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AB – ULI – VIA, canto di un pensiero non potato
15 luglio 2005

“Perché mai ancora oggi, istruiti del mondo, i giovani devono lasciare i loro studi d'origine e partire per andare a lavorare lontano?”. E' questa la domanda cardine sulla quale ruota Ab – Uli – Via, monologo scritto ed interpretato da Francesco Tammacco, sulle musiche realizzate da Federico Ancona, che l'Associazione Culturale Teatrale “Il Carro dei Comici” appronterà in ottobre. Nel frattempo un segmento di quello che sarà lo spettacolo completo è già stato rappresentato in diverse occasioni e in diverse ambientazioni, grazie all'informalità della rappresentazione la quale rende possibile, se non ideale, la sua esecuzione tra le campagne pugliesi. Nel 2005 non è sufficiente avere un curriculum perfetto per evitare l'esilio forzato che il mondo del lavoro impone. Eppure alla nostra terra, della quale lo spettacolo riporta tutti i colori, non mancano certo le possibilità. Talvolta a mancare sono invece le intenzioni. E' questo il motivo per il quale il grido del “giovane qualunque” Corrado Altamura non vuole colpire solo la realtà del mercato del lavoro, ma vuole soprattutto ammonire un particolare modo di pensare tipico del Sud, nato forse da un antico complesso di inferiorità meridionale, per il quale nessuno è profeta in patria. Più che un detto oggi è questa una realtà osservabile. Eppure la storia ci insegna che è possibile realizzare qualcosa di importante pur operando nella propria terra d'origine: Don Tonino Bello e Gaetano Salvemini sono i prodotti doc che Molfetta esporta, i frutti pregiati di una terra che di fatto corrisponde l'amore di chi la sa apprezzare, di chi coraggiosamente decide di non partire. Stavolta il giovane Corrado deciderà di non andarsene, abbandonerà la valigia e racconterà la propria sofferenza ad un ulivo che regge generosamente i fazzoletti appesantiti dalle lacrime. Se l'albero potesse parlare sarebbe certamente una delle voci dello spettacolo teatrale. La sua stasi naturale non riesce tuttavia ad impedirgli il coinvolgimento nel testo, l'ulivo si presenta infatti come testimone silente ma allo stesso tempo partecipe del tormento del personaggio, una specie di amico fidato al quale confessare la propria triste condizione e, perché no, strappare un abbraccio. Il solo modo che l'autore ha per rivolgersi a tutta la propria gente è farlo attraverso ciò che lo accomuna ad essa, ovvero la medesima terra d'origine che l'albero di ulivo rappresenta. Così avviene che all'ombra di quello stesso albero, tra le sue radici, si deposita il messaggio del quale l'ulivo diventa veicolo, proprio come se fosse un soggetto attivo, dotato pertanto di funzione comunicativa. Il grido che nasce dal “canto di un pensiero non potato”, questo il sottotitolo dello spettacolo, si alza tra le verdi fronde degli ulivi, trasformandosi nell'immancabile speranza che qualcosa un giorno possa cambiare. Davide Potente
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