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Una vita d'artista  
15 gennaio 2007

Scorrendo le valutazioni e le considerazioni critiche dei diversi estimatori della pittura di Salvatore Salvemini, dal 1944 ai necrologi apparsi dopo la sua morte, le più significative mi sembrano le parole dello stesso artista pronunziate per il conferimento del premio Pro Loco 2005, il Duomo d'argento: «Ho la pretesa di dover ancora scavare nelle cose, ancora guardare dentro… la ferita del mondo. Ho sempre creduto che il dipinto è la somma di molteplici esperienze vissute, la proiezione del mondo interiore. Auguratemi buon lavoro». Si possono considerare il suo testamento d'artista. Il carattere fondamentale della sua pittura è infatti la sua continua ricerca ed una inappagata creatività. A partire dalle prime esperienze di studente diciannovenne alla scuola di quello scrupoloso disegnatore che fu Mauretto Poli, già si cimenta con il colore senza sfumature ed i suoi temi sono la caraffa sbrecciata ed il bicchiere di vino, le scarpe dello zio contadino, le tozze figure di braccianti e pescatori o volti di donna dai tratti forti. Sono crollati i valori borghesi del fascismo ed emerge nel '44 il mondo del lavoro con le sue lotte. La pittura di Salvemini e del suo gruppo di amici, pittori come Tonino Nuovo che insegue le fantasie surrealiste di Chagall, e studenti alla ricerca di nuovi valori, in contrasto con ogni tradizionalismo, si orienta progressivamente verso un realismo intransigente nei temi, nei colori e nelle forme, abbandonando il richiamo del paesaggio e delle nature morte. Quel gruppo a cui prestavano dichiarazioni di principio i coetanei indottrinati dal marxismo, come Enrico Panunzio ed il sottoscritto, sull'arte come strumento di lotta sociale, era in continua polemica con gli “Amatori dell'arte” di Roberto Chiusolo e pittori di diverso stile come Leonardo Minervini, Franco D'Ingeo, Lorenzo Mastropasqua e l'istriano Alfredo Sficco, conquistando il consenso dei giovani pittori come Pietro e Cosmo Carabellese. La polemica si estendeva nelle note critiche dei periodici locali “La voce di Molfetta” di Antonio Gadaleta, “L'Eco di Molfetta” di Giuseppe Maralfa, “Orizzonti” di Mario Ruggiero, e persino “La Gazzetta del Mezzogiorno” con le valutazioni critiche del suo direttore Oronzo Valentini. Il gruppo a cui partecipava anche Franco Poli, usciva allo scoperto con mostre d'arte a Molfetta che attiravano l'attenzione anche dei militari inglesi; fu coinvolto in mostre che si tennero a Bari, qualificato come il gruppo dei pittori molfettesi, a Cesenatico, a Napoli, presentato dallo scrittore Michele Prisco, a Gravina per il “Premio Pomarici-Santomaso”, ed a Roma nel 1948 dove il realismo di Salvatore attira l'attenzione di Renato Guttuso che lo indica come un efficace rappresentante del realismo meridionale. Negli anni dal '49 al '51 il gruppo partecipa alle mostre della Galleria “Il Sottano” di Bari, al Premio Taranto, e nel '51 organizza a Molfetta, nella Galleria d'arte varia “Casabella” di Leonardo De Pinto, una importante mostra a cui partecipano i migliori pittori di Bari da De Robertis a Ficarra, il pittore cadorino Schweiger e Belardinelli. La mostra ebbe ampia eco sulla stampa animata da Elena Germano, Vincenzo Maria Valente, Vincenzo Valente con una bella poesia in dialetto, Nicola Morgese e il sottoscritto. Quando Vittore Fiore organizza a Bari la rassegna di pittura contemporanea livello nazionale, il “Maggio di Bari”, tra i molfettesi si fa notare Salvatore Salvemini, a cui Vittore Fiore dedica un'analisi efficace, indicandolo come il pittore della nuova arte della Italia democratica, il rappresentante del rinnovamento del nuovo Meridionalismo insieme al pittore e scrittore Carlo Levi ed il poeta Rocco Scotellaro. In tutte le edizioni del “Maggio Barese” sino al 1958, Salvemini fu sempre presente e già si cominciava a notare in lui una evoluzione rispetto alla moda del realismo “engagè”. Esploderà subito dopo la sua nuova maniera di dipingere: il tema delle radici ed i colori terrosi che desteranno stupore ed interesse, incomprensioni e valutazioni perplesse. Siamo negli anni '70 e già Salvatore coglieva il profondo disagio della società italiana, l'angoscia degli “anni di piombo”, la crisi del comunismo sovietico denunciato dal rapporto Kruscev. Il groviglio delle radici non aveva né un principio né una conclusione: poi si comprese che era il simbolo della fine delle ideologie. Ottiene ambite segnalazioni nelle mostre nazionali a cui partecipa: a Roma alla “Mostra dell'arte nella vita del Mezzogiorno”, al Premio Comiso, al Premio Marzotto, al Premio Bari, a Roma alla Mostra della galleria “L'incontro”, a Milano alla Mostra “Proposte pugliesi d'oggi” nel 1963, a Maratea nel 1965, senza trascurare le Mostre nella Galleria “Il Cavalletto” di Molfetta, “Il Sagittario” e “La Vernice” di Bari e quella nella galleria “La Cornice” di Taranto. Intanto costituisce con Tonino Nuovo, Guerrichio ed Ivo Scaringi il gruppo “Nuova Puglia” con un manifesto specifico di impegno per il rinnovamento della pittura italiana al di là di un ormai retorico realismo. E' chiamato a Macerata dalla Galleria “L'Arco”, con tutto il Gruppo di “Nuova Puglia” nel 1966 e nel 1969; a Forlì dalla Galleria “Montellini” e nel 1970 a Torino per la mostra “Puglia 70”. Si succedono ormai con frequenza annuale partecipazioni a mostre d'arte in tutto il territorio nazionale, costituendo uno stile ed una concezione pittorica personalissima: a Francavilla a Mare per il “Premio Michetti”, a Galatina per il “Premio G. Toma”, a Venezia nella Galleria “Il Traghetto”, a Manduria nella Galleria d'Arte Pliniana, a Roma nella “Galleria Zanini”. Un nuovo linguaggio comincia a trasparire tra la produzione di “radici”. Se ne ha sentore nella mostra organizzata da il Cavalletto, diretta con grande intelligenza da Franco Valente, “Gli anni del cambiamento (1974-1984)”. Il nuovo linguaggio compare in varie mostre organizzate a Molfetta presso le Gallerie “Lo spazio”, “Il Punto” ed in occasione di collettive sino al 1998. Non sono molte le opere in cui nell'ultima fase della sua creazione artistica si dispiega pienamente la sua nuova straordinaria pittura. Sono i “Vortici”, un intreccio di segni e di colori informali dove ogni punto può essere centro e periferia, di una straordinaria vivacità ed eleganza. Comunicano un sentimento di armonica bellezza, indecifrabili nel loro significato ma eloquenti per la emozione che suscitano. Il più bel saggio che tiene conto di questa ultima esperienza pittorica di Salvatore Salvemini è quello di Santa Fizzarotti Selvaggi, apparso ne “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 30 ottobre 1994 dal significativo titolo “In confidenza con i segni dell'invisibile”. La notizia della sua morte ha suscitato doloroso compianto e considerazioni critiche sulla sua arte ad opera di Pietro Marino su “La Gazzetta del Mezzogiorno” Manlio Chieppa su “La Repubblica”. E' doveroso compiere uno studio approfondito dell'itinerario artistico di Salvemini. La critica non può dimenticarlo. Non deve dimenticarlo la città per il suo coraggio di innovatore, per il suo sentimento di libertà creativa, per il suo impegno artistico e nello stesso tempo civile.
Autore: Giovanni de Gennaro
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