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Affondi, occasione in più per rifl ettere sul senso della politica e sul futuro del nostro Paese
15 giugno 2008

Prendo spunto dall'intervento “Affondi, un libro per rifl ettere sul destino di Molfetta”, a fi rma di Guglielmo Minervini sul numero di aprile della rivista “Quindici”, per aprire un dibattito, mi auguro, con i concittadini più attenti alle problematiche locali nel contesto di una più ampia rifl essione sulla situazione del nostro Paese e della nostra Molfetta, oggi. Come pittore sono abituato a pensare che quando ho terminato una mia opera ho realizzato un progetto compiuto il cui messaggio nessun'altro potrà mai distruggere, a meno che esso non subisca un danno vandalico o un deterioramento per altre cause. Un artista realizza attraverso il suo lavoro la propria visione del mondo, può temere che essa venga tenuta nell'ombra oppure non apprezzata o incompresa, ma oggettivamente l'opera è lì e della sua esistenza non si discute. L'opera politica è invece sottoposta generalmente alla demolizione da parte degli avversari, in qualche modo il politico vive la schizofrenia di temere che tutti i suoi sforzi possano essere vanifi cati al primo cambiamento di equilibri. Si potrebbe obiettare sostenendo che tale destino possa accadere a tutti gli schieramenti (mal comune mezzo gaudio) e che fa parte del gioco dialettico fra le diverse maniere d'intendere le cose. La verità, a mio giudizio, è che tutti coloro che demoliscono ciò che altri hanno costruito, percepiscano il danno provocato dal loro antagonista molto più di quello che loro stessi arrecano oggettivamente alla società civile attraverso la loro opera demolitrice. L'alternarsi dei punti di vista attraverso la logica dei due poli produce questa perversa conseguenza che ingenera un'epidemia contagiosa nel comportamento della gente comune, ovvero consolida la sensazione di assoluta precarietà della politica che si allontana sempre più dal buon senso, dalla realtà e dai bisogni della gente. Bisogna ricominciare a considerare che lo sviluppo civile di un popolo deve essere inquadrato in una logica progettuale che non si può e non si deve esaurire in una stagione ma si deve invece sedimentare e stratifi care anno dopo anno cementando le conquiste acquisite nell'ottica di obiettivi di lungo periodo. La complessità della cultura contemporanea richiede una nuova mentalità plastica che riesca a metabolizzare dialetticamente il frutto di una visione politica diversa dalla nostra in una visione del mondo in cui lo spazio occupato da altri non deve essere cancellato ma utilizzato come elemento di dialogo e di confronto, come risorsa. Dobbiamo tornare ad attribuire senso alle cose, ad esprimere contenuti di grande levatura, prima di tutto morale e di conseguenza disegni tracciati nell'interesse di tutti piuttosto che della sola parte vincente. Bisogna ripartire dai concetti semplici che sono alla base della vita perché la complessità della nostra società ci porta a smarrire l'orientamento, a confondere le regole essenziali della convivenza civile. Per avere un'idea della valle e dunque del percorso da fare, ogni tanto è necessario saliresul colle e guardare la valle dall'alto. Così oggi è necessario capire in quale direzione stiamo andando, consentendo al nostro sguardo di uscire dall'orizzontalità senza meta della pianura e innalzare il nostro punto di vista; in altre parole e con un'altra metafora, abbiamo bisogno di riconquistare una statura (morale) che pulisca il nostro sguardo e torni a puntare in alto ed a lavorare per progetti di grande spessore. La politica deve uscire dallo squallido teatrino dell'astuzia fattasi contenuto, deve necessariamente allontanarsi dalla logica partitica intesa nella vecchia maniera e maturare una mentalità nuova che abbia come obiettivo il raggiungimento di un fi ne alto, di una progettualità non schiacciata dalla precarietà dell'attualità ma strutturata nella solidità di una prospettiva di ampio respiro. In altre parole la politica deve chiudere il lungo capitolo dell'autoreferenzialità e misurarsi con la realtà della polis, deve recuperare la sua vocazione demiurgica. La nostra epoca e soprattutto il nostro prossimo futuro ci prospettano una sfi da nuova: convivere in una società che sarà sempre più territorio di emergenze e mosaico di differenze. Sarà necessario imparare a considerare queste ultime non come un impedimento alla realizzazione dei nostri piani ma una opportunità per lo sviluppo dell'umanità. La politica deve abbandonare il campo del gioco delle parti per diventare parte di un gioco più grande, per tornare ad essere portatrice di modelli piuttosto che di settarismi. La politica oggi è solo “mestiere”, pratica lo stesso medesimo linguaggio nella gestione del potere che sia da sinistra o da destra, non ci è dato più distinguere la differenza, nemmeno nello stile. Ha fatto della passione una professione, ha fatto propri i modi e i metodi dell'impresa, dell'azienda, si piega spesso alla logica del mercato che nei fatti la ha spodestata di senso, svuotata di spinte ideali e sostituita nel suo ruolo di mediazione sociale. La vibrante dimensione critica e la spinta vitale al “dissenso” si sono riciclate nell'attenzione maniacale al “consenso”; il dono della coerenza ha subito l'usura dell'obsolescenza e si è trasformato in trasformismo così come la “libertà” in “liberismo”. La politica deve riaccreditarsi moralmente, deve tornare alle sue motivazioni originarie, alle spinte civili, alla vocazione ideale, al ruolo di indicatrice di valori, deve tornare ad offrire e ad offrirsi, anche in sacrifi cio, per un progetto alto, grande, di tutti. Deve uscire dalle sabbie mobili della cronaca per riappropriarsi della storia, abbandonare l'omertà camuffata dai tatticismi facili, raggirare le scorciatoie e gli opportunismi, recuperare la memoria e allontanarsi dalla deriva per riprendere il largo prima di affondare. Molfetta ha perso in fretta la memoria, quella delle sue migliori stagioni culturali, politiche, amministrative, è regredita velocemente così come regredisce l'umanità intera quando la si sdogana dal senso civico e dalla responsabilità dei doveri sociali per consegnarla solo all'edonismo dei diritti individuali. Mollati gli ormeggi la nave si lascia portare dalle correnti e il rigore del pensiero cede alle mollezze dell'istinto. Molfetta chiama i suoi fi gli più attenti, li chiama a curare il suo malessere, a rimettersi in gioco, ognuno come può, per riprendere un progetto incompiuto, oggi molto più diffi cile di ieri, più complesso ma al tempo stesso anche più facile poiché sale sempre più il forte desiderio di uscire dalla melassa attaccaticcia del politichese. Ci attende una stagione per rifondare il senso delle cose, per tornare ad alzare lo sguardo, per rivendicare l'orgoglio della coerenza, la fermezza dei principi, per riproporre l'esempio del comportamento, per distinguere l'essenza e per riconoscere il valore profondo che sta nella sostanza della vita. Dobbiamo allontanarci dal mondo vuoto e patinato che ci soffoca per tornare a riconoscere la strada della civiltà e dell'impegno. Bisogna operare nell'orto del proprio territorio estirpando con forza le erbacce infestanti, smuovendo la terra ogni giorno per farla ossigenare e riguadagnare la sua congenita fertilità.
Autore: Gaetano Grillo
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