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“Annamaria uccisa in un luogo diverso dalla SS16 bis, fu percossa e tentò di difendersi” Sorprendenti conferme e nuove rivelazioni al processo per l'omicidio Bufi. La perizia: manomesse le intercettazioni telefoniche
15 gennaio 2004

Entra nel vivo il processo a carico di Bindi Marino Domenico, da 11 anni indiziato e sospettato dell'omicidio di Annamaria Bufi (nella foto), la ragazza di 23 anni assassinata la sera del 3 febbraio 1992. Già ascoltati in Corte di Assise numerosi testimoni dell'Accusa ma il processo si presenta ancora molto lungo perché in tutto verranno ascoltati 120 testimoni, fra Accusa, Parte Civile e Difesa. Nel frattempo si è celebrata la prima udienza preliminare dinanzi al Tribunale di Potenza per l'inchiesta parallela a quella dell'omicidio: si tratta delle incriminazioni a carico di alcuni carabinieri di Molfetta e dell'avv. Leonardo Iannone, ex legale di Bindi, accusati dalla Procura di Potenza, a vario titolo, di falso e favoreggiamento di Bindi. Il 5 dicembre scorso, infine, si è svolta a Roma, dinanzi al Consiglio Superiore della Magistratura l'udienza relativa al procedimento disciplinare a carico del dott. Alessandro Messina, del quale non si conosce ancora l'esito. Tornando al processo Bindi, sono già venuti fuori elementi sorprendenti. Il medico legale prof. Di Nunno, il quale la notte fra il 3 ed il 4 febbraio 1992 intervenne sulla statale 16 bis, poco prima dello svincolo della zona industriale, subito dopo la scoperta del cadavere, ha dichiarato che la ragazza fu uccisa con sei colpi di corpo contundente al cranio e che di questo si accorse subito. Ha inoltre dichiarato che prima di essere stata uccisa Annamaria fu violentemente percossa e tentò di difendersi. La ragazza, sempre secondo quanto riferito dal prof. Di Nunno, venne uccisa in un luogo diverso da quello in cui fu ritrovata e poi trasportata sulla 16 bis e "srotolata" per terra dal pianale di una vettura compatibile con una station wagon. Ricordiamo che, stando ai dati acquisiti dal Pubblico Ministero titolare dell'attuale processo, dott. Francesco Bretone, l'autovettura del presunto assassino Bindi, una Renault 21 station wagon, allorquando venne ispezionata il giorno dopo il delitto dai carabinieri, fu trovata bagnata sia nell'interno che nel cofano. Si attende ora la deposizione del brigadiere dei carabinieri Rosario Avila, autore della ispezione nella macchina di Bindi, il quale verrà ascoltato nel corso della prossima udienza, il 28 gennaio 2004. Particolarmente commovente è stata la deposizione di Rosanna de Cesare, l'amica del cuore della vittima, la quale in pubblica udienza ha confermato che Annamaria era da sempre innamorata del Bindi, il quale l'aveva deflorata quando la ragazza era ancora minorenne. Annamaria pensava solo a Bindi. La relazione sentimentale fra l'uccisa e l'uomo sposato era durata sei anni. Annamaria, hanno confermato anche altri amici, era una ragazza semplice, senza grilli per la testa, che non aveva disponibilità di denaro e soprattutto non usava gioielli e vestiva in un modo normale. La cugina omonima della ragazza uccisa ha confermato le stesse circostanza della De Cesare aggiungendo che il giorno dopo l'omicidio, presso la caserma di Molfetta, espletò un riconoscimento attraverso i vetri ottici e riconobbe Marino Bindi come la persona che aveva una relazione con la defunta. Ma veniamo ai carabinieri sinora ascoltati nel corso del processo. Sin dalle indagini preliminari era emerso che nell'abitazione di Bindi, il giorno dopo il delitto, era stato trovato un paio di scarpe sporche di terriccio analogo a quello constatato sulle scarpe e sugli indumenti della ragazza uccisa. Questo lo aveva detto l'appuntato dei carabinieri, Antonio Caldarulo, ma lo aveva confermato al Pubblico Ministero Bretone, nel 2001, anche la moglie di Bindi, Emilia Toni, oggi imputata di favoreggiamento perché, secondo l'accusa, ha fornito al marito l'alibi falso di essersi ritirato a casa alle 22 la sera del delitto (circostanza peraltro non incompatibile con la commissione del delitto stesso che, come ha riferito il medico legale, avvenne fra le ore 21 e le 22 del 3 febbraio 1992 ). Le misteriose scarpe, sempre secondo quanto riferito dall'appuntato Caldarulo, vennero riposte in un sacchetto di plastica dallo stesso Caldarulo e portate in caserma senza essere repertate e senza che fosse dato atto nel verbale di perquisizione del relativo rinvenimento. Per questo alcuni carabinieri del 1992 sono processati a Potenza. Dinanzi alla Corte di Trani è venuto fuori dalla voce del brigadiere dei carabinieri in pensione, Leonardo Grande, che dette scarpe misteriose vennero restituite allo stesso Bindi su disposizione del maresciallo Policastri, il quale ordinò che la riconsegna all'indiziato dell'omicidio avvenisse utilizzando un'autovettura priva dell'insegna dell'Arma. Inoltre, la restituzione delle scarpe al presunto assassino Bindi avvenne quando ancora si stava valutando se analizzare una macchia rossa notata dallo stesso brigadiere Grane su una delle ripetute calzature di Bindi. E' stato anche ascoltato il maresciallo Claudio Rocchini, il quale nel 1992 procedette all'ascolto delle conversazioni intercettate sull'utenza telefonica del Bindi. A questo punto va detto che il consulente tecnico dell'accusa, Marco Russo, sempre nel corso del processo, ha confermato che le bobine delle intercettazioni del 1992 sull'utenza di Bindi non solo non sono originali, essendo copie degli originali stessi (gli originali non si sono mai più ritrovati), ma ha altresì confermato che sulle copie ritrovate in archivio erano state poste in atto manovre da parte di entità esterne e che alcune parti dei nastri sono state oscurate privandole di spezzoni di conversazioni. Rocchini ha confermato di avere segnato su di un registro il contenuto di tutte le telefonate. E poiché i nastri delle intercettazioni sono stati manipolati, alla verità si sarebbe potuti giungere anche attraverso la lettura del registro delle telefonate sul quale Rocchini aveva annotato il sommario contenuto delle stesse. Purtroppo il registro che Rocchini ha affermato di avere personalmente compilato non si è mai più ritrovato. Quindi: nastri delle intercettazioni manipolati e registro delle intercettazioni sparito. Il padre della ragazza uccisa, Franco Bufi, si è dichiarato soddisfatto per l'andamento del processo. “La conclusione - ha aggiunto Bufi - è ancora molto lontana ma il quadro è chiaro. Per me Bindi ha ucciso mia figlia e questo è confermato da tutti gli elementi emersi sino a questo momento. Se la legge viene applicata in maniera giusta, come per tutti gli altri, Bindi non ha scampo”. Prossima udienza il 28 gennaio.
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