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Gaetano Salvemini metodologo delle scienze storico-sociali (I parte)
16 marzo 2007

NAPOLI - 16.3.2007 Negli ultimi due secoli, lo sviluppo degli studi storici è stato accompagnato da un vasto e variegato dibattito sul valore della conoscenza storica, il Methodenstreit, che ha voluto appurare le condizioni che la rendono possibile tramite l'indagine dei suoi oggetti e delle sue modalità specifiche di ricerca. Sorto in Germania alla fine dell'Ottocento, nell'ambito dello storicismo tedesco contemporaneo, il Methodenstreit successivamente si è esteso in altri paesi, coinvolgendo filosofi del linguaggio, epistemologi e storici attenti al loro modo di lavorare. Gaetano Salvaemini è uno di questi storici che hanno riflettuto sul loro metodo di ricerca. Per lungo tempo ignorate o giudicate in modo negativo, le tesi metodologiche di Salvemini sono state rivalutate dalla critica più recente, che, sulla scia di alcune studi di Norberto Bobbio, ne ha evidenziato i punti di contatto con le tesi di epistemologi come Karl Raimund Popper e Carl Gustav Hempel. Uno dei motivi che sta alla base della rimozione delle riflessioni metodologiche salveminiane deve essere individuato nella valutazione negativa datane da Benedetto Croce, che nel 1949 considera Salvemini uno studioso positivista prigioniero del mito scientista, uno storico ancora fermo, a metà Novecento, sulle posizioni metodologiche di fine Ottocento. Salvemini interviene la prima volta nel dibattito metodologico nel 1902 con il saggio La Storia considerata come scienza, in cui afferma che il compito della storia è di rappresentare i fatti passati e i loro rapporti quale realmente furono (ivi, p. 112). In diretta polemica con la tesi crociana della storia come arte, Salvemini sottolinea il metodo induttivo del procedimento scientifico: La scienza prima di studiare l'universale ha bisogno di conoscere i fatti particolari realmente accaduti, dalle cui somiglianze estrae l'universale: la ricerca e la descrizione dei fatti e dei rapporti particolari e la determinazione dei concetti generali sono due stati consecutivi della medesima elaborazione scientifica. [Invece] la scienza del Croce, che mira ai concetti saltando a piè pari i fatti, che cerca il tutto senza studiare prima le parti, e arriva alla natura delle cose senza degnare di un saluto le cose medesime, mi sembra un po' troppo simile al libro della natura dei cammelli dell'hegeliano tedesco (ivi, p. 112-113). Approfondendo la questione del metodo di ricerca storiografico, lo storico pugliese formula un'ipotesi coerente sull'unità del metodo scientifico, da lui giustificata sulla base di un medesimo percorso di spiegazione razionale, basato sull'evidenziazione dei nessi di causalità. Tanto la storia quanto le scienze naturali, secondo Salvemini, ricorrono alla spiegazione causale, la prima per ricostruire i legami tra gruppi di fatti particolari, la seconda per formulare leggi generali. Nel sostenere la natura scientifica del metodo storiografico, Salvemini giunge alla decostruzione dell'idea positivista di una scienza padrona di tutti i fenomeni, chiara e indiscussa in tutte le sue parti, capace di vedere, pesare, misurare, calcolare, riprodurre ed esperimentare tutto, superiore a qualsiasi suggestione esterna, immune da dubbi e da incertezze (ivi, p. 134). La garanzia dell'obiettività della scienza, secondo Salvemini, – che polemizza con quanti sul versante estremo del positivismo intendono l'obiettività come assoluta imparzialità, riducendo la storiografia a semplice raccolta di documenti – non consiste nel non avere idee, ma nella formulazione di ipotesi controllabili, ossia confrontabili con i fatti. E la corrispondenza tra idee e fatti non può essere sempre dimostrata per mezzo dell'esperimento. Quando lo storico procede nel suo lavoro di ricerca per individuare le cause di un dato evento, pur non potendo ricorrere all'esperimento, utilizza lo stesso procedimento dello scienziato: la formulazione d'ipotesi da confrontare con i fatti accertati dalla critica. Le ipotesi, prosegue Salvemini, possono, come di fatto lo sono, essere formulate anche grazie a preconcetti, ossia possono essere il frutto di idee morali, religiose, politiche e filosofiche, che lo storico come ogni uomo possiede: l'importante è che esse vengano controllate e quindi verificate o falsificate in base a fatti accertati. I preconcetti (la dimensione soggettiva della ricerca) svolgono una funzione guida non solo nel campo delle ricerche storiche, ma anche in quello delle scienze naturali. A questo proposito Salvemini, citando Pasteur, osserva che: le illusioni di uno sperimentatore […] sono per lui di una gran forza. Le idee preconcette gli servono da guida: di queste parecchie lungo la via svaniscono; ma un bel giorno egli riconosce e dimostra che alcune di esse sono adeguate alla verità, e allora si trova padrone di fatti e di principi nuovi, la cui applicazione prima o poi porteranno i loro frutti (ivi, p. 128). Salvatore Lucchese
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