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El padre bandido, l'ultimo libro di Gianna Sallustio
15 novembre 2010

Raccontare determinate storie dovrebbe rappresentare un imperativo categorico per chi ha cuore il destino dell’umanità, soprattutto di chi non gode delle medesime “magnifi che sorti e progressive” di questo nostro pigro e pingue Occidente. Gianna Sallustio (apprezzata collaboratrice di Quindici) ne è ben consapevole ed è per questo che ha voluto off rire la sua testimonianza “sulla fondazione della cittadina di Playa Grande, ideata, programmata, costruita dal missionario e prete-operaio Padre Tiziano e sulle sue innovative attività missionarie”. Teatro delle vicende il Guatemala, con le sue sperequazioni economiche e sociali, e in particolar modo la zona dell’Ixcàn, nella regione del Quichè. È nato così il bellissimo e struggente volume El Padre Bandido di Playa Grande, pubblicato per i tipi dell’Editrice Munari (Carmignano di Brenta 2010), stampato su carta riciclata e ispirato da un fi ne benefi co: i proventi ricavati dal volume saranno devoluti all’“incipiente orfanotrofi o” intitolato a San Domenico Savio e fi nalizzato a salvare neonati abbandonati nelle selve dell’Ixcàn, magari perché frutto di violenze carnali, e diversamente destinati a divenir vittime degli animali predatori o, peggio ancora, dei traffi canti d’organi. Il volume rappresenta l’ultima sezione di una trilogia dedicata al missionario Padre Tiziano Sofi a, nell’ambito della quale hanno già veduto la luce Sango Mondèle (La Meridiana-Ed. Mezzina, Molfetta 2005) e Mojo mojo (Genesi, Torino 2008), insignito del 1° Premio Narrativa “Città di New York 2009”. È doveroso precisare come l’autrice si fosse già in passato impegnata in prima linea nel reperimento fondi e nel fi nanziamento della costruzione della “Clinique de Saint François d’Assisi”, a Lodja, in Congo, dove per la prima volta aveva collaborato, in missione, a stretto contatto con Padre Tiziano. El Padre Bandido, opera dettata – per riprendere un’espressione della Sallustio – da “sacro furore civico”, è un memoriale costituito da IV capitoli e un epilogo. Nel cap. I, la scrittrice narra la nascita della vocazione di Padre Tiziano, muovendo da un episodio circonfuso d’un aura quasi mitica avvenuto presso l’Istituto “San Filippo Neri” e inerpicandosi tra i cedri del Libano, dove il Padre sperimentò una situazione politica “ingarbugliata e pericolosa”, per poi approdare dalle “Alpi alle Ande”, in una prima missione ecuadoregna e successivamente in Guatemala. Il cap. II è un resoconto del viaggio compiuto insieme a Padre Tiziano da alcuni volontari, tra cui Gianna. Il padre era già stato allontanato dalla missione guatemalteca e rivedeva i luoghi del suo apostolato non senza una certa amarezza (a tratti rabbia: la Sallustio lo paragona a Giove Tonante), dal momento che in alcuni casi toccava con mano quanto, nella pratica, gli intenti che avevano guidato la fondazione della missione fossero stati disattesi da chi aveva proseguito nella via da lui solcata. Il cap. III è un’epopea corale: l’epico racconto della fondazione di Playa Grande, simbolo dell’operosità della “Chiesa del grembiule” (rappresentata in Occidente da don Tonino Bello, da don Bosco e dai vari Ciotti, Puglisi, Diana ecc.). La narrazione si conclude con la destituzione del missionario dal suo incarico, ma sullo scoramento sembra prevalere la consapevolezza che la grazia si sia fatta strada lungo sentieri impervi in virtù dell’amore di carità. Il cap. IV è un’intervista al “Tigre de Ixcàn”, Padre Tiziano, vulcanico nel suo ricordare i momenti anche terribili della vita nella missione, le malattie che affl iggono i campesinos e i volti che l’hanno accompagnato durante il cammino. Un itinerario reso ancora più diffi coltoso, per il missionario, da numerosi, gravi problemi di salute, non ultimi i numerosi interventi chirurgici, conseguenza di un’operazione mal eseguita subita in gioventù. Grazie al racconto della Sallustio, conosciamo la situazione del Guatemala, uno stato in cui i “discendenti degli indigeni Maya” sono tenuti in scacco da una sordida alleanza tra i latifondisti (non a caso eredi dei conquistadores) e una privilegiata casta militare. A completare il quadro l’azione, spesso funesta per i poveri campesinos, dei guerriglieri e l’operato delle chiese evangeliche, legate a doppio fi lo con gli USA. In tale situazione si è consumato l’assassinio di 40 sacerdoti della diocesi del Quichè e del loro vescovo, Monsignor Girardi. In questa società ferita s’innesta l’azione coraggiosa di Padre Tiziano, capace di coniugare interventi sociali ed evangelizzazione, insegnando ai campesinos, “uno stile nuovo di esistenza, libera da ogni schiavitù”. Nasce così la città di Playa Grande, sorgono un ospedale “bello e funzionale nella selva”, una chiesa per cantare le lodi del Signore... Gli indigeni vengono avviati a buone pratiche, fi nalizzate a scongiurare malattie legate alla carenza d’igiene, il tutto suscitando prima la diffi denza e poi l’ira della classe al potere e dei militari. Il padre verrà così defi nito el bandido (il ricercato) da chi disprezza la sua opera missionaria e subirà numerosi attentati da parte dei militari (sempre, grazie a Dio, miracolosamente sventati), fi nendo addirittura con l’essere incarcerato. La Sallustio evidenzia, tuttavia, anche come, per uno strano scherzo linguistico, quell’epiteto di “ricercato” sia stato adottato dai campesinos in senso aff ettuoso, a indicare come per loro Padre Tiziano fosse divenuto un indefettibile punto di riferimento. Nel reportage della Sallustio non è solo la classe militare guatemalteca a essere impietosamente denunciata per la sue colpe; anche l’autorità ecclesiastica del Quichè, ottusamente intestarditasi nello scindere l’opera di evangelizzazione dall’intervento nel sociale, appare imputabile di aver intralciato piuttosto che coadiuvato la coraggiosa missione del Sofi a. La rimozione del medesimo dall’incarico nel 1992 e l’allontanamento dal Guatemala ne rappresentano la prova più tangibile. Ma il mondo del Padre Bandido non è fatto solo degli oscuri cromatismi che connotano il tenebroso dominio degli sfruttatori. Esso s’illumina dei colori delle ricche scenografi e dei battesimi per immersione, offi ciati dal Sofi a presso il Rio Cantabàl a ridestare nell’animo dei campesinos il vivido seme di un cristianesimo ch’è luce d’amore. Risplende della luce che si sprigiona dall’agire degli eroi silenziosi, dei catechisti istruiti nei cursillos perché portino speranza e conforto nel dolore alla gente dei villaggi. Tra loro un premio Nobel per la pace, Rigoberta Menchù: avrebbe potuto macerarsi nell’odio verso i militari che le avevano sterminato orribilmente la famiglia e invece, indotta da innata sete di giustizia, si è battuta da leonessa per i diritti degli indigeni. La stessa luce che brilla negli occhietti neri e a mandorla di Pablito, un “batuff olo incastrato nella rete dell’amaca”, che Gianna raccoglie tra le sue braccia nel nascente hogàr Santo Domingo Savio e che suscita in lei – come tutti i piccini accalcati nel dormitorio ancora provvisorio e necessitante di seri e immediati interventi – un fremito di tenerezza. “Vivi Pablito – scrive l’autrice – e sostieni tu, con la tua innocenza, la mano di Dio che io vorrei intervenisse per superare i tanti soprusi e le tante violenze e perfi de ipocrisie di questa nostra società”.

Autore: Gianni Antonio Palumbo
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