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Francesco: una rassegnata accettazione
15 settembre 2005

E' domenica pomeriggio. Molfetta è deserta. Nelle strade prive di macchine, il silenzio la fa da padrone. In un luogo, però, pare concentrarsi la poca gente in giro. La stazione ferroviaria brulica di viaggiatori in partenza e di loro accompagnatori. Giovani talenti molfettesi, con notebook al seguito, prendono il largo verso Roma. Accanto a loro ci sono padri, madri, fidanzate e fidanzati che, quasi fosse una tradizione di famiglia, non vogliono perdersi il rito della partenza del loro caro. Quando il treno parte e la scritta “Molfetta” si allontana, ti senti strano, quasi vittima di una arcana ingiustizia. L'ingiustizia per cui a te è preclusa la scelta se lavorare nella tua Regione oppure fare esperienza altrove. Lasci una città che, nonostante i suoi grossi limiti, ti sembra ancora tua, alla quale senti di appartenere e vai verso una metropoli caotica, piena di opportunità e di occasioni ma che, in fondo, non percepisci ancora come la tua città. Per me, ventiquattrenne neolaureato in ingegneria elettronica, questo rito sta diventando una routine da quando, tre mesi fa sono stato assunto presso la sede romana di una nota società di consulenza. Subito dopo essermi laureato, ho cominciato a guardarmi attorno e ho scoperto che qui in Puglia le mie prospettive occupazionali erano praticamente nulle. Il massimo che viene offerto ad un giovane come me è un contratto a progetto di breve durata, con uno stipendio da fame e senza alcuna prospettiva oppure, per i più fortunati, la promessa di una borsa di studio all'interno dell'università, anch'essa priva di qualsivoglia certezza. Inevitabile, dunque, partire alla volta di Roma, Milano, Torino. Passata l'euforia per l'assunzione arrivano i problemi logistici, prima di tutto l'alloggio. Si tratta di trovare, in pochi giorni, un alloggio in una città che non conosci, di versare una considerevole caparra e di cominciare una nuova vita. Non c'è che dire, un cambiamento non da poco. Immediatamente dopo arriva l'impatto col modo del lavoro, con le sue regole non scritte, con le sue stranezze, con le sue priorità. E' un impatto che spesso lascia interdetto chi, per anni, ha frequentato le aule universitarie, dove si respirano logiche e priorità del tutto differenti. Finito il periodo di “assestamento” inizia quello della rassegnata accettazione. Accettazione del pendolarismo settimanale Molfetta-Roma (dieci ore di treno a settimana), delle logiche, talvolta incomprensibili, del mondo del lavoro, della quasi impossibilità di tornare a lavorare nella tua terra. Resta, poi, la grande amarezza di non poter essere utili alla propria Regione, di essere impossibilitati a collaborare al suo riscatto, al suo sviluppo. A questa amarezza si associa quella legata alla perversa dinamica in base alla quale più sei qualificato, più acquisisci esperienza e professionalità, più diminuiscono le possibilità di “tornare a casa”, di trovare un lavoro vicino al tuo luogo di origine. Sono questi i pensieri che ti scavano dentro quando il treno parte e il cartello “Molfetta” si allontana. Francesco Dell'Olio francesco.dellolio@quindici-molfetta.it
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