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Allarme sicurezza: ancora rapine a Molfetta, preso di mira un parrucchiere per uomo
30 ottobre 2011

MOLFETTA - Ancora rapine a Molfetta e cresce l’allarme sicurezza lanciato da “Quindici”.
Dopo la “spaccata” delle vetrine di Geox a Corso Umberto e la rapina al negozio di abbigliamento in via Respa, oggetto dei malviventi è stata una sala da barba di via don Tonino Bello alla periferia est della città.
Due rapinatori a volto scoperto e armati di coltello sono entrati ieri pomeriggio nel locale del parrucchiere per uomo e hanno intimato al proprietario di consegnare il denaro che aveva in cassa, appena 80 euro, e sono scappati via, facendo perdere le loro tracce. Finora nessun indizio per identificare i rapinatori.

L’incremento della micro criminalità è dovuto anche alla crisi economica, come testimoniano pure i furti negli appartamenti e delle vetture, ma questo non vuol dire che l’allarme sicurezza debba essere ignorato. E’ necessario garantire più sicurezza ai cittadini, con una maggiore controllo e presenza sul territorio, proprio nei momenti in cui la crisi spinge anche persone incensurate a delinquere, utilizzando anche armi improprie.
E “Quindici”, da sempre attento alla legalità e alla sicurezza, rinnova ancora una volta l’appello a una maggiore attenzione al fenomeno che non può essere sottovalutato e soprattutto tollerato quando si consente a situazioni di illegalità di essere perpetuate o di essere sanate, come è avvenuto in passato.
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Dice Zygmunt Bauman: Oggigiorno tutto sembra scongiurare contro i progetti per la vita, i legami duraturi, le alleanze eterne, lem identità immutabili. Non posso più contare, a lungo termine, sul posto di lavoro, sulla professione, e nemmeno sulle mie capacità; posso scommettere che il mio posto di lavoro verrà assorbito dalla razionalizzazione, la mia professione si trasformerà fino a risultare irriconoscibile, le mie competenze non saranno più richieste. In futuro, non ci si potrà nemmeno più basare sulla vita di coppia o sulla famiglia; nell'epoca di quello che Antony Giddens chiama “confluent love” si sta insieme quel tanto che basta affinchè uno dei due partner sia soddisfatto, il legame è sin dall'inizio concepito nell'ottica del “si vedrà”, il legame intenso di oggi rende ancor più violente le frustrazioni di domani. Il presente è caratterizzato da una sorta di “morale del vagabondo”. Il vagabondo non sa per quanto tempo resterà nel luogo in cui si trova in questo momento, e in ogni caso per lo più non è lui a decidere della durata della sua permanenza. Egli sceglie le sue destinazioni lungo il cammino – come vengono, e come le legge sulle indicazioni stradali; ma anche allora, egli non sa con certezza se alla prossima stazione si fermerà e per quanto. Sa solo che molto probabilmente la permanenza non sarà lunga. Ciò che lo spinge ad andarsene è la delusione per il luogo della sua ultima sosta come pure l'irreducibile speranza per il prossimo, non ancora visitato, o forse quello ancora successivo, siano privi di difetti che lo hanno fatto disamorare dei precedenti. Gli individui devono, per non fallire, essere in grado di fare piani a breve scadenza e di adattarsi alle circostanze, devono organizzare e improvvisare, delineare obiettivi, riconoscere gli ostacoli come tali, saper incassare le sconfitte e provare a ricominciare. Essi hanno bisogno di iniziativa, di tenacia, di flessibilità e devono essere in grado di sopportare le frustrazioni. La natura acrobatica di questa condizione della civiltà è stata espressa con chiarezza esemplare – e con un accento pessimistico – da Gottfried Benn: Perché secondo me la storia dell'uomo ha inizio solo adesso, con i suoi pericoli, le sue tragedie. Fino a oggi, alle sue spalle c'erano ancora gli altari dei santi, le ali degli arcangeli, e tutto questo scorreva sulle debolezze e sulle piaghe dell'uomo dalle chiese, dalle fonti battesimali. Adesso incomincia per lui la serie delle grandi sciagure insolubili, di cui Nietzsche sarà stato solo il prologo.-

Storie incrociate!.......per i ricchi e i borghesi erano tempi difficili. Uomini delusi ed esasperati da quarantun mesi di guerra inutilmente vinta potevano fare di qualsiasi cosa un simbolo di classe. A Siena, i cittadini che usavano la cravatta o portavano libri sotto braccio correvano lo stesso rischio dei fiorentini che usavano il cappello e il colletto duro: un tiro di sbarramento, a raffiche di pietre e bottiglie. In una piovosa mattinata di domenica, il 23 marzo del 1919, Mussolini prese la ferma risoluzione della controffensiva che doveva configurarlo nel ruolo, che per tanti anni aveva bramato, di un “uomo del destino”. Nella saletta stipata, calda di fiati, in un palazzo milanese dell'antica piazza San Sepolcro si strinse un pugno d'uomini, i quali si proclamarono fondatori dei nascenti Fasci di combattimento, cos' denominati dai fasci di verghe che nella Roma consolare avevano simboleggiato l'autorità suprema dei consoli e dei dittatori e il loro potere di vita e di morte. Molti di coloro che facevano ressa intorno al Capo erano uomini che avevano assaggiato il gusto di quel potere e lo avevano trovato dolce: erano gli Arditi, reparti d'assalto della guerra mondiale, che indossavano la camicia nera o il maglione nero e in battaglia avevano i compiti più pericolosi, come quello di irrompere nelle trincee austriache, il pugnale fra i denti e due granate in mano. Erano una èlite insolente cui non si dava la sveglia a suon di tromba ma di granate a salve, addestrata con munizioni vere sin dall'inizio, nutrita con razioni di carne anche quando nessun altro reparto ne aveva. Una seri di scioperi gettava la nazione nel disordine; sulle colonne del suo quotidiano, Mussolini indicava in un grafico più di duemila interruzioni e astensioni dal lavoro avvenute durante l'anno. Le guardie carcerarie, decise a ottenere un aumento di paga, misero alle strette il primo ministro Nitti: se entro cinque giorni l'aumento non fosse stato concesso, avrebbero aperte le porte di tutte le carceri d'Italia. Impiegati in sciopero gettarono acido solforico in cassette postali colme di corrispondenza; lo sciopero nelle centrali elettriche di Roma non risparmiò neppure gli ospedali. Gli orari ferroviari divennero inutili pezzi di carta: un treno proveniente da Torino arrivò con quattrocento ore di ritardo. Persino il Primo Ministro sapeva ormai di essere sconfitto: dovendo recarsi a un convegno a Sanremo, Nitti fece calare le tendine dell'automobile che lo portò fino ad Anzio, dove un cacciatorpediniere aveva l'ordine di aspettarlo. Era comprensibile: nel 1920 l'Italia era una nazione travagliata dalle discordie interne, sull'orlo della guerra civile. - 30 ottobre 2011. Il Ministro Sacconi: "Basta creare tensioni sulla riforma del lavoro che possono portare a nuove stagioni di attentati".??????????????????????????????????????????-


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