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Baby-gang, bruciano le auto per nascondere la loro insicurezza
15 gennaio 2000

"Allarme baby-gang. Milano invasa dalle nuove ragazzine-teppistelle" "Le neo ragazzacce infestano le strade delle metropoli italiane". Gli articoli che sono apparsi sui più noti quotidiani negli ultimi giorni si intitolavano tutti così. Ovviamente psicologi, professori, intellettuali, personaggi dello spettacolo, giornalisti hanno colto l'occasione per "dire la loro" su questo nuovo argomento di discussione; e così se si accendeva la televisione, se si faceva la coda al supermercato, se ci si sedeva sulle poltroncine del parrucchiere o ad un tavolino di un bar, si poteva udire gente di varia età e di diversa estrazione sociale che ripeteva un po' disgustata e un po' eccitata: "Che tempi!" "Che costumi!". Mentre sullo schermo del televisore apparivano politici più o meno onesti, tesi nelle loro camicie inamidate, che con sguardo preoccupato e voce apparentemente turbata e rammaricata, fissando le telecamere esclamavano: "Quello che si sta verificando in questi ultimi giorni è un fenomeno molto grave che deve essere bloccato in tempo". Strano che i giovani intervistati siano stati una minoranza rispetto alla moltitudine di improvvisati "dottoroni" ai quali è stato chiesto un parere, una risposta a insulse e scontate domande. E forse si dovrebbe parlare direttamente con loro, con le ragazzine teppistelle che minacciano con coltelli i loro amici per potersi sedere su una panchina, o che aggrediscono le loro compagne per rubare le giacche "all'ultimo grido", oppure semplicemente con quelle quattordici-quindicenni che ancora una volta vogliono lanciarci un messaggio disperato, e che hanno scelto come strumento per attirare l'attenzione la violenza. E i coetanei che dicono?! Quei ragazzi che fanno da sfondo a "servizi speciali" con i loro zaini sulle spalle, con i loro sguardi un po' assonnati, con i loro vocabolari e libri tra le mani; quei ragazzi che si baciano e abbracciano o discutono tra loro; quei ragazzi che sempre APPAIONO ma che mai PARLANO, simboli di una generazione che si mostra come uno splendido vaso colorato ma vuoto. Grazie, grazie ancora a tutti per relegarci al ruolo di stupidi bambocci senza anima e senza cervello, senza ideali e senza educazione. Grazie veramente, di tutto cuore!! In realtà, parlando con amici e amiche, siamo giunti alla conclusione che quello delle baby-gang non è altro che un ennesimo gesto di rivolta e di rabbia, un ennesimo NO, non solo gridato, verso una società che sembra non accorgersi di loro; di tutti quei giovani sempre più abbandonati a se stessi, che ormai non sanno quasi cosa vuol dire discutere con i genitori, parlare con i docenti, confrontarsi con gli amici, iscriversi ad un partito, frequentare una parrocchia; di tutti quei giovani che immaginano la loro vita come un film, preferibilmente a lieto fine, simile a quelli di cui quotidianamente "si nutrono", o sperano che i loro amici diventino come quei "semi-eroi" che incontrano navigando in internet; di tutti quei ragazzi che non accettano la loro esistenza così com'è. La verità è che vogliamo tutto e subito, desideriamo raggiungere i nostri obiettivi senza dover faticare per arrivarci, vogliamo essere circondati da gente che ci sia amica e ci voglia bene ma non ci privi mai della libertà, desideriamo un mondo diverso ecco tutto, un mondo che all'inizio potrebbe apparirci splendido per poi rivelarsi un incubo, per poi rivelarsi ancora più sgradito e grigio di questo dove regna gente saggia che non fa altro che giudicare sentendosi potente e matura e colta e intelligente. Ma Manzoni diceva "l'orgoglio che tacitamente ci fa supporre la nostra superiorità nell'abbassamento degli altri, ci consola dei nostri difetti col pensiero che gli altri ne abbiano di simili o di peggiori. Certamente nessuno ha intenzione di difendere questi ragazzi e ragazze che si lasciano andare alle azioni più ignobili, quei giovani di Milano ma anche di Molfetta, quei ragazzi che aggrediscono i loro compagni oppure che bruciano le macchine e squarciano le gomme delle ruote come è accaduto nella nostra città, di giustificare il loro modo villano e violento di comportarsi, la loro arroganza e la loro presunzione; ma forse possiamo immaginare la loro insicurezza e la loro fragilità, la loro mancanza di punti fermi, il loro sentirsi sballottati in un mare in tempesta senza alcun faro che illumini il buio della notte che da un po' di tempo li ha avvolti. Ma sono ragazzi soli, senza famiglie solide alle spalle, senza strutture sociali o culturali che li aiutino ad avanzare in questa difficile società, ragazzi che preferiscono estraniarsi dal resto del mondo, ragazzi impauriti; senza religione e senza educazione; senza ideali politici e senza giusti principi morali. E la loro è una lotta di autoaffermazione e allo stesso tempo è un'autodifesa. Se solo la gente imparasse a ghettizzare e a catalogare di meno. E' una lotta di classi, una lotta tra "zarri" e "figli di papà", tra "poveri" e "ricchi", una lotta per beni materiali, per sentirsi più sicuri con la giacca firmata ottenuta con la violenza ma con le loro forze piuttosto che coi soldi dei genitori; quella lotta che va di pari passo con l'esasperazione e la solitudine e la paura che agitano le loro menti. Tutti dobbiamo combattere le nostre battaglie ma a viso aperto senza dimenticare che un sorriso vale più di un coltello intimidatorio, di una gomma squarciata, di uno schiaffo violento; senza dimenticare che la società è composta da individui che devono avere rapporti veri, umani, reali e quotidiani, una società dove ciascuno di noi ha un ruolo ma va creato, migliorato e perfezionato col trascorrere del tempo. A quelle ragazze non voglio dire nulla, ma ricorderei loro una frase di W. Shakespeare "il vento del cambiamento soffia sempre basta trovare le vele adatte per sfruttarlo". Gisella Defilippis
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