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Giubileo sacro e profano Frammenti di storia
15 gennaio 2000

di Marco de Santis Il giubileo è un'invenzione ebraica. Secondo la legge mosaica, alla fine di sette volte sette anni, cioè ogni cinquant'anni, si doveva celebrare un anno sabbatico, dedicato al riposo. Tale anniversario era detto anno del yobel, cioè «anno del capro», in quanto veniva annunciato col suono di un corno di capro. In quell'anno presso gli antichi Ebrei non si lavorava la terra, affinché riposasse. Inoltre gli schiavi di origine israelitica venivano liberati, i debiti venivano rimessi e le terre e le case alienate erano restituite dai ricchi venutine in possesso ai vecchi proprietari di stirpe ebraica. Tra i cristiani la ricorrenza del centenario della nascita di Gesù Cristo diede luogo a un'analoga celebrazione. Sulla base di questa tradizione popolare, papa Bonifacio VIII istituì il primo jubilaeum della Chiesa cattolica. Il primo "Anno santo" fu aperto dal pontefice il 22 febbraio 1300. Con la bolla "Antiquorum habet digna fide relatio" il papa concedeva la completa remissione delle pene temporali a quanti si recassero in pellegrinaggio a Roma e dopo l'assoluzione dei peccati visitassero le basiliche dei Principi degli Apostoli (San Pietro in Vaticano e San Paolo fuori le mura). L'indulgenza plenaria del giubileo, che doveva ripetersi dopo cento anni, richiamò nell'Urbe enormi masse di fedeli, aumentando il prestigio di un pontificato che intendeva ristabilire in ogni modo la potenza e l'universalità del papato in un supremo centro di spiritualità cristiana che tornasse ad essere caput mundi. E un grande artista come Giotto, nella loggia della basilica lateranense, dipinse il papa nell'atto di concedere il giubileo. «La grande cerimonia millenaristica», scrive Jacques Le Goff, servì tra l'altro a incanalare nell'ortodossia cattolica le diffuse propensioni apocalittiche dell'epoca. Se alcune di queste notizie, grazie al battage giornalistico, godono di una larga notorietà, meno noto è il fatto che l'afflusso di pellegrini a Roma, in questa grande kermesse di espiazione e rinnovamento, fu così imponente da rendere necessaria un'apposita regolamentazione del movimento pedonale, che è l'esempio più antico che si ricordi. Per evitare che si scontrassero e intralciassero vicendevolmente, ai pedoni fu imposto di tenere la destra nell'attraversamento del ponte di Sant'Angelo e una transenna divise le due ali di folla che scorrevano l'una verso Castel Sant'Angelo, per raggiungere la basilica di San Pietro, e l'altra verso la collina detta Monte Giordano, per superare in senso opposto il Tevere. L'evenienza ebbe un testimone di eccezione in Dante Alighieri (peraltro acerrimo nemico, con Jacopone da Todi, della teocrazia di Bonifacio VIII). Lo si rileva nel canto XVIII dell'Inferno, dove il poeta annota «come i Roman per l'essercito molto, / l'anno del giubileo, su per lo ponte / hanno a passar la gente modo colto, / che dall'un lato tutti hanno la fronte / verso 'l castello e vanno a Santo Pietro; / dall'altra sponda vanno verso il monte». Nella Cronica (VIII, 26) del fiorentino Giovanni Villani, che si recò a Roma per il giubileo, si legge che la moltitudine di pellegrini, esclusi quelli in arrivo o sulla via del ritorno, ascendeva mediamente in tutto l'anno a circa 200 mila persone: un numero davvero rilevante, se si pensa che allora la popolazione residente in Roma si aggirava approssimativamente intorno ai 30 mila abitanti. Trecento anni dopo la marea di fedeli e romei affluiti nell'Urbe superò l'impressionante cifra di tre milioni di persone. In quel concitato andirivieni, la maggior parte dei romani non si accorse nemmeno del rogo di un fraticello domenicano di Nola, arso vivo per eresia il 17 febbraio 1600 nel mercato popolare di Campo dei Fiori. Era il filosofo Giordano Bruno, che in un cosmo concepito senza limiti rivendicava con "eroico furore" la più sconfinata libertà d'indagine. Il giubileo del 1300 doveva essere ripetuto dopo cento anni, ma con la bolla "Unigenitus" del 27 gennaio 1343 il papa avignonese Clemente VI preannunciò il secondo Anno santo a Roma per il 1350, riducendo la cadenza giubilare da 100 a 50 anni e aggiungendo San Giovanni in Laterano alle basiliche maggiori da visitare. Nel 1389 Urbano VI (già arcivescovo di Bari) accorciò il periodo a 33 anni (l'età di Cristo), stabilendo come prossimo Anno santo il 1390, ma essendo nel frattempo morto, il giubileo fu celebrato dal suo successore Bonifacio IX. In séguito Nicolò V stabilì di ripristinare il decreto di Clemente VI e celebrò l'anno santo nel 1450, annunziandolo con l'invio di delegazioni in ogni stato. Nel corso del Quattrocento prese piede la cerimonia dell'apertura e della chiusura della Porta santa nelle tre basiliche ricordate e in quella di Santa Maria Maggiore. Infine Sisto IV nel 1475 portò l'intervallo del giubileo a 25 anni, in modo che ogni generazione potesse beneficiarne. Dietro questa decisione, in realtà, si nascondeva pure un forte movente economico: il bisogno di incrementare le deficitarie finanze dello Stato pontificio anche con i proventi delle indulgenze giubilari. Come era già accaduto per i precedenti anni santi, i valori religiosi si intrecciavano immancabilmente agli interessi profani. Un discorso analogo vale per i giubilei successivi. Si prenda, ad esempio, l'Anno santo del 1650, che insieme a un enorme afflusso di pellegrini conobbe pure un grande concorso di prostitute, grazie anche ai buoni uffici di donna Olimpia Maidalchini, vedova di Pamphilio Pamphili, fratello di Innocenzo X. Quest'autentica papessa della curia pontificia già da qualche anno aveva elargito la sua interessata protezione alle "cortigiane" romane, permettendo loro di muoversi in carrozza nelle solennità maggiori, in barba al divieto papale. Ora, in occasione del giubileo, donna Olimpia non solo si gettò avidamente a lucrare sull'assistenza ai pellegrini sotto il pretesto di organizzare comitati di caritatevoli dame, ma continuò imperterrita a esercitare il suo rapace patronato sulle meretrici, introitando regalie a palate. A nulla erano valsi gli ammonimenti di Pasquino a Innocenzo X sull'insaziabile cognata: «Chi dice donna, dice danno; / chi dice femmina, dice malanno; / chi dice Olimpia Maidalchini, / dice donna, danno e rovina». Il periodo di pentimento, emendamento e liberazione dai peccati rappresentato dall'anno giubilare ha favorito, immancabilmente, anche la nascita di qualche motto. A Molfetta si diceva: Chëmmënëcàtëmë, puttênë, c'ha vënùtë u gëbëllé, Comunicatevi, puttane, perché è venuto il giubileo. Nell'anno santo del 1900 un banditore riprese quel detto per ripeterlo nei crocicchi dei quartieri popolari, però sostituendo il troppo crudo puttênë con l'eufemismo patênë (patate). Ma il motto era anche usato per ironizzare contro chi, con pochissimo, concludeva un grande affare e soprattutto per deplorare la pretesa di sfamare una persona digiuna con scarsissimo cibo. Come dire: quanta grazia, quante indulgenze!
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