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Fermo bellico: danni economici e sciagure in mare Gli effetti negativi di uno stop forzato di 90 giorni. Il problema della sicurezza
15 settembre 1999

di Giulio Calvani Non poteva certo riprendere in maniera peggiore l’attività di pesca per la nostra marineria dopo 90 giorni di riposo forzato, dovuto al cosiddetto “fermo bellico”, il provvedimento predisposto dal governo per permettere la bonifica dei fondali dell’Adriatico, infestati dagli ordigni che i velivoli di ritorno dalle missioni di guerra nel Kossovo scaricavano in mare. Infatti la sciagura occorsa, a pochissimo dalla ripresa, al motopeschereccio molfettese “Carmela Madre”, il cui equipaggio è rimasto miracolosamente illeso, ha riproposto prepotentemente il tema della sicurezza in mare, e non è sembrato difficile per molti stabilire un certo rapporto tra quanto accaduto ed il fermo stesso. Abbiamo, perciò, pensato di fare un bilancio di questo provvedimento che sebbene fosse fortemente voluto da tutte le marinerie per ovvie ragioni di sicurezza (gli ordigni costituivano un pericolo serio e decisamente preoccupante), ha destato poi qualche malumore, in particolar modo tra gli operatori delle attività collaterali che gravitano attorno alla pesca (i commercianti, solo per fare un esempio, ma non solo), per il suo prolungamento fino al 31 agosto (ricordiamo che, in un primo momento il fermo era stabilito fino al 14 di luglio). I danni all’indotto “Sicuramente è stato un provvedimento utile per la marineria e per gli armatori - ci ha detto Mimì Spadavecchia, consigliere comunale del Pdci, da sempre attento conoscitore delle problematiche inerenti la pesca - dal momento che essi saranno retribuiti adeguatamente dal ministero per le Politiche Agricole e per la Pesca. E’ indubbio che maggiormente colpito sia stato l’indotto, non tutelato per le perdite subite durante tutto questo periodo di fermo: penso ai ragionieri ed ai commissionari che operano all’interno del mercato ittico, ma non solo, anche ai produttori di ghiaccio, ai facchini e ai trasportatori di pesce oppure ai rivenditori di alimentari da portare a bordo. In definitiva circa tremila persone sono state bloccate per tanto tempo, e questo, come è normale, ha comportato gravissime perdite per la nostra economia locale. La Regione Puglia non si è impegnata in alcun modo, sebbene più volte sollecitata, per venire incontro a queste esigenze, e questo è un elemento grave. Intanto attendiamo fiduciosi che sia approvato un provvedimento al vaglio della tredicesima commissione del Senato (per la pesca e agricoltura) volto proprio a risarcire queste categorie maggiormente colpite ”. Il direttore dall’Associazione armatori da pesca, Cosimo Farinola, ha sottolineato come il prolungamento del fermo si fosse reso necessario a causa del mancato completamento, il 14 di luglio, delle operazioni di bonifica, “condizione questa posta dalla nostra marineria come indispensabile per la ripresa dell’attività. In questo senso la proroga del fermo è stato un provvedimento da noi accolto di buon grado perché ha permesso la rimozione di tutti gli ordigni in mare, così come appreso da fonti ufficiali, in modo che l’attività potesse riprendere in condizioni di sicurezza sotto questo punto di vista. Ora siamo in attesa dei rimborsi, che attendiamo non prima di tre o quattro mesi a causa di lunghi procedimenti burocratici. C’è stato un grosso sacrificio da parte della marineria nel restare ferma per tre mesi, ma tale sacrificio sarà ripagato sia dagli indennizzi che, in ogni caso sono, ci sono apparsi adeguati e sia dalla risorsa ittica che si è decisamente ripopolata in questo periodo”. Il pesce svenduto A questo proposito c’è da dire però che l’eccessiva offerta di prodotto determina il suo deprezzamento all’interno del mercato ittico, e questo non può che costituire un problema: “Un dramma - lo definisce senza mezzi termini il consigliere Spadavecchia - nel senso che il prodotto giunto in notevolissime quantità al mercato non è assolutamente venduto ad un prezzo adeguato. Così molte cassette di pesce vengono svendute per poche lire o addirittura buttate a mare. E qui si ripropone il problema della commercializzazione del nostro prodotto, della necessità del riconoscimento del marchio dop, e di riformare il sistema del mercato ittico, che così come strutturato non valorizza in alcun modo il lavoro dei nostri pescatori che in tal modo vengono assolutamente demoralizzati. E’ necessario l’impegno di tutti, delle istituzioni in primo luogo, per far fronte a questo pauroso calo di commercializzazione”. Secondo Farinola “il deprezzamento del prodotto è dovuto ad una semplice legge di mercato: l’eccessiva offerta, in relazione alla minore domanda, determina lo svilimento dei prezzi. E’ normale. Non è tanto una questione di qualità o di marchio dop, quanto piuttosto di autoregolamentazione delle marinerie. Ma questa ci è impedita, in quanto è intervenuto il ministero che con l’imposizione del suo rigido fermo tecnico (l’obbligo cioè per tutte le imbarcazioni di rientrare il giovedì e di ripartire non prima del lunedì, ndr) non ce lo consente. Così tutte quante le imbarcazioni rientrano la stessa sera, immettono le loro enormi quantità di prodotto sul mercato nello stesso momento, e inevitabilmente, per la grossa offerta, il prezzo si abbatte, anche perché si tratta di merce deperibile che quindi deve essere smaltita nel più breve tempo possibile. E’ necessaria quindi una flessibilità nella gestione dei giorni di pesca, altrimenti continueremo a trovarci in situazioni paradossali e cioè a lavorare con il mal tempo e a stare fermi in condizioni meteomarine ideali”. La sicurezza in mare In quest’ottica ci si ricollega alle recenti sciagure occorse in mare: “Indubbiamente c’è una relazione tra il fermo e la sicurezza - aggiunge Farinola - perché il fermo tecnico non tiene presenti le situazioni contingenti, non permettendo di recuperare giornate lavorative durante le quali non si potrebbe uscire per condizioni avverse. Così i pescatori, traendo dal solo lavoro il loro sostentamento, spesso escono in mare anche in condizioni non ottimali, sfidando la sorte. Per quanto accaduto al “Carmela Madre” si poneva anche come aggravante il fatto che si era reduci da novanta giorni di fermo, e che quindi per tutti era necessario riprendere l’attività. Noi continuiamo a ripeterlo da molto tempo: il settore è eccessivamente ingessato, non ci consente di attuare strategie ottimali, e questo va a discapito dell’economia nazionale e a favore dell’importazione dall’estero sempre crescente. In Italia importiamo dall’estero oltre il 60/% del fabbisogno e nei periodi dei fermi tecnici o biologici arriviamo pressocché al 100%”. L’aspetto più importante da sottolineare è però sempre quello della sicurezza: “le recenti sciagure, non solo a Molfetta ma in tutto l’Adriatico (sono accadute ben cinque gravi incidenti lo stesso giorno), ce lo ricordano costantemente – continua Farinola. Le vittime che stiamo piangendo (ricordiamo che a Manfredonia un uomo ha perso la vita) sono il naturale frutto di questa disciplina così imposta dall’alto e “spalmata” su tutto il territorio nazionale senza alcuna differenziazione a seconda delle diverse realtà locali. Noi non esitiamo a definire questa disciplina, “omicida”. Omicida sia per le imprese, perché limita le loro possibilità di sviluppo e questo induce molti a ritirarsi definitivamente dall’attività, ma “omicida” anche perché mette a rischio la sicurezza degli operatori. Recentissimo è il decreto legislativo che recepisce le direttive comunitarie in tema di sicurezza per le attività in mare, indistintamente mercantili e di pesca, e noi ci ritroveremo a dover attuare norme non confacenti alle nostre esigenze. Con questa disciplina sulla sicurezza si arriverà al punto di impedire ai motopescherecci di uscire in mare, perché basteranno condizioni meteomarine di poco avverse per pregiudicare qualsiasi valutazione di rischio e quindi tutto il piano della sicurezza, con forti responsabilità, anche penali, per il comandante, l’armatore e il responsabile della sicurezza a bordo. E’ un pacchetto di norme ottimo per la tutela della vita degli operatori, che per noi costituisce in assoluto l’elemento più importante, questo sia chiaro, ma non si può giungere alla sua puntuale realizzazione senza la rimozione della disciplina sul fermo tecnico”. La pesca rischia di morire Sulla relazione tra il fermo e le sciagure in mare, il consigliere Spadavecchia, sebbene sostanzialmente concordi, sembra un po’ più cauto: “A me appare un po’ forzato collegare l’incidente del Carmela Madre alla questione del fermo. Certo ci può essere una relazione, non c’è dubbio, dal momento che dopo 90 giorni di fermo tutti intendevano riprendere, e che, se fosse stata persa, non si sarebbe potuta recuperare quella giornata; ma le sciagure ci sono sempre state, anche quando non si parlava di fermo tecnico”. Il problema, quindi si ripropone, ed è quello di una disciplina troppo rigida e ingessata che, così come affermato dal nostro consigliere comunale “impedisce di recuperare giornate lavorative perse, magari proprio per le avverse condizioni del mare?” “Certamente, - ci risponde Farinola -. Bisogna in primo luogo partire dal presupposto che questo è un settore a compartecipazione. L’equipaggio assume una percentuale di quanto prodotto. E spesso sono proprio gli uomini di equipaggio che, per procurarsi sostentamento, spingono affinché l’imbarcazione esca in condizioni anche non ottimali. D’ora innanzi, permanendo questa disciplina del fermo, tutto questo sarà con decisione impedito dagli armatori, anche perché sono essi stessi che ne risponderebbero, in primis, personalmente, sia dal punto di vista penale che patrimoniale. Così come stanno le cose, il settore della pesca muore automaticamente. Con tutte le parti in causa, rappresentanti sindacali dei lavoratori e di categoria, abbiamo preso coscienza di questa situazione e stiamo facendo presenti questi problemi al ministro, con una seria di documenti; ma evidentemente questo ancora non basta, e noi, se è questo che servirà, siamo pronti alle lotte, per salvare questo settore. E in queste nostre rivendicazioni siamo sicuri di avere tutta l’opinione pubblica con noi. La nostra è una battaglia per la sicurezza, intendiamo impegnarci fino in fondo affinché si possa svolgere la nostra attività solo nelle migliori condizioni, indispensabili per poter pescare in tutta tranquillità. Siamo consapevoli della necessità di tutelare la risorsa in mare che in questo periodo si è ripopolata, ma con il rigido provvedimento del fermo tecnico, ogni sforzo è inutile, perché piuttosto che valorizzarla se ne svilisce il prezzo al mercato”.
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