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Un sì potente fabbro di armonia
15 ottobre 2009

Il legame artistico ed intellettuale tra i musicisti molfettesi e l’ambiente culturale napoletano si consolida in maniera inequivocabile nel corso dell’Ottocento: è Francesco Florimo, erudito storico e bibliotecario napoletano, a testimoniare che Luigi Giuseppe Capotorti fu alunno del Conservatorio di Sant’Onofrio a Capuana, allievo di Nasci per il violino e di Millico per il contrappunto e la composizione. E’ noto, tramite le ricerche di Francesco Peruzzi, che Sergio Panunzio fu allievo del celebrato maestro napoletano Nicola Zingarelli (1752- 1837); tra i nomi meno conosciuti nell’ambiente molfettese, fi gura Pietro Filioli (nato nel 1806), che per quanto scrisse Michele Romano nella sua indagine storica, «diè di piglio alla musica, onde alleviar lo spirito, e vi riuscì in modo, che con eleganza diè alla luce musicali produzioni. Imitando lo stile di Rossini, Bellini e Donizzetti, con armoniche ed espressive note musicali vi adattò salmi, inni, le patetiche lamentazioni di Geremia, Messe, ed altri componimenti, quali esponendo al celebre Zingarelli, dallo stesso meritò plausi ed amplessi, quali accettò con moderato compiacimento». A Pietro Romano, nato nel 1800, accenna Antonio Salvemini nella sua Storia del 1878: «diè pure alla luce un dramma pel teatro di S. Carlo intitolato l’Aganadeca, ottimo componimento, ma per una emottisi sopravvenutagli non poté il dramma essere rappresentato sulla scena». Nell’entourage della intellighenzia molfettese, Zingarelli assurge ad icona della scuola musicale napoletana e forse anche della Musica per antonomasia; enfasi esemplare di ciò è evidente in Vito Fornari (1821-1900, qui raffi gurato nella cartolina concessa da Vittorio Valente) quando pubblica, nel 1850, l’opera letteraria Della armonia universale. Perché Fornari scelga come interlocutore di Leopardi e di Giovene il musicista Zingarelli, appare chiaro dalle stesse parole che si leggono nel proemio dell’opera: «il personaggio dello Zingarelli quadra meravigliosamente allo scopo a cui indirizzo questo lavoro […] fi gurandosi nel Giovene la maturità dei pensieri, e nello Zingarelli la volontà tenace e perseverante nell’investigare». Se lo scopo di Fornari è quello di capire «onde sorga nella nostra mente l’idea dell’armonia», si spiega proprio in tal guisa la domanda che, nel dialogo Il Zingarelli ovvero dell’armonia ideale, Leopardi pone a Zingarelli: «se non mel dite voi, famoso maestro, a chi altro mai potrò rivolgermi? Voi fi losofo, voi dotto, voi specchio di virtù, voi ammaestrato da lungo e vario corso di vita e di fortuna, voi ch’è più, sì potente fabbro di armonia, voi certo potrete togliermi del mio angoscioso dubbio, o io mi dispero aff atto, e risolvomi che nel mondo al tutto non è armonia […] quando io udiva in chiesa cantare quell’impareggiabile vostra musica del Miserere, parevami tornare a’ dolci inganni della fanciullezza, parevami che il mondo intorno a me si componesse ad armonia, e che la mia stessa anima vi si atteggiasse altresì, ed entrasse nel concento dell’universo». Mirabile la conclusione del dialogo affi - data alle parole di Zingarelli, «or che ne rimane altro a fare, se non di bearci ne’ più reconditi e più eccelsi accordi di questa musica meravigliosa?». E, nel dialogo Il Giovene ovvero dell’Armonia della Natura, Fornari fa dire a Zingarelli: «attempato e cagionevole come sono, mi mossi e sostenni il disagio di non breve cammino, non per altra cagione che di vedere [a Molfetta] e accomiatarmi dall’amico mio dolcissimo [il Giovene], per l’ultima volta su questa terra, prima che ne avesse la morte disgiunti». Del legame tra Fornari e Giovene, ebbe a scrivere Saverio de Candia nella sua Commemorazione di Vito Fornari del 1900: «venerò dunque il Fornari e amò il Giovene come fi gliuolo, e ne fu da costui riamato come padre. In quel giovinetto che, insieme al Zingarelli e ad un sacerdote di tempo, circondava il letticciuolo dove il Giovene era solito di star seduto gli ultimi anni di sua vita; e che, a giudicarne dal volto, no toccava i quindici anni, ma gli occhi scintillanti rivelavano un ingegno vivacissimo e mirabilmente precoce, è ritratto esso Fornari». La fama indiscussa di Zingarelli è attestata, ad abundantiam, nel gennaio del 1848 da Bruto Fabricatore nella prefazione all’orazione funebre scritta da Fornari in morte di Basilio Puoti; ivi si legge che per «la messa solenne di requie in quel giorno celebrata da Monsignor giusti vescovo di Ascalona fu scelta la musica di Niccolò Zingarelli, onore e lume della classica scuola napoletana, e che fu amicissimo al defunto, il quale ne pianse la perdita (1847) con una eloquente sua funebre orazione. Ed alla bontà ed eccellenza della musica si aggiunse il valore e la maestria di coloro che la eseguirono. Essendo il Mercadante lontano da Napoli, battè in essa il tempo l’egregio maestro Carlo Conti, e gli allievi del nostro conservatorio fecero a tutti meravigliosamente scender nel core le soavi melodie del Zingarelli: co’ quali furon congiunti i cantori del teatro di san Carlo, Settimio Malvezzi e Francesco Gionfrida». Della musica napoletana, dei suoi artefi ci e di Zingarelli, torna a scrivere Fornari nell’Elogio del marchese Puoti del 1879: «troppo si lasciavano allettare dalla musica i concittadini e coetanei di Cimarosa e Paisiello; o forse troppo in ogni tempo assoggetta gli animi alla musica la marina di Napoli, le sue colline, il suo cielo, o un’aura superstite della greca educazione. Il Puoti, poiché sono in questa materia, è indicibile quanto amava e venerava il Zingarelli, colui che pose in musica mirabilmente il XXXIII dell’Inferno, e l’episodio di Erminia della Gerusalemme: gran maestro nell’arte sua, dotto e pensatore, di costumi quasi un santo. Mi piace di ricordarne qui il nome, perché con lui il Puoti si consigliava de’ suoi studi; e n’ebbe conforti ed ammaestramenti ». Oltre che lo stesso Fornari, del Puoti fu allievo Michele Baldacchini, nome di letterato cui non si è ancora data la giusta importanza nell’alveo degli studi sulla devozione popolare; infatti fu lui a comporre il testo, nel 1845, de Le Ore di Maria Desolata (pia pratica un tempo riservata al Venerdi Santo) musicato più volte nella seconda metà dell’Ottocento dai musicisti molfettesi e traslato (per quanto riguarda Molfetta), a partire dagli anni ’30 del Novecento, al Settenario della Addolorata. Per concludere, si pone un interrogativo: è probabile che l’apparentamento intellettuale tra Fornari e la cultura musicale napoletana, in particolare l’exemplum di Zingarelli, abbia infl uenzato la vena compositiva di musicisti locali quali ad esempio Sergio Panunzio, Vincenzo Valente o Giuseppe Peruzzi, tanto da determinarne la composizione delle musiche per la Maria Desolata, per la Passione o per le Sette Parole? Come non pensare ad una sudditanza in senso lato dei Nostri compositori al cospetto del grande maestro napoletano? Esemplare in tal senso il fatto che nel 1896, a distanza quindi di sessant’anni anni dalla morte di Zingarelli, il musicista molfettese Pantaleo Nisio, divenendo inconsapevole apologeta dello stile napoletano, trascriveva (forse per essere eseguite?) le strofette delle Tre Ore di Agonia composte dal celebre maestro.

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