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Contro la violenza: cittadine attive, un convegno a Molfetta
11 marzo 2009

MOLFETTA - Facendo zapping, il tema saliente dei programmi televisivi non è altro che il sesso. Non c'è da meravigliarsi se anche i telegiornali ne parlano, aimè portando in prima pagina le violenze sessuali subite da un numero sempre più ingente di donne. Questo è il tema sviluppato nel convegno “Contro la violenza: cittadine attive” tenutasi nella Sala “B. Finocchiaro” della Fabbrica di San Domenico. Ospiti alcune classi del Liceo Scientifico “A. Einstein” e del Liceo Classico “L. Da Vinci” di Molfetta, l'IPSIAM, l'Istituto Professionale per il Commercio “don Tonino Bello”, l'Istituto Professionale di Stato per i Servizi Commerciali Turistici Sociali e della Pubblicità "Mons. Antonio Bello" e l'Istituto Tecnico Commerciale “Gaetano Salvemini”. Dopo le presentazioni delle Autorità, prende la parola Luigi Roselli, assessore alla Socialità, il quale presenta il tema della violenza sessuale non come forma di potere su di una vittima, ma come debolezza di un uomo. Una prima soluzione a questi eventi nefasti viene avanzata dallo stesso, promuovendo le alleanze di protezione. L'assessore provinciale alle Pari Opportunità Antonello Zaza, ricorda la festa della Donna, non come festa del consumismo, ma data finalizzata a ricordare la violata dignità del gentil sesso. L'assessore sottolinea l'inattendibilità del comune binomio violenza-immigrazione promosso dai mass-media. La violenza degli immigrati, infatti, rappresenta “solo” il 7% in rapporto al 70% delle violenze che si consumano fra le mura domestiche. Contro tutte queste brutalità l'Assessore contrappone un impegno sociale che parta da tutti noi cittadini, tanto da affermare che il titolo del Convegno sia da modificare in “cittadini attivi”. Primo passo può essere appoggiare il progetto Arianna, promosso dal suo assessorato, al quale tutti possono rivolgersi chiamando il numero verde 1522, che sostiene programmi contro la tratta delle schiave seguendo una logica di prevenzione, che si concretizza nella capacità di denunciare. Sgomento e paura sono i sentimenti provati da Adele Mastropasqua, componente della Consulta Femminile, nel vedere le donne protagoniste dei telegiornali, che la portano a formularsi una domanda, quale il motivo di questa recrudescenza quantitativa delle violenze sessuali, forse dovuta all'aumento delle denunce o forse ad una follia collettiva. Si sente il bisogno nella società di una svolta nei comportamenti quotidiani, con la rivalutazione delle relazioni fra uomo e donna, realizzando una sana cultura di genere il quale obiettivo non sia quello dell'uniformità dei compiti e degli impegni per entrambi i sessi, ma la conquista della libertà con sensibilità e stili propri. Adele Mastropasqua rimarca il rapporto dialogico che si deve instaurare fra le scuole e i giovani, alla base della nostra collettività. Termina il suo intervento ricordando un proverbio africano: “Nella foresta i rami litigano, mentre le radici si abbracciano”. Successivamente viene proiettato un video dove sono stati intervistati alcuni cittadini molfettesi, dal quale ne è risultato che a volte la causa delle violenze è scatenata paradossalmente proprio dalle stesse vittime, dalle donne, e che la soluzione a questi mali consiste in leggi e pene più severe. Interviene al convegno un “testimone privilegiato”, Lucia Luconi, cinematografara e autrice del libro autobiografico “Venticinque minuti una notte: Autopsia di una violenza”, la quale racconta con voce tremante la sua esperienza, che ha origine il 26 aprile del 1979, quando lei per la sua professione conduce in diretta la trasmissione sul processo a Latina per lo stupro di Fiorella, consumatosi in un magazzino da parte di quattro uomini, la ragazza era difesa da Tina Lagostena Bassi e Grazia Volo che ottengono, nonostante le resistenze del Pubblico Ministero, la pubblicità dell'udienza per la prima volta, in modo da dimostrare all'Italia la pochezza degli avvocati che rendevano le donne vittime due volte, essendo accusate di essere il movente del sopruso. “Non siamo noi che dobbiamo vergognarci” grida Luconi col cuore in gola, seguita dal plauso del pubblico. Due giorni dopo il processo, il 28 aprile '79, poiché fa parte della troup che ha effettuato le riprese, Lucia Luconi viene violentata. Il misfatto si realizza da parte di alcuni ragazzi che, una volta rubatagli la benzina dal suo veicolo, l'anno seguita fino alla stazione di rifornimento, dove la cinematografa si è accorta della loro persecutoria presenza per via delle “due luci” della loro vettura. Nell'Italia degli anni di piombo, preferisce fare una inversione a U e dirigersi verso la sua abitazione, pensando di averli seminati. La violenza accade proprio lì, poiché una volta uscita dal suo veicolo rivede quelle “due luci” e inizia una affannata corsa verso i portoni, interrotta da due ragazzi che si parano davanti, di cui uno le sferra una testata fra gli occhi. Ormai inerme le si parano attorno sette ragazzi, che abusano di lei. Grazie all'esperienza del suo lavoro, lei non piange, non urla, non si muove per non far aumentare la violenza, alienandosi dal suo corpo, come se lei fosse dietro a delle videocamere dove ad essere violentata non era lei. Lo scopo della sua presenza al convegno “Contro la violenza” è quello di sensibilizzare le vittime di abusi a denunciare, poiché solo l'8% dei soprusi viene segnalato alle autorità, del quale il 60% vede autori italiani, in particolare familiari, per i quali in genere le donne preferiscono non denunciare e si ricoprono di sensi di colpa. La violenza viene definita dalla Luconi come “ultimo rifugio degli incapaci” e invita ad acquistare il suo libro per rendersi conto di questa realtà ritenuta sempre troppo lontana (i proventi delle vendite saranno devoluti in beneficenza al Centro Antiviolenza). “L'ottavo violentatore”, continua l'autrice, si concretizza nella figura del dottore, il quale le chiede di spogliarsi per constatare la veridicità della violenza. Ovvio è il rifiuto di Lucia Luconi, la quale rivive ancora oggi la violenza nei sogni, una violenza perpetuata fisicamente e psicologicamente. Il prof. Armando Saponaro, docente di Criminologia nell'Università degli Studi di Bari, apre il suo intervento rivelando il tema: lo stalking, termine di caccia applicato ad una forma di violenza che va dalla persecuzione ossessiva fino a sfociare in casi di femminicidio, ovvero omicidio di una donna in quanto tale, determinato da una esigenza di dominio. Le vittime molte volte sono occultate da una “benda culturale” che tende ad “ignorare, tollerare, capire” le violenze, che non vengono denunciate. L'approccio della giurisdizione nei confronti delle vittime si articola con la tutela legale, ovvero con la giustizia e col ristoro, e con il welfare (benessere), ossia con l'assistenza dei centri antiviolenza diretti ad attenuare ed eliminare gli effetti della violenza, sia a livello fisico, che a livello emotivo. Il docente mette a conoscenza il pubblico del decreto legge del 23 febbraio 2009 che riguarda la criminalizzazione, ovvero l'attuazione di pene più severe per i violentatori: dai sei mesi ai quattro anni di reclusione, in alcuni casi, come quello del “bacio rubato”, esagerati per un crimine così minore. Una critica verso la giurisdizione parte proprio da Saponaro, il quale afferma che concretamente queste pene non vengono attuate, poiché in Italia si tende a sospendere le condanne, le quali non vengono mai applicate. In ogni modo il governo cerca di combattere le violenze acuendo le sanzioni poiché non costose al contrario di un servizio pubblico di assistenza, più efficace in risultati. L'assessore regionale alla Trasparenza Guglielmo Minervini definisce il “fenomeno” delle violenze in aumento come la “punta di un iceberg” che ha la base nelle menti di ognuno di noi, plasmate dai mass-media in primo luogo con pubblicità dal messaggio subliminale, dove il desiderio di possesso diventa motore della nostra esistenza. Nella nostra cultura c'è bisogno della rivalutazione dell'amore, non quello di cui si abusa in TV, ma quello che è “il riconoscimento del valore dell'altro per affermare se stessi”, al contrario di cosa avviene nelle violenze. Quest'educazione all'amore dovrebbe partire in primis dalle istituzioni, poi dalle scuole e dalla famiglia. Le voci del pubblico non mancano: fra le tante quella dell'avv. Francesca La Forgia che ricorda la data dell'8 marzo come “la giornata” e non la festa della donna; la docente Rosa Petruzzella trova le fondamenta dell'idea di possesso nelle relazioni sin dalle prime forme di gelosia; Federica Spadavecchia, studentessa, grida che “la donna deve essere libera di manifestare la propria femminilità come meglio crede” e non essere incolpata di una violenza dove è essa stessa la vittima; Gianluca de Trizio, studente del Liceo Scientifico, una delle poche voci maschili, afferma che “spetta agli uomini difendere le donne in quanto non maschi ma Uomini” e continua rivolgendosi proprio al pubblico di genere maschile, ricordandogli di “difendere ciò che si ama, le donne”, non aspettando ma agendo noi per primi, società del futuro. Il convegno si conclude con l'intervento della Docente universitaria di Psicologia Letizia Carrera, la quale presenta la questione culturale delle violenze come la prima causa di morte per le donne tra i sedici e i cinquanta anni, peggio del cancro. I casi di abusi sulle donne sono trasversali alle classi sociali, e riguardano in particolar modo le classi medio - alte, forse perché le donne vittime sono più colte e tendono a denunciare, oppure disattendono le aspettative dei maschi, che le vorrebbero “donne di casa”. Le uniche soluzioni consistono, secondo la Carrera, nella militarizzazione delle città, ovvero con la formazione di ronde, e con una riforma sul piano culturale, che adesso vede il sesso debole vergognarsi di dichiarare i soprusi subiti, in primo luogo per la mancata solidarietà delle altre donne che hanno assimilato i codici maschili, “giudicando da uomini”. Il convegno ha visto, nella sessione pomeridiana, la partecipazione del docente di Psicologia dell'Adolescenza dell'Università di Bari Saverio Abruzzese e l'intervento di Tina Arbues, responsabile del Centro Antiviolenza di Barletta. Che si aumentino le pene, che si facciano ronde, il problema sussisterà fin quando nelle famiglie non verranno insegnati i valori di amore e rispetto verso gli altri, per far comprendere la sottile e fragile differenza fra bene e male, alla base di una sana società.
Autore: Saverio Tavella
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Si sta uccidendo la democrazia. Quella democrazia che dovrebbe controllare tutti i poteri, attualmente sfuggiti ad ogni tipo di controllo. La democrazia consiste nel mettere sotto controllo il potere politico. E' questa la caratteristica essenziale. Non ci dovrebbe essere alcun potere politico incontrollato in una democrazia. Ora è accaduto che la televisione "questa televisione", sia diventata un potere politico colossale, potenzialmente si potrebbe dire anche più importante di tutti, come se fosse Dio stesso che parla. E così sarà se continueremo a consentirne l'abuso. Essa è diventata un potere troppo grande per la democrazia. Nessuna democrazia può sopravvivere se l'abuso di questo potere non si mette fine. Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione. La televisione è diventata l'unica maestra educatrice di massa; ha sostituito sia la famiglia, sia la scuola. Il comportamento dei cittadini in un tal modo, civile o incivile, non sono il risultato del caso, ma il risultato di un processo educativo. Bisogna ridurre la violenza di immagini trasmesse dalla tv; violenza verbale e violenza d'azione. Diversi sono i meccanismi mentali attraverso i quali sia i bambini che gli adulti, ricevono e distinguono quello che è finzione da quello che è realtà. Come i medici sono controllati dalle proprie organizzazioni e dalle leggi dello Stato - avendo in potere sulla vita e sulla morte dei propri pazienti- così chiunque sia collegato alla produzione televisiva, deve essere controllato e rispettare le norme di buona educazione, rispetto civico ed etica professionale. Tutto questo, stabilito da un organismo disciplinare che non sia politico o partitico. Da non confondere con la censura, provocando danni ancora maggiori. Noi mandiamo i bambini a scuola perchè possano imparare e a loro volta insegnare. Prepararsi per i loro futuri compiti: il compito di diventare cittadini, il compito di guadagnare denaro, il compito di diventare padri e madri per una nuova generazione e così via. Tutto dipende dall'ambiente e come generazione precedente, noi abbiamo la responsabilità di creare le migliori condizioni ambientali possibili. La televisione è parte dell'ambiente dei bambini ed una parte per la quale noi siamo responsabili. Invece lasciamo tutto al caso, dimenticando le nostre responsabilità. Stiamo uccidendo la democrazia e con essa la libertà. "La libertà non è stare sopra un albero, non è neanche un gesto o un'invenzione, non è neanche un volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione." (G.Gaber)
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