MOLFETTA - É cominciata a Molfetta la stagione elettorale, un po' in sordina, almeno ufficiale, mentre le alleanze, che più spurie non si può, sono state già avviate con le elezioni regionali, con promesse di scambio di pacchetti elettorali per opera dei soliti noti che da oltre 20 anni, insieme con costruttori spregiudicati (non imprenditori edili, ma palazzinari sotto la lente della magistratura) hanno condizionato e inquinato la vita politica amministrativa, relegando in secondo piano la priorità dell'interesse pubblico.
In quella che dovrebbe essere la nuova stagione cittadina, dove il fallimento delle amministrazioni Minervini, apre la strada a un'inversione di tendenza, continua ostinatamente a mancare la novità vera: un volto, un'idea, una visione capace di segnare una discontinuità credibile con un passato che tutti a parole criticano e che nei fatti nessuno sembra voler davvero superare.
Il problema non è solo chi si candida, ma come si fa politica. Da anni, la vita pubblica locale è dominata da una miscela ormai ben collaudata di trasformismo e servilismo. Un cocktail micidiale che garantisce lunga sopravvivenza personale e risultati collettivi modestissimi. Qui non si cambia idea: si cambia lato. Non si governa: ci si adatta. Non si decide: si aspetta di capire chi comanda.
Il trasformismo, a livello locale, è una disciplina olimpica. C'è chi ha attraversato più singole di quante buche abbia una città media, sempre con la stessa disinvoltura e con una memoria selettiva degna di nota. Ieri all'opposizione, oggi in maggioranza, domani “responsabile”. Sempre nel nome del bene comune, naturalmente. Un bene comune talmente elastico da coincidere quasi sempre con la propria collocazione del momento.
Il mandato degli elettori? Un dettaglio. L'idea? Accessori. La coerenza? Un lusso da anime belle. In questo contesto, votare non significa scegliere una direzione, ma assistere a una rotazione di ruoli già visti, con gli stessi protagonisti che cambiano posto a vedere ma non copione.
A fare da collante a questo sistema c'è il servilismo, meno rumoroso ma più efficace. Il servilismo è quella virtù non dichiarata che permette di non prendere posizione, di non disturbare, di non contraddire mai nessuno che conti davvero. È l'arte di annuire con convinzione a qualunque linea venga tracciata dall'alto, purché garantisca una candidatura, una delega, una riconferma.
Così il consiglio comunale diventa spesso un esercizio di coreografia istituzionale: interventi prudenti, critiche morbide. Il dibattito si riduce a formalità, mentre le decisioni vere maturano altrove, in cerchie ristrette dove il consenso si costruisce più per convenienza che per visione.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una città amministrata senza slancio, dove il cambiamento è sempre annunciato e mai praticato, dove ogni campagna elettorale promettente una svolta che assomiglia terribilmente alla precedente. Non sorprende allora che l'entusiasmo dei cittadini sia ai minimi storici e che l'astensione cresca: quando tutto sembra già deciso, partecipare appare quasi ingenuo.
Eppure, in vista dell'elezione del sindaco, ci viene chiesto ancora una volta di credere che “questa volta sarà diversa”. Peccato che, guardando i protagonisti in campo, le alleanze che si ricompongono e le fedeltà che si riallineano, la sensazione dominante sia quella di un film già visto, magari con una locandina nuova, ma la stessa trama stanca.
La verità, scomoda ma necessaria, è che non può esserci discontinuità senza coraggio, e il coraggio non abita né nel trasformismo né nel servilismo. Una città non cambia se chi la governa ha come priorità principale la propria collocazione futura. Non si rinnova una comunità politica se l'obiettivo è sopravvivere, non scegliere.
Un sindaco, e prima ancora una classe dirigente, dovrebbero rappresentare una visione (ah, Guglielmo, quanto ci manchi!), non una mediazione permanente al ribasso. Dovrebbero essere pronti a scontentare qualcuno, non a compiacere tutti quelli che contano. Dovrebbero avere una schiena dritta, non una bussola che gira a seconda del vento.
Il trasformismo è una regola della peggiore politica molfettese ei personaggi sono sempre gli stessi, con i pacchetti di tessere o di voti che permettono la mutazione opportunistica di posizioni, alleanze e principi in funzione del potere del momento. E' l'arte di stare sempre dalla parte giusta non della storia, ma del vincitore o del probabile vincitore, soprattutto se gli si dà una mano, per ricevere poi il proprio tornaconto politico.
E poi non chiediamoci come mai cresca il numero degli astensionisti, disillusioni da uno spettacolo che appare sempre più autoreferenziale. Contrastare trasformismo e servilismo significa ricostruire un'etica pubblica fondata sulla responsabilità e sulla trasparenza. Di questo al momento non c'è traccia a Molfetta, né si intravvedono scenari migliori. Purtroppo.
Occorre ricordare che la politica non è una carriera personale, soprattutto per una classe dirigente di basso livello, che non ottenere risultati positivi nella vita sociale, si butta in politica, dove, vantaggi e premialità al servilismo, pagano sempre.
La politica deve tornare ad essere servizio TEMPORANEO alla collettività, non un mestiere per stipendi facili e comodi senza merito e senza fatica. Così si ripropongono gli stessi volti con altre maschere e qualche volto nuovo ipocrita e senza qualità che punta a “sistemarsi” attraverso la politica.
Se la campagna elettorale che si apre in vista delle elezioni di primavera, vuole avere un senso, allora il tema non è solo chi vincerà, ma se la città è ancora disposta ad accettare una politica fatta di adattamenti, silenzi e riciclaggi. Perché il trasformismo e il servilismo non sono solo vizi dei politici: prosperano anche quando diventano abitudini tollerate.
Continuare così è possibile. Cambiare no, senza una rottura netta. E finché quella rottura non si vede, la promessa di discontinuità resterà ciò che è sempre stata: uno slogan utile, ma vuoto.
In una città del Sud soffocata dal cemento, dagli affari e da un clientelismo ormai senza pudore, colpisce più di tutto il silenzio di chi dovrebbe parlare, la Chiesa locale, ma anche il vescovo che in questi anni ha preferito il silenzio. Il vescovo colui che, almeno sulla carta, avrebbe il compito di richiamare tutti – soprattutto i potenti – al senso del limite, della giustizia, del bene comune.
E invece nulla. Di fronte a un’amministrazione comunale sorretta da liste civiche spurie, che di civico hanno solo il nome e che non rispondono a partiti o visioni politiche, ma a personaggi e interessi ben riconoscibili, la diocesi ha scelto l’indifferenza. Appalti sospetti, secondo le accuse della magistratura, colate di cemento che divorano territorio e futuro, pratiche clientelari usate come metodo di governo: tutto scorre sotto gli occhi della città senza che dalla Chiesa locale si sia levata una voce degna di questo nome.
Si dirà: neutralità. Prudenza. Dialogo istituzionale. Ma quando il silenzio diventa sistematico e selettivo, la prudenza rischia di diventare eccessiva. Partecipare, sorridere, benedire inaugurazioni e presenze rituali, mentre il bene comune viene saccheggiato e la dignità civica ridotta a merce di scambio elettorale, richiede maggiore coraggio nel denunciare un metodo discutibile di governo. La funzione profetica della Chiesa, tanto evocata nei documenti e nelle omelie generiche, rischia di evaporare quando dovrebbe farsi concreta. Meglio non irritare il potere di turno, meglio mantenere buoni rapporti, meglio garantire equilibri e quieto vivere.
Ora è tempo di bilanci, allo scadere di un mandato e ci si chiede: un pastore che sceglie di non disturbare i potenti, anche quando questi sono sotto accusa morale e politica, non rischiare di mettere da parte il proprio ruolo di guida spirituale?
Ci piace ricordare quello che disse l'indimenticabile vescovo don Tonino Bello, oggi venerabile nell'Omelia della Messa della prima Domenica di Quaresima del 1987, trasmessa in televisione dal Duomo di S. Corrado (pubblicata in “Sui sentieri di Isaia”, ed. la meridiana, pagg. 84-85) «Potremmo chiamarle: le tentazioni delle tre “P”: profitto, prodigio, potere. Il che significa: strumentalizzare le cose, Dio, l'uomo. Fa' che le pietre diventino pane. Ridurre tutto a economia, a ventre. Convertire anche i sogni in assegni circolari. Niente fiori, solo denaro. Niente poesia, solo ricchezza. Niente musica, solo profitto. Anzi, massimizzazione del profitto, se perfino le pietre devono diventare pane. Produzione. Ideologia della produzione, mascherata, magari, dall'ipocrisia di voler saziare la fame dei popoli».
Senza difficili e improbabili confronti, una parola di critica agli amministratori e al modo di fare politica degli ultimi anni, sarebbe stata utile. Ma è mancata, per eccessiva prudenza e scarso coraggio. Ci dispiace dirlo. Ma come sempre, i conti si fanno alla fine. E oggi è l'ora di farli, in un bilancio desolato, ma reale di questi silenzi sorprendenti.
© Riproduzione riservata
Editoriale Rivista mensile “Quindici”, gennaio 2026
Autore: Felice de Sanctis