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Violenza sulle donne e otto marzo. Un'occasione per riflettere
08 marzo 2009

Se si avesse il coraggio, che non c'è, di chiedersi cosa veramente accade nel nostro Paese, non sarebbe difficile trovare le risposte vere. Rumeni violentano italiane. Italiani violentano rumene. Italiani violentano italiane, e rumeni rumene. Il popolo dei Bandar-Log ne fa dibattito, accusa gli altri, invoca nuove leggi. Tutti gridano forte, con la voce roca: tutto ciò che se ne ode dall'esterno è un confuso ringhiare, una cacofonia che difficilmente s'associerebbe alle voci di un qualunque aggregato umano. Le domande reali sono queste: - E' vero o non è vero che, dalla provincia di Como a quella di Palermo, si è avuta una recrudescenza di violenze carnali anche fra adolescenti, a volte addirittura tredicenni? - E' vero o non è vero che molti casi di violenza sono stati portati a termine grazie all'indifferenza dei passanti (“Nessuna macchina s'è fermata”, “L'hanno strappata via dall'autobus”, “Nessuno ha telefonato”)? - E' vero o non è vero che tutta la pubblicità e buona parte della televisione presentano ormai le ragazze esclusivamente come merce scopabile e basta? Di recente c'è stata una campagna - legalissima – della Relish, con manifesti in tutte le principali città, che inneggiava direttamente allo stupro; l'anno scorso ce n'era stata una analoga di Dolce & Gabbana). C'è qualcosa di patologico, nella nostra società ormai post-capitalistica. Gli antichi romani sono potuti andare avanti per secoli con la spettacolarizzazione dell'omicidio (i ludi gladiatorii erano il principale entertainment di quella civiltà): c'è voluto un capovolgimento totale dell'etica per accorgersi di quanto questo spettacolo fosse patologia. E gli atzechi, e i nazisti, e le culture schiavistiche del Vecchio Sud: tutte società moderne, rispetto ai loro tempi, tutte senza eccezioni basate sul consenso. E tutte catastroficamente finite male, quando l'accumularsi degli elementi patogeni (e “normali”) è finalmente ed “improvvisamente” esploso. Non sono stati i barbari a portarci dal di fuori la violenza, nemmeno a noi. Essa cresce tranquillamente ogni giorno nelle nostre scuole, nelle nostre ovvietà, nella nostra cultura. Le donne,adesso, non sono affatto pari agli uomini, nel nostro mondo. Gli uomini, una forte minoranza degli uomini, confonde ancora moltissimo fra potere e sesso. Le ronde non sono che la rappresentazione ritualistica (interessante per l'antropologo, e per ogni altro verso infantile) di ciò a cui da tempo abbiamo rinunciato: il coraggio di difendere le donne quotidianamente e concretamente (la piccola offesa sull'autobus, il “complimento” insultante, la frase greve) che un tempo suscitavano la reazione degli uomini - da persone normalmente perbene, non certo da “rondisti” - e ora passano via nel silenzio e nel voltare gli occhi dall'altra parte. Questa, anche se non sembrerebbe, è la reale politica. Mentre la “politica” che si considera tale, ogni giorno che passa, è sempre più rumore di fondo. * * * Oggi è passato un anno, se ben ricordo, da quando non esce più “Casablanca”. Un piccolo ma indispensabile giornale di società e di antimafia con al centro di tutto (ma guarda un po') il protagonismo civile delle donne: a partire dalla direttrice, Graziella Proto, una donna con venticinque anni di lotta antimafia alle spalle e capace ancora di impegnarsi fino all'ultimo respiro e fino all'ultimo soldo per portarlo avanti. “Casablanca” è in silenzio nell'indifferenza di Veltroni, di Bertinotti, di Vendola, di Di Pietro. Per me è uno sforzo difficile, per questo preciso motivo, prenderli sul serio ancora. E anche questo è otto marzo.
Autore: Riccardo Orioles
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