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Festa del calcio e violenza gratuita. Una notte di paura: sfregiati due giovani Il racconto di uno dei ragazzi: una bottiglia di birra rotta intenzionalmente diventa l'arma usata per ferirci e con la quale un individuo mira subito alla gola
15 luglio 2006

Ha capelli un po' lunghi che tira spesso indietro con uno scatto della testa. Ha occhi scuri ed uno sguardo diretto, ma non sfrontato, come di chi cerca il confronto con il mondo e con gli altri per capire, imparare, andare al di là delle regole e delle risposte facili. Ha 23 anni, parecchi progetti da realizzare e una brutta notte da dimenticare o da ricordare a lungo, chissà, perché notti così non si cancellano, ti segnano magari per sempre la mente ed il cuore e, qualche volta, anche il viso, se ti viene ricucito in parte con sette punti di sutura per una ferita da taglio che non sai bene perché ti è stata inferta. Francesco (è questo il suo vero nome, non ha voluto nascondersi nell'anonimato) è stato più fortunato del suo amico che di punti ne ha avuti, tra interni ed esterni, ben 34: una cicatrice sul volto di due ragazzi come tanti e nell'anima di una città che, stretta nella morsa del caldo, dopo euforie e delusioni post-elettorali, vive l'eccitazione calcistica dei mondiali come evento liberatorio e aggregante e non sa né vuole spiegarsi il perchè dell'accaduto, s'indigna ma non tanto, fa spallucce e, chiusa in un pigro silenzio, preferisce correre in spiaggia a divertirsi. Non si divertono ancora, invece, i protagonisti di questa brutta storia che, a tutt'oggi, vivono le conseguenze psicologiche e morali della brutale aggressione che hanno subito: uno dei due, in particolar modo, colui che è stato ferito in maniera più grave e che già soffriva di attacchi di ansia, ha visto aggravarsi, in particolar modo, il suo stato emotivo e deve fare continuamente ricorso a farmaci. Francesco racconta cosa è accaduto la sera del 12 giugno dopo la partita dell'Italia contro il Ghana mentre beviamo un caffè a un bar del Lungomare Colonna dove, alle sei di pomeriggio, si vede poca gente, soprattutto mamme con bambini, anziani in cerca di frescura, adolescenti che si tengono per mano. Sembra quasi impossibile che questa zona della città, da una certa ora in poi, diventi, a dire di molti, lo scenario inquietante di atti di vandalismo, piccoli tafferugli, pestaggi, aggressioni verbali e talvolta fisiche da parte di piccoli gruppi o bande di ragazzi e giovani adulti in cerca di chissà cosa. «Intorno alla mezzanotte ero proprio qui di fronte, dall'altra parte della strada, con mia sorella, il suo ragazzo e alcuni amici mentre erano in atto i festeggiamenti e le celebrazioni per la vittoria dell'Italia. Premetto che non sono un tifoso accanito e che al calcio preferisco di gran lunga altre cose come l'arte e la cultura. Dal tettuccio di una delle numerose auto che sfilavano tra cori, urla e schiamazzi di vario genere, un individuo colpisce volontariamente il mio amico con l'asta di una bandiera ferendolo leggermente e provocando le sue rimostranze che non risultano gradite all'autore del gesto. Infatti, egli ripassa, scende dall'auto insieme ad una piccola corte di “gregari” e, dopo un rapido scambio di battute più o meno violente, comincia a spingere il mio amico, quindi lo aggredisce con calci e pugni sotto gli occhi di decine di persone immobili e mute, simili a stagnatiti umane. Esterrefatto di fronte a tanta violenza e indifferenza, intervengo d'istinto per separarli e divento così il bersaglio n° 2 perché vengo a mia volta pestato e preso anch'io a calci e pugni in tutto il corpo. Una bottiglia di birra da 66cl svuotata al momento e rotta intenzionalmente diventa l'arma da taglio usata per ferirci e con la quale mirano subito, senza però riuscirci, alla gola». Quanto tempo durò la colluttazione? «Meno di un minuto. Poi non andarono via, restarono tranquilli nelle vicinanze. Dopo un po' uno di questi si avvicina ed in dialetto, con arroganza, mi fa “Ora potete anche andarvene”. Forse è stata questa frase finale che ha fatto scattare in me la voglia di non essere umiliato ulteriormente, di fargliela pagare come è giusto che sia, nella maniera in cui lo prevede la legge e non in nome di un personale senso di vendetta». E' vero che durante la notte queste persone hanno fatto altre risse e schiaffeggiato addirittura il proprietario di un bar della zona? “Sì, hanno continuato così fino alle quattro del mattino”. Poi cosa avete fatto? “A questo punto si potrebbe dire che la tragedia sconfina quasi nella farsa perché, nell'indifferenza generale, siamo stati aiutati solo da un tipo che era un po' fuori di testa e che ci ha raccontato parecchie bugie facendosi passare per ex carabiniere o, comunque, per un uomo della sicurezza, spacciando addirittura il suo meticcio per un cane antidroga. Siamo andati alla parrocchia S. Filippo Neri a telefonare ai carabinieri che dopo un po' sono arrivati”. Quindi poi siete andati in ospedale… “Eravamo in condizioni pietose, forse solo là abbiamo cominciato a renderci conto di ciò che era realmente accaduto. La ferita del mio amico era talmente profonda che s'intravedevano denti e gengive”. Al Pronto Soccorso la denuncia è scattata d'ufficio? “La denuncia scatta d'ufficio solo se la prognosi supera i 20 giorni. Il mio amico ed io abbiamo avuto 10 e 7 giorni. Per quanto riguarda poi l'esenzione del ticket riguardo alle cure ricevute bisognerà provare la violenza subita” . Come ti spieghi questo attacco fisico che ha i connotati di un vero e proprio tentato omicidio in un contesto gioioso, di puro e semplice divertimento? “Ancora oggi non so cosa pensare, forse questa gente aveva bevuto o preso qualcosa ed ha colpito la prima persona che è capitata sotto tiro. Il mio amico, che conosco da un paio di anni, è una persona pacifica, tranquilla, di una sensibilità estrema, mi auguro che riesca a riprendersi presto. Sto cercando di farlo anch'io ma non è facile”. Mi hai detto prima che stai per laurearti in Lingue e Letteratura straniera e vivi da un po' tra Italia e Germania dove, a breve, ti iscriverai ad un'altra facoltà universitaria. Pensi che la cultura possa contribuire a farci sentire più liberi? “Senz'altro, ma c'è differenza tra l'essere “liberi di” o “liberi da”. Io voglio esserlo in entrambi i sensi e la mia voglia di legalità nasce proprio da questo desiderio: fingere che nulla sia accaduto, tentare di dimenticare e di non vedere questo segno sul viso, mi avrebbe impedito di diventare e sentirmi come e ciò che voglio, avrebbe annullato il mio sapere, mi avrebbe reso prigioniero di una paura che non mi appartiene”.
Autore: Beatrice De Gennaro
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