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Guglielmo Minervini, candidato alla Regione per il Pd: Molfetta e i molfettesi non sono in vendita
27 marzo 2010

MOLFETTA - Restituire alla città il suo senso di orgoglio, la sua capacità di avere ancora fiducia nella politica.  Con questo spirito ha affrontato la piazza Guglielmo Minervini in un affollato corso Umberto. La chiusura della campagna elettorale l’assessore regionale alla trasparenza, in cerca di riconferma, l’ha dedicata alla sua città alla quale ha spiegato, in risposta agli attacchi della destra, che: “lavorare bene per la Puglia è stato il modo migliore di lavorare bene per Molfetta, toccare le questioni alla radice, da quella sociale a quella giovanile, il modo di incidere profondamente sul destino comune delle persone”.

E il candidato del Partito democratico ha ripreso i principali interventi che con oltre 30 milioni di euro in questi 5 anni sono stati finanziati dalla Regione: dagli asili ai contributi ai fitti, dall’ospedale alla zona industriale. Un elenco di ricadute che ha spiegato: “sono frutto non di raccomandazioni ma di un’amministrazione regionale che ha fatto il suo dovere”.     

In una campagna elettorale pubblicamente silenziosa per il centrodestra, chiuso in sale e comunicati stampa, sono risuonate forti le parole di attacco di Guglielmo Minervini all’amministrazione comunale: “a Molfetta i rappresentanti del partito dell’amore vogliono così bene alla città che accordano un risarcimento di 7,8 milioni di euro alla ditta appaltatrice del porto per tenere in piedi un progetto, prima avventatamente avviato e poi bloccato a causa delle bombe e errori progettuali”. Minervini ha risposto così anche all’ultimo comunicato del Pdl che imputava, per non meglio precisati motivi, i ritardi alla stessa Regione. Allora l’esponente del Pd ha chiesto pubblicamente ai presenti: “immaginate cosa si sarebbe potuto fare per la città con quei soldi?”.

Il partito dell’amore – ha incalzato Minervini – è lo stesso che gioca con la pubblica sicurezza dei cittadini provando ad aggirare i pareri dell’autorità di bacino e cementando le lame con la nuova zona industriale o che si ostina in inutili ricorsi per un finanziamento comunque concesso per il recupero della Madonna dei Martiri”.

Tutto queste rumorose polemiche che si stanno alzando in questi mesi, secondo il candidato del Partito democratico, sono il tentativo “di buttarla in rissa per evitare che i molfettesi parlino della città reale: insicura e che avverte un progressivo senso di degrado”.

Ma l’affondo più duro Minervini l’ha riservato al sindaco Antonio Azzollini (Pdl) “Pensa che tutti abbiano un prezzo, pensa che con un atteggiamento tra quello del mercante e del padrone si possa governare la città. Ma non è così. C’è una Molfetta che non è in vendita, che si indigna ancora e che può stare in questa Puglia migliore”.

Poi finale in musica con un gruppo di livello: i Radiodervish. Un'altra cosa che a Molfetta mancava da tempo...

© Riproduzione riservata

 

Autore: Carlo Gadaleta
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Giusto e quanto mai sensato l'"affondo" ultimo. Giusto riferimento al limite culturale di politicanti pronti a fare del bilancio una religione, ma spesso incapaci di comprendere la realtà che li circonda, perchè assumono come massimo orizzonte di riferimento l'efficienza e la specializzazione e, a partire da questo scenario così angusto, pretendono di proclamare che "ciò che è bene per l'azienda è bene per il paese". Questi politici (?), a partire dal basso livello a cui hanno ridotto la loro funzione, non esitano a parlare ad esempio dell'"azienda Italia", e in subordine di "azienda sanitaria", "azienda scolastica", non rendendosi conto minimamente conto che dire "azienda" significa risolvere l'AGIRE POLITICO nel FARE TECNICO, e ridurre l'arte di governare i conflitti, che nelle società complesse si fanno sempre più sofisticati e troppo sottili per sguardi opachi, all'uso dei due solo strumenti di cui il "fare tecnico" dispone: l'efficienza e la competenza specialistica. Così nasce l'illusione di poter affrontare la crisi della dinamica produttiva prescindendo dalla complessità e dalla presa di coscienza delle continue e decisive trasformazioni del mondo, e in ambito politico l'illusione di poter semplificare la complessività del mondo da governare attenendosi alle uniche due leve del mondo aziendale. Nasce così la lingua dei bilanci, dei budget, l'arida mitologia dei business plans, dove al pensiero è preclusa ogni via di fuga e l'identità specifica dell'"AZIENDA" è interpretata dal numero e non più dalla STORIA. ...... (Tratto e ricavato da: I miti del nostro tempo - U.Galimberti)

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