volta si sta tentando di penalizzare e marginalizzare le zone più deboli del Paese e di abbattere lo stato unitario e lo stato sociale, con un forte rischio di secessione».
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Alba Talba, ho riletto più volte e sempre con maggiore attenzione il tuo post. Elegantissimo nei suoi sillogismi; metodico e rigoroso. Mi sembra di poter estrarre due considerazioni immediate, per "qualificare" l'Estensore: 1) sei un "addetto ai lavori" o sbaglio?. 2) saresti per caso favorevole all'istituzione delle famigerate gabbie salariali, istituzionalizzaate con uno strumento legislativo?. Il tenore del tuo scritto, salvo errore, mi porta a pensare che: si, non sei alieno all'idea delle gabbie. Vorrei fare delle osservazioni sui alcuni dei tuoi passaggi (anche perché, di fatto ci inviti a ragionare), e cioé: I primi due punti del ragionamento sono lapalissiani, condivisibili e chiarissimi. Dal punto n° 3, cominciano le mie - ed immagino di tanti altri - perplessità. Verissima l'affermazione che dopo la remunerazione del lavoro e del capitale (leggi salari e utili), quel che resta deve servire, tramite la fiscalità, a compensare le fasce..."terze", quelle cioé che per le più diverse ragioni, non sono direttamente coinvolte in questo ciclo. Quì ci inoltriamo su un terreno molto insisdioso, perché, il dire è sacrosanto, il fare lo è un pò meno. Altrimenti non si spiegherebbe l'esistenza di tanto denaro "nero" nei paradisi fiscali (qualcuno parla di parecchie centinaia di MILIARDI di Euro, sottratti evidentemente a quelle che ho arbitrariamente definito fasce "terze"; in ogni caso alla RICCHEZZA NAZIONALE. Il punto 4° è ancora una volta impeccabile (sempre mia opinione, bada bene), mentre per il 5° punto, credo che lo scenario che prospetti ("la scarsa solidarietà fra Produttori e non produttori" credo che tu intenda fra Impresa e Lavoro) sia già reale! Che la differenza fra l'Impresa ed il Lavoro (è ovvio che con queste due immagini, intendo il Padrone ed il Dipendente), in termini di competenze, tenore di vita, esigenze, abitudini, costi, e quant'altro debba esistere è cosa buona e giusta. Lo diventa un pò meno, quando l'Impresa, in crisim "cade" sempre in piedi, forse anche grazie al fenomeno dell'alienazione di richhezza destinata alla fiscalità (volgarmente chiamata evasione),che sostiene sempre l'Impresa, mentre il Lavoro, in questi casi ha come ancora di sussistenza solo ed esclusivamente la "protezione sociale" - cassa integrazione - quando ce l'ha. Emblematico è, almeno qui da noi, il caso della famiglia Tanzi: hanno ridotto sul lastrico migliaia di uomini e società, e che cosa leggo?: C. Tanzi ha messo su un altra impresa!!!!. Ma come accidenti ha fatto?. Infine, per tornare molto brevemente sulla mia ipotesi di una certa tua "approvazione" (sempre salvo prova contraria) all'istituto "gabbie salariali", un dubbio mi assale, e cioé. Per certi versi, in alcune realtà, forse la maggioranza, si potrebbe istituire un concetto (per me abominevole) di differenziazione: l'operaio dipendente della FIAT di Cassino dovrebbe percepire meno del suo collega di Mirafiori: giustificarlo, come si fa, con il postulato che la vita al nord è più onerosa, mi sembra una certa forzatura!. Mi pongo però questo quesito: l'equipaggio di una nave, costituito da lavoratori, ad esempio pugliesi, toscani, campani, friulani ecc., a parità di mansione (la nave è un micro cosmo a sé) dovrebbero, a prscindere da differenziazioni normative (anzianità di servizio ecc.) percepire salari differenziati? E se si, perché? Proprio per questi casi peculiari, il rischio in mare, ad esempio, è lo stesso, a prescindere dalla zona di provenienza. Ho esemplificato una categoria, conoscendone le peculiarità, ma sono certo che se ne può fare un elenco cospicuo, a confutazione di questo concetto che, ripeto, per me è abominevole. Un saluto.

"..........le retribuzioni compensano il lavoro per come si fa e non dove si fa..." (E' lo stesso concetto dei leghisti, magari espresso in maniera un poco più contorta). Ed allora, se per "come si fa" si vuole intendere: qualità, quantità, produttività, costo medio per unità di prodotto.......benedetti ragazzi.....a voi le conclusioni. Se il salario non è una variabile indipendente (lo è stato per qualcuno in tempi passati, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti) allora, il problema del riconoscimento diretto ai PRODUTTORI (Lavoro e capitale) del risultato della produzione realizzata, si pone in tutta la sua complessità. 1)Per intanto si ripartisce quanto si produce; 2)Se non si produce e si ripartisce, aumenta il debito pubblico e si scarica sulle generazioni future la....ripartizione senza produzione; 3) La produzione, dopo aver compensato i produttori, (Lavoro e capitale) DEVE finanziare le cd POLITICHE SOCIALI (distribuzione di ricchezza tra coloro che non hanno direttamente contribuito alla produzione in senso stretto). 4)Lo strumento per la ripartizione della ricchezza prodotta tra Produttori e non Produttori (in senso stretto) è rappresentato dalla POLITICA FISCALE; 5) Una Politica fiscale che TOGLIE ai Produttori e NON RIPARTISCE, (si perde tra mille rivoli, finanzia la casta e le ruberie) viene percepita dai Produttori come iniqua, inultile e vessatoria; 5) In tal modo la solidarietà tra Produttori e NON Produttori, in senso stretto, si attenua e scompare. Senza slogan e "cori da stadio" ci ragioniamo?
Il popolo del Sud spinta propulsiva per ogni rinnovamento michele capuano La lezione che viene dal Venezuela, le trasformazioni in atto in Brasile o in Ecuador, la Resistenza in Colombia e la difesa del socialismo a Cuba (contro il terrorismo e un pluridecennale blocco economico) sono di grande valore storico e non ragionarle è limitare le possibilità stesse di edificare società alternative per tutti e tutte coloro (organizzati o meno) che intendono seriamente mutare lo stato di cose presente: il riscatto dei popoli passa essenzialmente attraverso la valorizzazione del “Popolo del Sud”. In Venezuela, ad esempio, non si è ripetuto, per ora, quanto accadde a Jacobo Arbenz nel 1954 in Guatemala e nello stesso anno a Getulio Vargas in Brasile e l'anno dopo a Juan Domingo Peron in Argentina e nel 1973 a Salvador Allende in Cile (esempi limitati alla sola America Latina). Accadimenti drammatici che non solo riportarono indietro le lancette della storia di quei popoli ma che condizionarono fortemente le politiche di innovatori e rivoluzionari in altri parti del globo (valga per tutte la scelta del “compromesso storico” del PCI dopo i fatti del Cile fino, caduta l'URSS, allo scioglimento dello stesso e all'accettazione di un capitalismo ipotizzato riformabile e non da contrastare). Ciò che indubbiamente riacquista vigore è anche una via democratica al socialismo nelle condizioni che lo consentono. Una strada, questa, non scontata né indolore, che implica una totale mutazione della tattica e della strategia dei suoi proponenti insieme ad una rivoluzione culturale (dell'uomo) e alla credibilità (e la chiarezza) di un programma come condizioni imprescindibili: oltre, naturalmente, alla non sottovalutazione che l'insieme dei rapporti di produzione che formano la struttura economica della società stessa sono sempre collegati ad una superstruttura politica, giuridica, culturale ecc. che si tende a rendere conforme ai detentori dei mezzi di produzione (non solo del proprio cortile di casa), alla capacità di rendere “scienza” l'unità dei mezzi con il fine, della teoria con l'agire, del resistere con l'avanzare, di ogni piccola battaglia con lo scopo finale (e mai ultimo). Ma soprattutto, fuori da ogni modello passato e anche presente (e senza rinunciare ad indagarli), bisogna specificare che cosa deve essere la società nuova per la quale si lotta coscienti che il primo dovere, per ognuno ed ognuna, per ogni organizzazione, è conquistare il diritto al pieno esercizio dell'indipendenza, della sovranità e della giustizia e del benessere di ogni nazione, di ogni continente, rafforzando e sviluppando la democrazia attraverso una consapevole e non subordinata partecipazione delle genti a partire dal movimento dei lavoratori. E' stato dimostrato, a Cuba ad esempio o nella contraddittoria piazza argentina, che la storia si scrive essenzialmente nelle piazze e in questo luogo i popoli ne possono essere, appunto, artefici. Il “Popolo del Sud” può e deve essere un riferimento non sostituibile per la protesta di Seattle o di Genova o di Porto Alegre o Barcellona ed ovunque ci si organizza per contrapporsi a questa neo-globalizzazione. Il Popolo del Sud è in Italia non solo il suo Meridione ma il Meridione del Nord e le periferie di ogni metropoli. Il Sud sul Mediterraneo si allarga all'Africa e vive in tutto il Vicino Oriente. Il Sud in America del Nord entra nel Bronx e vive nelle lotte di ogni schiavizzato del passato e di ogni migrante di oggi. Il nostro Sud è, dunque, al Sud di nessun Nord. Mentre è indubbio che a partire dall'America Latina, dagli esempi di Martì, Bolivar, Zapata, Mariategui, Guevara, Sandino e tanti altri e tante ancora e, poi, dai nostrani Gramsci e dalla “non storia” di popoli depredati, dagli europei ora Masaniello ed ora nuove Luxemburg, dal Chiapas e dai movimenti per la terra e la casa, dai senza voce e senza nome un socialismo nuovo è possibile, è possibile dare un futuro ad ogni seme che si pianta, è possibile conquistare l'emancipazione concreta dei popoli… Il “Popolo del Sud” è la grande diga (anche in quello che viene chiamato Mondo Occidentale o Orientale), quindi, per arginare gli enormi disastri del neo-imperialismo. Il “Popolo del Sud” non ha subito unicamente il “furto” di ogni sua ricchezza (dal petrolio ad ogni materia prima, dagli uomini e dalle donne da rendere forza-lavoro schiavizzata alle risorse naturali, dal patrimonio storico alle libertà…) ma anche il tentativo, mai domo, di espropriarlo della sua “memoria”, storia e tradizioni affinché lo sviluppo per alcuni non si identifichi immediatamente (come di fatto accade) con il sottosviluppo di molti. Ecco perché non esiste il Terzo Mondo ma un sistema (quello capitalistico) al quale appartiene il Terzo Mondo quanto ogni altra barbarie di cui è responsabile. Esiste, non astrattamente, il capitalismo (e la nuova globalizzazione non ha eliminato affatto mire neo-imperiali ma è esattamente vero il suo contrario) con le sue miserie, oppressione, sfruttamento, violenza ecc. e, pertanto, la speranza di costruire un mondo nuovo è possibile solo uscendone fuori. Il “Popolo del Sud” è al centro di ogni contraddizione scientificamente dimostrabile e soprattutto di quella della società divisa in classi nella quale solo il 20% degli esseri viventi gode delle ricchezze prodotte dall'umanità intera. Ed è per mantenere questo privilegio che questa banda esigua, esaltando ogni ipocrisia, manipola l'informazione, ordisce guerre, alimenta il terrorismo, inventa golpe, genera la miseria di massa, inasprisce drammi sociali e, al tempo stesso, illude gli abitanti delle sue roccaforti di essere i migliori e, quindi, se mossi a pietà, anche i soccorritori di deboli e poveri per evitare olocausti ancora più impressionanti di quelli generati. Un popolo senza coscienza è solo massa e un esercito che non sa emanciparsi e dirigenti che non sanno farsi dirigere e che non sanno creare nuovi dirigenti sono destinati alla sconfitta. Un popolo al quale si promettono o per il quale si realizzano solo bisogni (essenziali) materiali immediati è destinato a dimenticare da dove viene e a smarrirsi nel cammino verso la società nuova. Il sistema capitalistico è anche “compassionevole” e non rifiuta, per necessità o costrizione, compromessi sociali. Per sopravvivere (per gestire, cioè, la sua crisi strutturale) non ha limiti: non disdegna, infatti, edificare ponti d'oro alla criminalità organizzata, ai produttori di morte, ai costruttori di immensi campi di concentramento e di lager, a dittature spietate e a socialdemocrazie plaudenti, ad assassinare migliaia di Galileo Galilei o ad asservirli, a manipolare coscienze o a regalare computer e antenne paraboliche, ad esaltare fanatismi religiosi o a preoccuparsene… Avanza, per questi motivi e non solo, un pensiero unico e una cultura di massa che in realtà nega ogni vera “universalizzazione” della stessa e il porre, oggettivamente, tutti e tutte come uguali dinanzi ai fatti di cultura appunto. Il nuovo e necessario “intellettuale collettivo” si deve concretizzare nel “Popolo del Sud” che non può escludere e né potrebbe, per non essere mortificato, il partito pur sapendo che il solo partito non basta, che questo deve essere una cellula già in atto della società nuova che s'intende edificare, che la sua funzione è temporanea quanto dovrebbe esserlo quella della società divisa in classi (e le classi non si presentano mai ad uno stato puro e il Popolo del Sud non può trascurare l'essenzialità di una programmatica politica delle alleanze da rendere storica ed organica)… L'internazionalizzazione disegnata dalle classi dominanti è quella delle privatizzazioni, delle corporazioni multinazionali, delle illusioni, di una militarizzazione emisferica per imporre un potere sempre più di pochi e renderlo “naturale”, non sostituibile e, tuttavia, disponibile ad accogliere alcune lamentele e alcune richieste dei “consumatori” e “sudditi” generando ulteriori egoismi, rassegnazione, incomunicabilità o “false vittorie” che sostanzialmente non modificano i rapporti di forza tra le parti in antagonismo e neppure la realtà. Il “Popolo del Sud” ha incrementato la sua capacità combattiva, ha unito tante diversità, ha inventato nuove forme di democrazia (a partire dal basso), ha identificato le ragioni storiche dei lavoratori con quelle della ribellione indigena, degli studenti o dei senza diritti, dei deboli e degli emarginati, di intellettuali e di illuminati “senza classe” e “provenienti” da una cultura piccolo-borghese o borghese. Ha unito la difesa della democrazia con il suo allargamento e la propria peculiare storia con quella di un'umanità nuova senza confini e la sovranità di un singolo popolo con quella di ogni nazione. Il Venezuela insegna anche questo. E Cuba ci ricorda, resistendo al bloqueo USA e non limitandosi (nonostante numerose difficoltà) alle prime conquiste della rivoluzione, lavorando per l'emancipazione del popolo e per allargare libertà e lotta alle ingiustizie, che un altro mondo è in costruzione. In questi giorni gli USA, non casualmente, in cambio di favori (con un ruolo asservito del Fondo Monetario Internazionale e di altre strutture internazionali), tentano di far criminalizzare l'isola di Fidel da altre nazioni della stessa America Latina (Uruguay, Perù), dall'Europa. Gli USA sono i grandi artefici di piani aggressivi e lesivi delle libertà altrui noti come Plan Panama in Messico, Plan Colombia, e sono i protagonisti cinici della mortificazione dei popoli in Argentina o in Nicaragua, nella Costa Rica o in Guatemala ad esempio… Gli Stati Uniti: un gigante dai piedi d'argilla che attraverso il piano definito ALCA, già sperimentato in tanta parte dell'Africa, il piano Nafta (noi abbiamo in Europa le falsità di Maastricht e il tentativo di rendere operativo un Accordo Multilaterale tra profittatori) e altre nefandezze tenta disperatamente di gestire la crisi che attraversa la sua stessa società e che sta attraversando l'intero pianeta. Anche per queste ragioni la nostra identità deve vivere in un programma e nel definirci “Popolo del Sud” dobbiamo lottare contro i nostri stessi limiti e iniziare a guardare il mondo attraverso gli occhi di tutti e tutte coloro che ne sono parte. Gli Stati Uniti: un rimbambito orco che rade al suolo ogni autonoma capacità di sviluppo tecnologico oltre la sua egemonia, culture “altre”, Costituzioni nate da identità diverse e in confronto, ambiente, la stessa libertà di realizzare un moderno avanzamento industriale autonomo per popoli interi, di produrre riforme per lo sviluppo e nel farlo monopolizza ogni sapere e ne annienta i valori. Gli Usa: un baro al tavolo da gioco che falsifica il passato (il suo stesso passato) e oscura il presente rendendo ogni Prepotente un uomo virtuoso, ogni sfruttatore un genio e ogni suo fantoccio un amico da venerare finché non deve diventare il suo contrario. Comprenderlo non basta, divulgarlo neppure se non cresce una “cultura per tutti e tutte” da vivere ragionando e se l'uomo non trasforma se stesso. Il “Popolo del Sud” deve trasformarsi, sempre di più, nel costruttore del rinnovamento democratico e socialista del pianeta e deve farlo partendo dalle proprie radici, dalla sua “diversità”. Viviamo in un mondo dove ogni giorno migliaia di persone muoiono di fame, dove dallo sfruttamento e dalle guerre non sono risparmiati neppure bambini e bambine, dove alcune stragi di innocenti sono chiamate effetti collaterali, dove il nucleare non è la ricerca di nuove fonti di energia, dove gli analfabeti sono non statisticamente misurabili, dove si costruiscono bombe anziché scuole e case e ospedali, dove acqua ed energia per molti sono chimere, dove impazzano fondamentalismi e fanatismi degni dei primi abitanti delle caverne, dove criminali senza scrupoli non solo corrompono governi ma essi stessi, insieme a lobbies e possessori di finanza e mezzi di produzione, diventano governanti, dove ancora esiste la tortura e la pena di morte, il colonialismo (per quanto nuovo) e i genocidi e dove alcuni paesi sono poveri semplicemente perché un continuo saccheggio ne ha resi pochi altri “benestanti”, dove per alcuni c'è lo spreco e la miseria di altri è vissuta come minaccia a perpetuarlo, dove alcune bestie godono di lussi tali che milioni di esseri umani che camminano su terre nere di petrolio e scintillanti di diamanti ed oro neppure immaginano e intanto al Sud del Mondo e nel Mondo si spende senza limiti per gli armamenti e per prodotti di cui potremmo, vivendo felicemente, fare tutti volentieri a meno. La lezione del Venezuela è, infatti, come lo fu per il Cile e per altri popoli, anche un capitolo che afferma: il possedere “patrimoni, risorse e cose” e capacità di gestirli per il proprio progresso nel Sud del Pianeta equivale ad una condanna quanto possedere la miseria. Ma la condizione sociale e l'avere coscienza, il sapere e l'informarsi, l'organizzarsi e la stessa fantasia sono le basi per una lotta contro le guerre, per la rivoluzione contro la barbarie, per il riscatto dei popoli e del mondo del lavoro contro il furto, per la dignità del vivere contro l'umiliazione. E questa sfida del “Popolo del Sud” se cresce smaschererà il potere (per quante maschere utilizzi), combatterà lo sterminio e il terrorismo (anche se non è raro che i terroristi definiscano tali le loro vittime), riconsegnerà alla storia milioni di desaparecidos che hanno subito quanto di più atroce (dopo Hitler tra gli ultimi occidentali) e infame la storia dell'umanità abbia visto. I colpevoli non sono invisibili e conosciamo le mani di chi, animato dall'odio, è responsabile di tali “primitivi” scelte e per quali interessi e privilegi sono compiute nella società del Profitto. Il “Popolo del Sud” diviene popolo acquistando un “senso comune unitario”, inventando un “nuovo conformismo” che ancora non possiede e valorizzando la funzione storica del mondo del Lavoro per un nuovo Rinascimento. Diviene popolo rifiutando compassione e pietà e creando una nuova solidarietà che si chiama cooperazione e che implica la sovranità di tutte e di tutti. Combattere e sconfiggere il gendarme del Pianeta è dunque un obiettivo prioritario per poter continuare a rendere credibili alternative al presente. Il neoliberismo è il fulcro di mire imperialistiche e il programma stesso del capitalismo che pretende una subordinazione senza condizioni dei paesi periferici ai centri di potere e un assoggettamento del pesce più piccolo verso il più grande anche tra i propri alleati. Il modello che si intende rendere “normale” è un modello imposto che si vuole legittimare con ogni mezzo e attraverso varie forme di potere che però devono sempre penalizzare percorsi elettorali plurali e democratici (e non ridotti al partitismo e meno che mai ingabbiati da furbesche logiche bipolari), partecipazione popolare, diritti (lavoro, istruzione, cura, abitare, trasporti, cultura, sport ecc. ecc.) e restringere le stesse possibilità di lotte rivendicative anche con l'uso spregiudicato della forza. Avanzano privatizzazioni selvagge anche nei servizi, diminuiscono salari e lavori qualitativi, aumentano privilegi per il capitale speculativo e clandestino e si massacra qualsiasi ipotesi di sviluppo sostenibile provocando nuove povertà ed eliminando conquiste consolidate. Solo la riscoperta del ruolo storico dei lavoratori e solo l'irrompere nella storia del “Popolo del Sud” possono creare le condizioni per una fuoriuscita dallo status quo e per un'integrazione nell'economia internazionale di nazioni ed aree (soprattutto di quelle normalmente escluse o soggiogate) che garantisca una produttività per migliori livelli di vita, benessere sociale ovvero distribuzione del reddito ed emancipazione dei suoi realizzatori pratici liberando tempo e consegnandolo alla vita stessa e corrispondendo ad esigenze attualmente calpestate fino a valorizzare i rapporti più intimi. Il “Popolo del Sud” che si unisce oltre interessi di parte ed esclusivi, che sa andare aldilà del solo terreno economico, che sa restituire qualità di vita anche all'ultimo indigeno di questo pianeta sta iniziando a cambiare l'uomo, a praticare la madre di ogni rivoluzione: quella morale e culturale. La battaglia inizia da qui e deve proseguire in un impegno per sconfiggere il modello neoliberista e il predominio delle èlite degli Stati Uniti sul proprio e altri popoli, riformando totalmente le strutture di Bretton Woods e l'ONU, sciogliendo la NATO, costruendo democrazia politica reale, partecipazione e protagonismo dei popoli, socializzando informazione, eliminando senza condizioni debiti esteri imposti e liberando tempo al lavoro, tutelando l'ambiente e realizzando riforme essenziali a partire da quella agraria per arrivare alla garanzia di un salario degno e di una degna pensione per ogni essere vivente, trasferendo risorse dal Nord al Sud del pianeta per riequilibrare gli stessi diritti e doveri, disarmando le nazioni, favorendo contro razzismo e xenofobia ogni essere umano viaggiante, tutelando e allargando ogni diritto, processando i responsabili di crimini veri contro l'umanità a partire dal capitalismo illegale, ritenendo un crimine un solo morto per fame, per una malattia curabilissima, la vittima di un'ingiustizia, un espropriato dalla cultura e dal fare e vivere sport, liberando tempo per intensificare i rapporti umani e portare avanti il “processo di umanizzazione” della nostra specie, regalando libertà ad ogni diversità. Forse queste cose ci sono già state lasciate in eredità da liberatori e da popoli fieri che liberandosi sapevano che dovevano farlo da sé ma quando le vediamo rinnovate nella resistenza del popolo cubano, nella determinazione attuale di quello venezuelano (con circa l'80% di poveri), nella piccola comunità del Chiapas e in un accampamento di contadini in Brasile, nell'onestà intellettuale e morale di alcune coerenti organizzazioni di classe, del lavoro, comuniste, in comitati di quartiere che sfidano il Palazzo, in assemblee sociali e in forum che vogliono trasformare anche i sogni in cose possibili allora possiamo accettare, senza tentennamenti, anche ulteriori e laceranti sconfitte, consapevoli che non saremo spettatori della catastrofe e che un socialismo nuovo è possibile. Dobbiamo, cioè, schierarci ancora al fianco della classe operaia e invitare ogni popolo in lotta ad organizzarsi in “Popolo del Sud” per un progetto di liberazione dell'umanità intera.

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