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Un Natale all’insegna del rancore
15 dicembre 2018

Dal rancore alla cattiveria: è questa l’involuzione degli italiani che viene fuori dall’ultimo Rapporto Censis. Abbiamo sempre considerato con attenzione le riflessioni della società fondata da Giuseppe De Rita, perché si basano su analisi concrete e fotografano lo status della nostra gente in un determinato periodo. E oggi ci troviamo a celebrare un Natale all’insegna del rancore che in molti casi diventa cattiveria. Al malessere delle masse popolari oggi si aggiunge quello del ceto medio. Gli italiani non sono più “buonisti”, anzi questo aggettivo è usato da Matteo Salvini in termini dispregiativi, al punto da diventare un insulto verso chi “predica” tolleranza e accoglienza. Oggi c’è la consapevolezza che essere cattivi paghi. Non basta più il rancore, che pure è deleterio, ma il passo successivo che, a nostro parere, non è stato completamente compiuto, è quello verso la cattiveria. Insomma, siamo di fronte ad una trasformazione antropologica dagli “italiani brava gente” agli “italiani cattivi”. Con tutti. E rilanciare slogan come “America first” dello sprovveduto Trump o “Prima gli italiani” del bullo Salvini, alimenta ancora di più questo stato psicologico che il Censis definisce efficacemente “sovranismo psichico” che per qualcuno diventa un’ancora di salvezza, anche se solo mentale. Questi slogan che parlano alla pancia del popolo bue, facendolo illudere di essere superiore, introducono, in realtà, un elemento di conflitto se non di guerra, di disprezzo, di odio che vediamo ogni giorno. Anzi arriviamo a percepirlo come una condizione sociale che riflette il malessere dovuto all’insicurezza economica, alla mancanza di lavoro e ad una crescita inseguita, ma mai nemmeno cominciata, in uno stallo che dura da decenni. E per giustificare questa condizione che serve a nascondere ignoranza e mancanza di cultura e soprattutto di sana informazione (non le fake news, le false notizie di cui ci si alimenta ogni giorno grazie ad Internet) si trova un nemico: l’immigrato regolare o irregolare, colpevole secondo gli odiatori di togliere il lavoro. Il 75% degli italiani pensa che l’immigrazione aumenti il rischio criminalità, quasi il 60% (il 59,3%) è convinto che di qui a 10 anni non ci sarà una degna integrazione. Secondo una ricerca Ipsos, siamo campioni mondiali di percezioni distorte (e negative) per quanto riguarda immigrati, lavoro, salute e criminalità E queste percezioni sono un ottimo alimento per il rancore prima e la cattiveria dopo, alimentate da irresponsabili che oggi sono al governo del Paese. Uomini modesti, classe dirigente impreparata alla quale fanno da cornice un burocrazia infernale, un corruzione dilagante e soprattutto un demoralizzante disprezzo del merito. Il rancore è una evidente dimostrazione di impotenza sociale, che invoca l’uomo della provvidenza come soluzione alla propria incapacità di gestirsi e di gestire la società. Ecco il “sovranismo psichico” citato dal Censis, una subordinazione mentale alla ricerca di un sovrano a cui chiedere quella stabilità che non siamo capaci di realizzare o meglio che abbiamo rinunciato a cercare, perché costa lavoro e sacrifici. Ecco perché con un’economia in panne, il lavoro che non c’è e non si cerca più, si rompe il patto sociale e quello che veniva definito “l’ascensore sociale” non funziona più. E i dati del Censis lo confermano: il 56% degli italiani pensa che nel nostro Paese le cose non siano affatto cambiate; solo il 23% ritiene di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore dei propri genitori (in Danimarca è il 43%). E così la speranza di far funzionare l’ascensore sociale, che è stato il leit motiv del boom economico degli anni Sessanta, appare ormai un miraggio per il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l’89% con basso reddito, tutti convinti di restare nell’attuale condizione, senza sperare di poter diventare benestanti nel corso della loro vita futura. In questa logica non si crede più ai modelli, non più considerati esempi da seguire, ma da eliminare, in quell’invidia sociale che ci fa credere (il 49,5%) che chiunque possa diventare famoso con Internet e niente altro. E la percentuale cresce al 53,3% riferita ai giovani al di sotto dei 34 anni. Non solo “uno vale uno”, sciagurato slogan del Movimento 5 Stelle, ma “uno vale un divo” come rileva il Censis. La celebrazione digitale dell’io masochista sta creando una volontà autodistruttiva del nostro Paese, fino ad alimentare la logica dell’homo homini lupus, che, nella dilagante ignoranza, è bene tradurre: l’uomo è lupo per l’altro uomo, già citato dal commediografo latino Plauto, nato 250 anni prima di Cristo, e ripreso nel XVII secolo dal filosofo inglese Thomas Hobbes, per il quale la natura umana è fondamentalmente egoistica, per cui solo l’istinto di sopravvivenza e quello di sopraffazione, determinano le azioni dell’uomo, escludendo l’amore naturale. E’ il timore reciproco che regola i rapporti sociali. Nasce di qui il cosiddetto “stato di natura”, dove, a prescindere dalle leggi, ogni individuo, mosso dal suo più intimo istinto, cercherebbe quindi di danneggiare gli altri e di eliminare chiunque sia di ostacolo al soddisfacimento dei propri desideri. Ognuno vedrebbe nel prossimo un nemico. Da ciò deriva che un tale stato si trovi in una perenne conflittualità interna, in un continuo bellum ominum contra omnes (guerra di tutti contro tutti), nel quale non esiste il torto o la ragione che solo la legge può distinguere, ma unicamente il diritto di ciascuno su ogni cosa, anche sulla vita altrui. L’origine della cattiveria oggi può essere individuata sicuramente nell’economia che ristagna e nella politica che ci specula sopra. La radice è nel carico di esclusione, sofferenze e privazioni degli italiani, popolo sempre più povero (sono 5 milioni) e sempre più decadente. E si moltiplicano egoismi, chiusure, invidie. “Sono diventati normali opinioni e comportamenti indicibili solo qualche anno fa”, dice il Censis che continua: “le diversità sono percepite come pericoli da cui proteggersi e la dimensione culturale della insopportazione degli altri sdogana ogni sorta di pregiudizi, anche i più passatisti”. Grazie anche al cinismo di chi ci governa, che invece di moderare i contrasti, li alimenta, inseguendo gli orientamenti popolari più primitivi e asociali, per aumentare il proprio consenso. Siamo alla disintegrazione della politica, una classe dirigente che ci siamo meritati: la Germani ha la Merkel, noi abbiamo Salvini e Di Maio, frutto del deterioramento del tessuto civile del Paese, dove si è abbassato il livello culturale e quello dei costumi. Tutto, a nostro parere, è cominciato con il ventennio berlusconiano col disprezzo per la cultura (“con la cultura non si mangia” battuta attribuita all’ex ministro dell’economia Giulio Tremonti, emblema del cinismo economico berlusconiano che oggi ha prodotto quello che verrà definito il salvinismo). Frequentiamo poco le biblioteche, i concerti (non quelli devastanti che hanno provocato la tragedia di Ancona), non leggiamo libri e giornali. Guardiamo solo internet, siamo sempre connessi con il cellulare in mano, abbiamo il culto dei selfie (di cui approfittano anche i politici: i fan di Salvini hanno fatto la coda per farsi la foto con lui, narcisista compiaciuto), di Facebook, delle chat piene di un mare di chiacchiere e di immagini che alimentano il narcisismo di massa. E, tranne le poche eccellenze che vanno all’estero, non produciamo nulla, anzi svendiamo tutto, compresi i marchi più prestigiosi del made in Italy. E in questa tendenza autodistruttiva, il Salvini di turno ci propina “l’olio di ricino digitale”, come lo definisce la politologa e sociologa Nadia Urbinati: le offese quotidiane, i dileggi, le aggressioni verbali agli ordinari cittadini che manifestano il dissenso, legittimo in democrazia. Le parole violente e plebee riferite a cose difficili o elevate che certi politici non comprendono, servono ad alimentare l’ignoranza e la banalità della massa, fino ad arrivare all’uso proprietario di ogni spazio pubblico, che è l’aspetto più preoccupante di questa involuzione. Secondo il sociologo americano Robert K. Merton: è la profezia che si avvera: i modi (positivi o negativi) in cui definiamo le situazioni e i comportamenti che attiviamo di conseguenza, determinano gli sviluppi ulteriori rendendoli somiglianti alle nostre previsioni. Insomma, un’illusione collettiva, che si alimenta di individualismo sfrenato, senza legami, selvaggio e analfabeta che quando finirà, lascerà l’amaro in bocca e ricostruire questo Paese diventato brutto, sarà molto difficile. E doloroso. A patto che ci si riesca. È questo il Natale del rancore che stiamo vivendo e solo la speranza cristiana, può esserci di conforto. Auguri a tutti! © Riproduzione riservata

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